«Fabbricavo mine anti-uomo, ora semino pace»

Intervista – È una bella storia di conversione quella raccontata all’Arsenale della Pace di Torino dall’imprenditore Vito Alfieri Fontana: da fabbricante di armi a sminatore su tanti terreni di guerra. Gallery

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VITO ALFIERI FONTANA AL SERMIG (foto Renzo Bussio)

«Papà ma tu sei un assassino? Perché proprio tu?» Era il 1993, l’ingegnere Vito Alfieri Fontana tornava a casa con i figli. Guidava e dal sedile posteriore il piccolo, accanto alla sorella, dopo avergli chiesto informazioni su mine e bombe, verificava con quegli interrogativi la conclusione del suo ragionamento. «Sentirsi dare dell’assassino dal proprio figlio non può lasciarti indifferente anche se non fu solo quello a farmi cambiare». Inizia così a raccontarsi a «La Voce e Il Tempo» l’uomo che da fabbricante di armi è divenuto sminatore, da produttore di ordigni a distruttore degli stessi, per restituire futuro a bambini, uomini e donne nell’Est europeo, in Africa, in quei paesi dove rovine, campi, colline sono coperte di ordigni inesplosi.

Lo incontriamo martedì 21 al Sermig dove ha portato la sua testimonianza ai giovani insieme al giornalista di «Avvenire» Nello Scavo. È la sua prima volta all’Arsenale e al termine della visita confida una grande emozione nel vedere concretamente come «togliere le armi significa lasciare il posto al bene». «Questo posto», prosegue, «mi ricorda una fabbrica di armi in Kosovo, ci vollero 2 anni per bonificarla, migliaia di metri quadri, cosi come la collina circostante,  disseminati di ordigni, ma ora vi si può tornare, anche lì si può ricominciare..». Ricominciare: un verbo che nella vita di Fontana ha un peso non da poco, sottintende una conversione di vita 360 gradi, in cui si mescolano fede, coerenza, consapevolezza che il passato non si può cancellare, ma riscattare sì.

Vito Fontana, lei ha 67 anni, 25 anni fa quando accompagnava i figli a casa era comproprietario della Tecnovar, azienda fondata da suo padre che a Bari e a Teano contava 350 dipendenti per una produzione che seguiva due filoni: la progettazione e costruzione di mine e la realizzazione di impianti elettrici e valvole in ghisa. Cosa è successo agli inizi degli anni ’90? Perché nel ‘97 ha dichiarato fallimento e ha chiuso con quel lavoro e con quella vita?

Non è stato un cambiamento improvviso e la frase di mio figlio non è stato l’unico segnale: ci sono tante «mani» che a poco a poco mi hanno spinto, accompagnato in un percorso fatto di passi avanti e passi indietro… Nel ‘92 era iniziata la Campagna internazionale per il Bando delle mine antiuomo e gli attivisti ci facevano arrivare in fabbrica decine e decine di scatole da scarpe che ne contenevano una sola. Poi ci fu l’invito ad un incontro pubblico da parte di don Tonino Bello (dall’85 alla guida di Pax Christi), poi un invito da parte degli stessi ideatori della Campagna che mi chiedevano in qualità di esperto fabbricante quelle informazioni tecniche che servivano per la stesura di quello che nel 1997 diverrà il Trattato di Ottawa sulla messa al bando delle mine.

Ci fu quindi anche l’intervento di don Tonino nella sua conversione…

Sicuramente sì, anche se l’incontro di persona non avvenne, morì prima. Io seppi che però aveva insistito con i suoi collaboratori perché la serata si facesse lo stesso e così andò, fu un incontro terribile di fronte a 500 persone arrabbiatissime con me. Quella sera un’altra frase mi rimase dentro. Un giovane si alzò e chiese: «Ma lei la sera che cosa sogna?». Capii che non volevo mai più sognare una guerra. Ecco io credo che comunque quell’incontro con don Tonino in qualche modo ci fu…

Ma concretamente cosa avvenne dopo tutte queste ‘provocazioni’?

Ne parlai con la mia famiglia, non tutti capirono, ma decisi che anzitutto avendo l’Italia firmato il Trattato di Ottawa, che vietava  la ricerca tecnologica, la fabbricazione, la vendita, l’esportazione e l’importazione delle mine, avrei dovuto delocalizzare la produzione come altri stavano facendo trasferendomi in quegli stati, come Singapore, che non hanno mai ratificato il Trattato o diventare un trafficante e questo era per me inaccettabile. Non potevo nemmeno sostenere economicamente una riconversione della fabbrica e quindi ne avviai la chiusura, ma nessun dipendente perse il lavoro, tutti furono ricollocati.

La sua principale commessa era l’esercito egiziano, la sua fabbrica ogni mese produceva centomila componenti inerti di mine antiuomo, e diecimila di anticarro; aveva ideato un tipo di mina la Ts50 particolarmente efficace e richiesta, gli affari erano fiorenti…

Sì, infatti una delle prime conseguenze per la mia famiglia fu la perdita di uno stile di vita che non era più sostenibile e questo fu difficile da accettare: ma mia moglie e i miei figli mi hanno supportato e sono andato avanti. Iniziai a lavorare per Intersos, organizzazione umanitaria che aiuta le vittime di guerre e nel ‘99 andai per la prima volta in Kosovo come sminatore mettendo a disposizione tutta la mia competenza e conoscenza su quegli ordigni che avevo fabbricato per anni. La mia ultima missione si è conclusa a dicembre in Bosnia, dove in vent’anni sono state tolte 300 mila mine, pari all’80% di quelle stimate.

Ma quante sono oggi le mine sparse nei terreni del mondo?

Il numero non si può sapere, sappiamo che tra Iran e Iraq ce ne sono tra i 30 e 40 milioni, ma per lo più in campi ben individuati, recintati. Il problema sono quelle sparse, molte sono vicine a sorgenti d’acqua, ad acquedotti, le linee minate che separano i fronti si individuano più facilmente e sono meno pericolose. Stime della Croce rossa parlavano di 150 milioni, ma secondo calcoli più aggiornati è presumibile per fortuna che siano meno.

La convenzione di Ottawa non è firmata, tra gli altri, da Usa, Cina, India, Russia, Iran, Egitto, quindi si può dire che sia solo parzialmente utile?

Sicuramente non coinvolgendo certi attori il risultato in termini di uso e produzione non è molto variato, ma posso dire che ha rallentato gli investimenti di ricerca su questo fronte. Le mine sono fondamentalmente le stesse di 30 anni fa, mentre nel nostro settore di sminatori le tecnologie per individuarle e disattivarle sono progredite. Ora siamo più veloci e più sicuri. Un altro vantaggio è che alcuni tipi di mina con il tempo si disattivano quindi, se non rimpiazzate, non sono più una fonte di rischio così elevato. Il problema che la convenzione non ha risolto è quello del controllo della cosiddetta ‘zona grigia’. Sono sempre possibili passaggi di armi che aggirano le leggi… Le nostre mine fabbricate dalla Tecnovar le abbiamo trovate a Sarajevo, come è stato possibile?

Sminare un campo è un’operazione lentissima. Si lavora lungo dei corridoi con metal detector, quando il rilevatore suona, una volta individuate, le mine vengono estratte e fatte esplodere. In dieci anni la squadra di Vito ha trovato e reso inoffensive oltre 3 mila mine, riducendo fortemente il rischio di morte collegato agli ordigni che ogni anno continuano a mietere migliaia di vittime soprattutto tra i bambini.

Tra le zone bonificate la pista di bob delle Olimpiadi invernali del 1984 sulla collina di Trebevic, alle spalle Sarajevo. Oggi penso che i prossimi fronti di lavoro dovrebbero essere la Siria (dove hanno utilizzato le mine degli ex arsenali di Saddam) e la Libia, dove stanno impiegando mine belghe o copie di mine brasiliane ma non ora, ora è impossibile andarci.

Pensa al futuro Vito, anche se, consapevole degli acciacchi e dell’età, sa che ormai il testimone passerà ad altri, ma resta la voglia di lavorare per la pace, di dire che si può cambiare, lui che ascoltando quelle ‘increspature’ che percepiva nella sua vita l’ha totalmente stravolta.

Oggi qualche volta incontro quegli attivisti che neanche mi volevano stringere la mano per il disprezzo e riconosco il ruolo di quei movimenti, di quelle persone – persino il postino che mi consegnava lo stesso le scatole con le scarpe anche se non erano affrancate – che sapevano guardare oltre il confine della mia fabbrica, che vedevano quello che io ero incapace di riconoscere e mi auguro che non si smetta mai di indignarsi per la guerra, di cercare di far aprire gli occhi. Vedo tanta, troppa violenza a tutti i livelli e mi chiedo cosa stia succedendo. Dobbiamo aprire gli occhi. Nei miei, oggi, ci sono i volti di tante persone commosse perché abbiamo restituito loro case, strade boschi… Ho negli occhi i resti di una chiesa cattolica che tutti pensavano minata. Era un mucchio di macerie, solo una suora vi aveva piantato una croce bianca, per continuare a dare sacralità a quelle rovine. Intervenimmo e non fu trovata neanche una mina, solo un piccolo rosario… un altro segno di pace da raccogliere…

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