Addio a Mimmo Càndito, l’ultimo reporter di guerra

Torino – La scomparsa il 3 marzo del giornalista di guerra internazionale, scrittore, docente di Linguaggio giornalistico all’Università torinese, dal 1970 corrispondente de La Stampa nei diversi luoghi del mondo teatro di conflitti armati

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Mimmo Candito

È morto sabato 3 marzo Mimmo Càndito, calabrese, classe 1941, tra i migliori reporter di guerra del  giornalismo internazionale. Lascia la moglie Marinella Venegoni, giornalista, nota firma de La Stampa. Dal 1970 lavorava alla Stampa di Torino per cui ha inviato corrispondenze da ogni luogo nel modo dove ci fosse un conflitto armato. E proprio a causa del suo stile di «coprire» i fatti  in prima linea e non nella poltrona comoda degli alberghi, Càndito ha contratto il cancro al polmone con cui ha combattuto fino alla fine, scrivendo pezzi memorabili sulla lotta alla malattia del secolo. Maestro di giornalismo e gentiluomo, era insegnante amatissimo di Teorie e Tecniche del giornalismo all’Università di Torino. Era, tra l’alto, direttore del mensile  “L’Indice dei libri del mese” e  presidente italiano di Repoter senza Frontiere.  Sempre disponibile a raccontare della sua esperienze di inviato, la redazione allargata  de «La Voce del popolo» l’aveva ospitato cinque anni fa nella sede di corso Matteotti 11 a Torino per una memorabile lezione di giornalismo. Riproponiamo  un articolo pubblicato su «La Voce e il tempo» del novembre 2017( e di attualità in vista delle elezioni politiche italiane…) dove, in occasione della  presentazione del suo ultimo libro  «I reporter di guerra, storie di un giornalismo in crisi da Hemingway ai social network»  avevamo incontrato Mimmo Càndito. (m.lom).

Cosa c’entra la vittoria di Donald Trump con la crisi del giornalismo ed in particolare con il declino dei reporter di guerra? C’entra eccome e non solo perché tutti i quotidiani americani, dall’autorevole New York Times ( che si è dovuto scusare con lettori)  alle testate locali delle città di provincia, davano per scontata la vittoria di Hillary Clinton. Ma perché il clamoroso «granchio» che hanno preso i newspapers a stelle e strisce segna uno spartiacque nella storia dell’autorevole giornalismo americano e non solo.  A sostenerlo, all’indomani delle elezioni del  45° Presidente Usa  è Mimmo Càndito, firma storica del quotidiano «La Stampa», tra i più autorevoli corrispondenti di guerra ed esperti di politica internazionale, già premio «Luigi Barzini» al migliore inviato italiano: l’occasione, la presentazione giovedì 10 novembre  2017, presso il Circolo dei Lettori di Torino, della nuova edizione del suo libro – fondamentale per chi «da grande» vuole fare il giornalista – «I reporter di guerra, storie di un giornalismo in cristi da Hemingway ai social network» (Baldini &Castoldi, Milano 2016, 766 pagine, 22 euro). Inevitabilmente il risultato delle elezioni americane ha monopolizzato la serata – non solo perché Candìto oltre ad aver «coperto» le più drammatiche crisi mondiali degli ultimi 40 anni, conosce a fondo di Stati Uniti d’America ma perché il suo libro, ricostruendo la storia degli inviati di guerra – a partire dal capostipite  primo William Russel mandato dal «Times» nel 1854 a seguire la guerra di Crimea  –  dimostra come la vittoria di Trump segni la fine del giornalismo «classico».  «La vittoria di Trump  – ha spiegato Candìto – e l’incapacità della stampa americana ( le cui fonti per il 79% sono istituzionali) di registrare l’umore della pancia della gente e la crescente insofferenza per i mediatori – i giornalisti- tutti schierati con la Clinton, ci dice che il giornalismo, così come ci siamo illusi che sopravvivesse nonostante la crisi dell’editoria mondiale, è finito.  Trump ha vinto senza aver bisogno dei  giornali, ha cancellato le strutture di mediazione, i giornalisti appunto. Si è rivolto direttamente agli americani  usando  le immagini veicolate dalla rete tramite i social network e che arrivano sugli smartphone e i tablet illudendo gli utenti che non ci siano più bisogno di filtri, quasi che ognuno che possegga un cellulare sia un giornalista».  Ecco perché  Mimmo Candito – che tra l’altro è anche presidente italiano di Reporters sans Frontières – in apertura di serata spiega perché sulla copertina della nuova edizione del suo libro davanti al titolo «I reporter di guerra» ha aggiunto  con la penna stilografica (altro oggetto in via d’estinzione come la carta stampata) la parola «C’erano». Eppure  – ha ricordato il giornalista – nel 2016  per raccontare le guerre in corso che «Papa Francesco chiama ‘guerra a pezzetti’, e che sta causando una migrazione biblica di popoli in fuga dalle loro tombe, sono stati uccisi 115 reporter…». Oggi, quando il presidente Obama può guardare in diretta dalla Casa Bianca con i droni e il collegamento in tempo reale al campo di battaglia i commandos che ammazzano Bin Laden a 10 miglia di distanza, che utilità ha ancora il mitico Russel la cui corrispondenza di guerra scritta con la penna d’oca ci mise  quasi un mese a giungere via nave dalla Crimea alla redazione del Times a Londra? I reporter e i giornalisti sono come i dinosauri che continuano a vivere senza rendersi conto che sono già in via di estinzione in un mondo che ormai comunica per immagini saltando il processo di mediazione (la coscienza critica) del giornalista?

«Nella società liquida di Bauman – scrive Candìto –  anche l’informazione diventa ‘liquida’ ed è proprio l’orrore venduto dai tagliagole di Da’esh sul mercato della guerra che conferma quanto, invece, la mediazione  giornalistica e la contestualizzazione siano decisive per non farsi travolgere dalla fascinazione di quell’orrore troppo a buon mercato».  E citando il rapporto della Caritas italiana sui conflitti dimenticati «Cibo di guerra» (il Mulino, Bologna 2016) prosegue:  «l’utente che arriva su You Tube da un social network spesso non si chiede su quale canale è arrivato, qual è la sua agenda politica, da chi è finanziato: preme play, commenta, e condivide il video senza farsi troppe domande». E questo vale per le notizie non filtrate e postate sui social dagli assassini del Califfato o dai sostenitori del tycoon successore di Obama. Allora dobbiamo rassegnarci al tramonto del giornalista «cane da guardia» alla ricerca costante della verità?  Risponde così Mimmo Candìto chiudendo  il suo libro e la presentazione torinese:  « Il reporter di guerra mette da parte la sua sahariana, la sacca, il ‘suoi ritagli’ (i colleghi cresciuti con la macchina da scrivere hanno cassetti pieni di ritagli di giornale, archivi preziosissimi, non files… ndr) , e tenta di navigare anch’egli nel dedalo della Rete: ma è una storia che lentamente finisce. Quello che verrà dopo sta dentro le riflessioni che comunque il giornalismo sta facendo su se stesso, sul proprio passato, sulle fascinose tentazioni che le nuove piattaforme elettroniche gli pongono in mano, come lo furono per Ulisse le dolcezze di Circe. Per lui l’infatuazione durò un anno, poi Ulisse riprese il corso della navigazione». E tornò ad Itaca.

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