Martin Luter King, una missione di pace «incompiuta»

50 anni dall’assassinio – Bernice Albertine, figlia di Luther King, in Italia a metà marzo ha ricordato che il mondo non può abbassare la guardia sulla difesa dei diritti. Le cronache purtroppo segnalano una ripresa del razzismo in Occidente

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Martin Luter King

Un piccolo paese di mille abitanti, Monteleone, il più alto della Puglia e quasi al confine con l’Irpinia. Qui, lo scorso 10 marzo, ricevendo il Premio internazionale per la pace e la nonviolenza, una donna ha parlato in nome del padre. Quella donna si chiama Bernice Albertine King. E suo padre, assassinato il 4 aprile 1968 a Memphis, nel Tenessee, si chiamava Martin Luther King. Lei, la figlia minore di MLK, in Puglia ha tenuto una lezione sulla nonviolenza e ogni tipo di discriminazione. «Alzatevi», ha detto alle donne presenti all’incontro, «voi siete l’anima delle nazioni e del mondo». E ha aggiunto: «Sono convinta che le nuove generazioni possiedano le giuste capacità per dirigere la società attuale verso una direzione di pace, secondo gli insegnamenti ai valori umani impartiti da mio padre».

Un anno speciale, il 2018. Per lei, per la sua famiglia, per gli Stati Uniti d’America e per il mondo intero, assetato di pace ma lacerato da tensioni, divisioni, violenze e guerre, piccole e grandi. A fine anno, infatti, ricorrerà il 70° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani (proclamata dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948). Ma in questi giorni ricorrono per l’appunto i 50 anni dall’uccisione del pastore battista Martin Luther King, l’uomo simbolo della lotta per i diritti della gente di colore, premio Nobel per la pace nel 1964.

In quel 4 aprile 1968, anche se il Civil Rights Act del 1964, grazie alla lotta nonviolenta del movimento per i diritti civili degli afroamericani, aveva abrogato ufficialmente ogni forma di segregazione nei luoghi pubblici, la piaga della discriminazione razziale continuava. Il sogno che M.L.King aveva espresso nel famosissimo discorso noto come «I have a dream speech», pronunciato a Washington il 28 agosto del 1963 a conclusione di una memorabile marcia di protesta per i diritti civili dei neri, non si era ancora realizzato.

La società americana deve fare tuttora i conti con varie forme di razzismo, di cui l’ideologia del suprematismo bianco è l’espressione più violenta e radicale. Ma anche qui da noi, soprattutto in momenti di crisi e di disorientamento come quello che stiamo vivendo, compaiono forme di paura e rancore nei confronti dei ‘diversi’. Ne sono testimonianza eventi drammatici come la caccia al «negro» di Macerata, o l’omicidio di Idy Diene del 5 marzo scorso a Firenze (che lascia la moglie vedova per la seconda volta, dopo che il suo primo marito era già stato ucciso nel 2011), nonché le allarmanti scritte sui muri dei bagni dell’Università Ca’ Foscari a Venezia, denunciate con coraggio nella lettera aperta che la studentessa Laeticia Ouedrago ha inviato all’anonimo autore: «Vienimi a parlare prima di uccidermi, cosicchè io ti possa abbracciare e ti possa mostrare un po’ di umanità….Non devi uccidere me, devi uccidere quel mostro oscuro che si nutre delle tue paure e della tua ignoranza, ma anche della tua ingenuità. Ti auguro sinceramente di sconfiggere questi mostri».

Sono parole che riecheggiano quelle di Martin Luther King. Parole che, rilette oggi, possono aiutarci a capire come sconfiggere anche noi, nel nostro tempo difficile, questi mostri. Era il primo dicembre 1955 quando una donna di colore, Rosa Parks, venne arrestata per essersi rifiutata di cedere il posto in autobus ad un bianco. M.L.King invitò allora tutti i neri della città a boicottare il servizio degli autobus. Il boicottaggio, praticato in massa, durò 382 giorni. E si concluse con l’abolizione della segregazione sugli autobus. Anche se, per vendetta, la casa di King venne fatta saltare.

Dopo aver scoperto la nonviolenza gandhiana, nel 1959 MLK si recò in India per approfondirne il metodo. «Come la maggior parte delle persone», si legge in «Pellegrinaggio alla nonviolenza», quaderni di «Azione nonviolenta» n.14, 1993, «avevo sentito parlare di Gandhi, ma non lo avevo mai studiato seriamente. Come procedetti nella lettura, fui profondamente affascinato dalle sue campagne di resistenza nonviolenta… Prima di leggere Gandhi, avevo quasi concluso che l’etica di Gesù fosse efficace soltanto nei rapporti individuali. La filosofia del ‘porgi l’altra guancia’ e dell’’amate i vostri nemici’ sentivo che era valida solo quando gli individui erano in conflitto con altri individui; quando invece erano in conflitto gruppi razziali e nazioni, sembrava necessario un comportamento più realistico… Gandhi fu probabilmente la prima persona della storia ad elevare l’etica dell’amore di Gesù al di sopra dei rapporti individuali e a trasformarla in una forza sociale su larga scala, potente ed efficace… Fu in questa insistenza gandhiana sull’amore e la nonviolenza che scoprii il metodo per la riforma sociale, del quale ero andato alla ricerca per tanti mesi».

E ancora: «Quando mi recai a Montgomery come pastore, non avevo la minima idea che più tardi mi sarei trovato coinvolto in una crisi in cui la resistenza nonviolenta sarebbe stata applicabile. Non fui io a iniziare la protesta, né a suggerirla. Semplicemente risposi alla richiesta di un portavoce della popolazione. Quando la protesta cominciò, la mia mente, consciamente o inconsciamente, fu ricondotta al Discorso della Montagna, con i suoi sublimi insegnamenti, e al metodo gandhiano della resistenza nonviolenta. Col passare dei giorni, giunsi a vedere sempre più chiaramente il potere della nonviolenza. Vivendo attraverso la reale esperienza della protesta, la nonviolenza divenne più di un metodo a cui davo il mio assenso intellettualmente, essa divenne una forma di vita».

Nel 1963, da Pasqua fino a maggio, Martin Luther King condusse una massiccia campagna contro la segregazione a Birmingham, nell’Alabama, dove, in grandi manifestazioni, migliaia di neri sfidavano gli idranti, i manganelli, i cani della polizia, finendo in prigione in 3 mila, tra cui egli stesso. È qui che scrisse la «Lettera dal carcere di Birmingham» ai suoi «colleghi nel sacerdozio» che avevano definito «poco sagge e inopportune» le manifestazioni di piazza e le azioni dirette, sostenendo che gli afroamericani non potevano più aspettare e che «ci sono leggi giuste e leggi ingiuste. Sono il primo a sostenere l’obbedienza alle leggi giuste. Ogni persona ha la responsabilità, non solo legale ma morale, di obbedire alle leggi giuste. Al contrario, ha la responsabilità morale di disobbedire alle leggi ingiuste. Sono d’accordo con sant’Agostino che ‘una legge ingiusta non è affatto una legge’. Ogni legge che eleva la persona umana è giusta; ogni legge che degrada la persona umana è ingiusta. Tutti gli statuti di segregazione sono ingiusti, perché la segregazione ferisce l’anima e degrada la personalità….Io sostengo che chi infrange una legge che la coscienza gli dice essere ingiusta, e accetta di buon grado la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità riguardo all’ingiustizia di tale legge, costui esprime in realtà il più alto rispetto della legge».

Nel 1965 King guidò le marce di Selma (narrate in un bel film, «Selma. La strada per la libertà», della regista afroamericana Ave DuVernay) per il riconoscimento effettivo del diritto di voto ai neri, che sarà sancito dal Voting Rights Act del 1965. Per lui divenne sempre più chiaro che la battaglia per i diritti civili si sposava con quella contro la povertà e contro la guerra. E un anno esatto prima di essere ucciso, il 4 aprile 1967, in un discorso alla Riverside Church condannò con fermezza la guerra del Vietnam, affermando che «siamo dalla parte dei ricchi e della sicurezza, mentre creiamo un inferno per i poveri», esortando a «una radicale rivoluzione di valori».

La risposta sulla stampa statunitense fu in gran parte negativa. Poi, dodici mesi dopo, il colpo di fucile sparato a Memphis, mentre MLK era sul balcone dell’albergo nel quale si trovava per organizzare manifestazioni in favore degli spazzini neri della città. «La tensione in questa città (Montgomery)», diceva, «non è tra la gente bianca e quella nera. La tensione è, in fondo, tra giustizia e ingiustizia, fra le forze della luce e le forze delle tenebre. E se ci sarà una vittoria, sarà una vittoria non semplicemente per cinquantamila neri, ma una vittoria per la giustizia e le forze della luce… Al centro della nonviolenza sta il principio dell’amore. Il resistente nonviolento sostiene che, nella lotta per la dignità umana, i popoli oppressi del mondo non devono soccombere alla tentazione di divenire pieni di rabbia o di indulgere a campagne di odio. Reagire nella stessa maniera non farebbe altro che intensificare l’esistenza dell’odio nell’universo». Anche Laeticia Ouedrago, ne siamo certi, concorderebbe.

*Presidente del Centro studi «Sereno Regis» di Torino

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