Quarant’anni dal 1978, l’assassinio del maresciallo Berardi

Anniversari –  Anni di piombo, il 10 marzo di 40 anni fa a Torino l’agguato mortale in corso Belgio. Poi venne l’assassinio di Aldo Moro a Roma, le stragi del terrorismo in tutta Italia

350

Quarant’anni fa, il 1978 fu un anno cruciale, traumatico, incalzante: la strage di via Fani, la prigionia e l’assassinio di Aldo Moro; l’approvazione della legge di aborto; le dimissioni forzate del presidente della Repubblica Giovanni Leone e l’elezione di Sandro Pertini; i tre papi Paolo VI, Giovanni Paolo I, Giovanni Paolo II; l’ostensione della Sindone.

A Torino il 10 marzo 1978 alla fermata del tram 16 in corso Belgio, i terroristi uccidono Rosario Berardi, maresciallo di Pubblica Sicurezza dell’antiterrorismo, una vendetta contro il primo processo, iniziato il giorno precedente nell’ex caserma Lamarmora, ai capi storici delle Br. La famiglia Berardi è di Bari dove l’arcivescovo di Torino Anastasio Alberto Ballestrero era stato arcivescovo nel 1973-1977: va a confortare la vedova e i figli e in quei tormentati anni non volle mai la scorta. Dopo l’assassinio del maresciallo rivolge una serie di appelli: «Cacciare l’odio e la violenza dalla vita della nostra città» («La Voce del Popolo»); «Finiscano i giorni dell’odio» (Renato Romanelli, «La Stampa»): «Odio, violenza ed egoismo non vinceranno» (omelie pasquali).

A Roma l’11 marzo 1978 il dc Giulio Andreotti costituisce il suo IV governo. Il 16 marzo lo deve presentare in Parlamento: alle 9,11 in via Mario Fani, angolo via Stresa, le Brigate Rosse rapiscono l’on. Aldo Moro, presidente della Democrazia cristiana, e sterminano i cinque della scorta. Camera e Senato votano subito la fiducia al monocolore Dc con l’appoggio esterno – per la prima volta dal 1948 – del Pci di Enrico Berlinguer. Dc e Pci, partiti egemoni nella vita politica, già nel 1976 avevano vinto le elezioni politiche ma in Parlamento non c’era maggioranza e le consultazioni di Leone al Quirinale durarono quattro mesi. Poi il Pci votò la «non sfiducia», cioè l’astensione, all’Andreotti III.

Papa Paolo VI, amico di Moro dai tempi della Fuci, supplica invano gli «uomini delle BR: liberatelo senza condizioni». Devastante la prigionia di 55 giorni dell’uomo perno della vita politica: è sottoposto a un processo politico dal «Tribunale del popolo» e giustiziato. Il 9 maggio alle 13 la telefonata delle BR: «In via Caetani c’è un’auto rossa con il corpo». La salma è nel bagagliaio del mezzo parcheggiato tra le sedi Dc in piazza del Gesù e Pci in via Botteghe oscure. Spontaneamente 40 mila torinesi manifestano in piazza San Carlo contro il terrorismo e a sera affollano il Duomo e piazza San Giovanni per la Messa funebre di Ballestrero.

Sotto la pressione della cultura laicista, radicale, femminista e socialcomunista, con il potente appoggio dei giornali laici e con la spinta emotiva della «vicenda Icmesa» di Seveso (Milano), il 18 maggio 1978 il Parlamento approva la legge sull’interruzione volontaria della maternità, in vigore dal 5 giugno. Ironia della politica: sono dc a firmare la legge: il presidente della Repubblica Leone, il presidente del Consiglio Andreotti, il ministro della Sanità Tina Anselmi. Paolo VI e la Conferenza episcopale ribadiscono la condanna con le parole della «Gaudium ed spes» del Concilio Vaticano II: «L’aborto e l’infanticidio sono delitti abominevoli». Da allora è strage continua di aborto legale.

Il 15 giugno 1978 epilogo anticipato per Leone al Quirinale. A succedergli l’8 luglio il Parlamento elegge – al 16° scrutinio con 832 voti su 995 – il socialista 82enne Sandro Pertini, il presidente più amato dagli italiani, amico di Papa Wojtyla. Le dimissioni sono una conclusione traumatica dopo le accuse di tangenti sugli aerei Lockheed e in seguito alla sfiducia dei partiti con alla testa la sua Dc. Le accuse si riveleranno infondate: «Antelope Cobbler» non è Leone. Ma il proposito dei comunisti e dei radicali di metterlo in stato di accusa e una violenta campagna di stampa, orchestrata da «l’Unità» e «l’Espresso», lo convincono a togliere il disturbo. Vittima della politica e dei media, non subisce nessuna condanna giudiziaria. Solo i radicali Marco Pannella ed Emma Bonino faranno il «mea culpa». Per la tangente che la multinazionale statunitense gira ai partiti per far acquistare all’Aeronautica militare una flotta di C 130 gli ex ministri della Difesa Mario Tanassi (Psdi) è condannato e Luigi Gui (Dc) è assolto.

In una Torino plumbea, dove regna la paura del terrorismo, l’arcivescovo Ballestrero decide di esporre la Sindone come segno di speranza. Nella conferenza stampa del 4 febbraio 1978 e ai collaboratori la consegna è: «Bisogna che aiutiamo la gente a uscire dall’angoscia del terrorismo».

Si accavallano l’ostensione della Sindone in Duomo e l’estate dei tre Papi. Paolo VI scrive una stupenda lettera a Ballestrero sulla «felice circostanza per meditare sulle sofferenze di Cristo». È uno dei suoi ultimi testi: il 6 agosto 1978 muore a Castel Gandolfo. Ballestrero e il predecessore Michele Pellegrino partecipano ai funerali ma  al Conclave va solo Pellegrino perché Ballestrero non è ancora cardinale. Il 26 agosto 1978 la «fumata bianca» per l’elezione del cardinale Albino Luciani, patriarca di Venezia: Giovanni Paolo I è eletto nell’ora in cui a Torino comincia l’ostensione. Nella notte del 28-29 settembre l’improvviso decesso, dopo 33 giorni di pontificato.

Il 16 ottobre1978 l’elezione del cardinale arcivescovo di Cracovia Karol Wojtyła, polacco di 58 anni. Il 1° settembre era venuto alla Sindone e a chi scrive aveva dichiarato: «La Sindone è una stupefacente testimonianza che ci parla, nel suo silenzio, in maniera meravigliosa».

Il successo dell’ostensione (26 agosto-8 ottobre 1978) si spiega con i 45 anni di assenza (dal 1933) di un’ostensione. Il bilancio è fantastico: 3 milioni di visitatori (presunti); 15 mila pellegrinaggi organizzati; 20 cardinali e 200 vescovi; migliaia di preti, religiosi e religiose; una ventina di pastori anglicani, metropoliti e pope ortodossi; 1.000 volontari testimoni dello stupore e della devozione di tanta gente per «la più formidabile effigie che mai l’umanità abbia desiderato di poter contemplare» come si espresse il libero pensatore Filippo Burzio.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

20 − uno =