Cardinale Parolin, i passi della Chiesa verso la Cina

Diplomazia – Procedono le trattative fra il Vaticano e Pechino. L’intervento del Segretario di Stato della Santa Sede

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Piazza Tienananmen a Pechino

Quale emergenza può aver suggerito nientemeno che al card. Parolin, segretario di Stato di Papa Francesco, di rilasciare su «La Stampa» della scorsa settimana un’intervista così coinvolgente e a tutto campo sulle trattative in corso fra Vaticano e Cina? La risposta a questo interrogativo si ricava direttamente da ciò che in modo esplicito pongono le domande e soprattutto le risposte nella tonalità che le contrassegna.

Le domande infatti non richiedono generica informazione sulla situazione corrente. Danno voce a perplessità, sospetti e persino esplicite accuse nei confronti della Santa Sede per i termini di accordo che sembrano profilarsi negli scambi avviati da due anni circa, pur nel massimo riserbo, col regime comunista di Pechino. Nonostante il massimo riserbo «fonti ben informate» sempre li hanno preceduti, accompagnati e inseguiti. E proprio una di queste «fonti» ha recentemente diffuso in via informale, ma dandola per certa, una notizia assai inquietante, se mai fosse vera del tutto, nel dettaglio e nella sostanza.

Di che si tratterebbe? Precisamente dell’accordo che si sarebbe raggiunto sul nodo cruciale di ogni plausibile trattativa con la Cina da parte cattolica, circa le modalità future delle nomine dei vescovi e la legittimazione o meno dei vescovi «ufficiali» tuttora operativi, ma non riconosciuti da Roma. La maggioranza dei vescovi «ufficiali», per vie diverse, nei tempi recenti ha già richiesto e ottenuto il riconoscimento di Roma, anche se originariamente su designazione del governo. Ma altri no, e quindi sono scomunicati.

Nel contesto cinese, poi, da oltre trent’anni per sfuggire all’ingerenza del partito, che agisce tramite l’Associazione patriottica, si è venuta articolando una complessa rete di strutture ecclesiali alternative ad ogni livello, dalla pastorale ordinaria alla formazione in seminari autonomi, alla ordinazione di preti e vescovi in proprio. Di solito questa complessa struttura prendeva il nome di «Chiesa clandestina». Nome improprio perché in larga misura ben nota agli organi statali di controllo. Ma era autonoma. L’uno e l’altro volto della Chiesa cattolica in Cina, benché sorti in evidente contrasto, hanno mantenuto rapporti non omogeni lungo il tempo, dalla polemica aspra e dalla contrapposizione ad un passabile collateralismo. Da sempre la Chiesa «clandestina» rivendica a sé stessa sola la vera fedeltà a Roma.

Benedetto XVI si rivolse in modo diretto a questi due volti nella sua Lettera ai cattolici cinesi (2006) chiedendo all’uno e all’altro un passo indietro. In sostanza: alla Chiesa non riconosciuta dal governo di troncare ogni ordinazione di nuovi vescovi e alla Chiesa «ufficiale» di non procedere ad insediamento di vescovi né indire sinodi senza previa approvazione di Roma. Nessuno oggi è in grado di dire fino a che punto questa decisiva istanza di Papa Benedetto sia stata accolta nel concreto della vita ecclesiale in Cina.

Di fatto nell’intertempo vescovi designati «ufficialmente» ottennero riconoscimento da Roma, ma in alcuni casi il regime drasticamente impose d’autorità alcuni suoi candidati senza riconoscimento. Una voce rappresentativa dell’Associazione patriottica specificò, inoltre, che qualsiasi tentativo di smantellare tale organo di controllo era illusorio e impensabile. Da ciò la convinzione che si è andata rafforzando – in chi si oppone ad ogni accordo – che il Partito al potere è del tutto inaffidabile. Per dirla in breve con le parole di uno di loro: «È bugiardo di suo» o con la definizione di «dialogo fra s. Giuseppe ed Erode» di ogni tentativo di intesa nelle condizioni attuali. Sono parole del card. Zen, emerito di Hong Kong, la voce forse più forte tra gli oppositori.

Si comprende perciò l’allerta intorno alla notizia diffusa dalla «fonte» secondo cui si sarebbe prossimi ad un accordo tra Vaticano e Cina sulle nomine dei vescovi. Ne sarebbe presagio simbolico, sostiene la «fonte», il riconoscimento di vescovi graditi al regime, già incorsi nella scomunica perché nominati a suo tempo senza approvazione di Roma, dietro semplice loro dichiarazione di pentirsene.

Ben oltre la portata simbolica del caso, si avverte che in questione è la credibilità dei contraenti di fronte a una così alta posta in gioco. Ciò spiega perché il cardinale Parolin ne sia assolutamente preoccupato. La sua intervista è volta ad assicurare non tanto una generica opinione pubblica ma soprattutto le comunità cattoliche della Cina, ribadendo loro – accoratamente – che si possono fidare di Roma. Il cuore del suo intervento è tutto qui: «Di una cosa sono convinto. La fiducia non è frutto della forza della diplomazia e dei negoziati. La fiducia si fonda sul Signore che guida la storia. Confidiamo che i fedeli cinesi, grazie al loro senso di fede, sapranno riconoscere che l’azione della Santa Sede è animata da questa fiducia, che non risponde a logiche mondane. Spetta in modo particolare ai pastori aiutare i fedeli a riconoscere nella guida del Papa il punto di riferimento sicuro per cogliere il disegno di Dio nelle attuali circostanze».

Le accorate parole del cardinale dicono molto e sottintendono ancora di più. Colpisce pensare che siano rivolte in primis a quella parte di Chiesa in Cina che più ha sofferto e soffre pressioni (e vittime), cioè la Chiesa non ufficialmente riconosciuta. Quella che ha fatto della fedeltà al Papa il suo distintivo per decenni, amari decenni. Ma queste parole colpiscono anche pensando a quanto intenso sia l’attaccamento – oserei dire, la devozione – al Papa nel profondo dell’animo dei cattolici cinesi. Che cosa delle attuali possibili intese fra Vaticano e Cina può turbare una fiducia storicamente così potente?

La risposta va in due direzioni per i credenti. La prima è quella già presente negli oppositori di principio: l’interlocutore politico non è credibile. La seconda è più inafferrabile, ma potrebbe emergere sempre più decisiva nel prossimo futuro. La Cina sta crescendo in autocoscienza della propria cultura. Non a caso Xi Jinping insiste e proclama la necessità di «cinesizzare» ogni dimensione della società e, tendenzialmente, anche i rapporti internazionali. In questo orizzonte di superpotenza entra anche la sfera religiosa. Essa deve assumere tratti di fedeltà nuova, cioè inserirsi positivamente nel processo di riconoscimento della priorità Cina in ogni ambito, compresa la sfera spirituale. Come dire: il cattolicesimo sarà innanzitutto «cinese» per essere accettabile, avvolta in una quasi-religiosità civile post-marxiana, post-maoista. Potrebbe anche divenire post-cattolica e post-cristiana?

Il pensiero del card. Parolin risponde con alcuni parametri prudenziali. Intanto ribadisce che accordi possibili con la Cina richiederanno molta gradualità, nel tempo e nei contenuti: «Certamente, il cammino avviato con la Cina attraverso gli attuali contatti è graduale ed ancora esposto a tanti imprevisti, così come a nuove possibili emergenze. Nessuno, in coscienza, può dire di avere soluzioni perfette per tutti i problemi. Occorrono tempo e pazienza, perché si possano rimarginare le tante ferite personali inflitte reciprocamente all’interno delle comunità. Purtroppo, è certo che ci saranno ancora incomprensioni, fatiche e sofferenze da affrontare». Non è dunque in questione un progetto impegnativo a tutto campo quale potrebbe richiedere la stipulazione di un concordato.

Occorre comunque tener aperto un canale sia pur ridotto di comunicazione. Se prima, a proposito della fiducia verso Roma, il discorso era accorato, qui regna la prudenza e la cautela. Un discorso decisamente pragmatico. Sotto la cenere arde però il fuoco di un’antica tradizione diplomatica, quale si espresse già ai tempi dell’apertura di discorso con i paesi dell’Est europeo: i regimi passeranno, ma la fede resterà.

Rimangono in ogni caso altri interrogativi sia sul versante dell’interlocutore politico, sia sul versante della vita della Chiesa. Sul versante politico: se l’interlocutore è Roma, che ne sarà della potente struttura dell’Associazione patriottica? E del sinodo «ufficiale» dei vescovi, ancora recentemente unica interfaccia della Chiesa? Sul versante religioso: eventuali accordi solo da comunicare ad esito raggiunto o prima e durante? E come? Al momento nessun canale è accessibile al Vaticano verso le comunità cinesi. Infatti è quasi del tutto ignoto ciò che l’insieme dei vescovi, dei preti e delle comunità pensi intorno a questi tentativi di dialogo. Ciò è aggravato dal fatto che pronunciamenti in merito potrebbero essere assai problematici se non rischiosi nelle condizioni attuali.

Infine rimane sullo sfondo dell’intervista uno spettro che va oltre le opinioni esplicite e correnti sul caso specifico dei rapporti ufficiali tra Cina e Chiesa cattolica. Si avverte la tendenza in alcuni ambiti dentro e fuori la Chiesa cattolica a sollevare dubbi frontalmente sul magistero di questo Papa a partire da qualsiasi ambito occasionale. In questo caso si parla di «svendita» della Chiesa al regime, ma si allude a chi ne è diretto promotore, cioè al Papa.

Così, quella che a prima vista senz’altro appare (ed è) una straordinaria opportunità storica, un’inedita frontiera di rinnovata universalità della Chiesa cattolica, tanto attesa e voluta dai predecessori, si può trasformare in un ulteriore terreno di confronto interno alla Chiesa cattolica, rendendo esplicite sul versante cinese obiezioni che da tempo avvolgono l’operato di Papa Francesco. Fuori di metafora, la linea della Santa Sede (e personalmente del Papa) parrebbe troppo arrendevole, incurante della tradizione se non deviante. In definitiva inaffidabile e addirittura superficiale.

Ma, all’opposto, c’è chi teme si possa mai ripetere l’infausta occasione perduta nel Settecento, quando anche per tensioni interne alla Chiesa si dissolse quasi nel nulla la straordinaria opportunità di radicare saldamente il cristianesimo in Cina.

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