Torino ricorda Lia Varesio, “l’angelo dei barboni”

Dieci anni dalla morte – Il ricordo di Marco Gremo, presidente della Bartolomeo & C., l’associazione che la Varesio fondò nel 1979 a sostegno dei senza tetto dopo la morte per assideramento di un senza dimora, Bartolomeo, appunto

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Lia Varesio

«Voglio donare tutta me stessa al mio prossimo per glorificare Dio. Mi sforzerò di scoprire in ogni persona un riflesso della santità, e ne trarrò una virtù per servirmene come base di lancio ogni volta che la mia vita apparirà vuota, ogni volta che sarò nell’aridità». Era il dicembre del 1966 ed è uno degli scritti del «diario spirituale» di Lia Varesio morta l’11 marzo del 2008 dopo una vita interamene dedicata ai poveri di Torino, a quegli ultimi in cui sapeva scorgere il volto di Dio e per questo non li abbandonava mai. Un «diario» che come ricorda Marco Gremo, al suo fianco dagli anni ‘70 e oggi alla guida della Bartolomeo & C che Lia fondò nel 1979 «era il suo tesoro nascosto e che oggi è la nostra ricchezza».  Parole scritte giorno dopo giorno e scoperte dopo la sua morte che hanno gettato una luce ancora più intensa sulla sua figura, ma che non hanno stupito chi la conosceva «perché per noi era già una persona speciale». Parole, pensieri, preghiere che insieme alle tante testimonianze che continuano ad arrivare e alimentano la convinzione tra gli amici e i volontari che per Lia si possa aprire a livello ecclesiale il percorso per verificarne la santità. «Per noi», racconta Gremo, «lo era», così come per chi incontrava la notte lungo le strade della città, per chi la cercava nella disperazione e nella più totale emarginazione e vi trovava accoglienza e tenerezza, «tanto che era commovente vedere come certi omoni che a tanti facevano paura, se la abbracciavano». «Una sera, solo per citare uno dei mille esempi possibili, la chiamarono dall’ospedale per un senza dimora che non parlava, non riusciva a comunicare: lei arrivò e tra carezze, sguardi e parole riuscì a farlo esprimere…fu impressionante. In lei anche i più disperati trovavano un modo per uscire dall’isolamento, per intravvedere un po’ di luce in vite distrutte dall’alcool, dalla droga, da condizioni di degrado estreme, da anni di manicomio. Era così perché non si sentivano giudicati, perché sapeva stare loro accanto. Si sedeva per terra, li ascoltava, usava con loro la terapia dell’amore».

Classe 1945 affetta da una grave forma di scoliosi lavorò alla Fiat fino al 1980 quando il sindaco Diego Novelli la chiamò in Comune per aprire il primo ufficio comunale in Italia dedicato ai Senza dimora. Per loro lavorava di giorno e offriva tutto il resto del suo tempo libero con la «Bartolomeo» fondata con il nome di un senza dimora trovato morto di freddo una notte, affinchè nessuno dei barboni che affollavano la stazione, che vivevano sotto i ponti si trovasse a morire da solo, nell’indifferenza. Con il primo gruppetto di volontari dell’associazione (6 persone, oggi una trentina) faceva le ronde ogni notte, poi ottenne uno spazio per l’ascolto e l’incontro con i senza dimora che sempre più andavano a cercarla: prima un locale in affitto all’interno della stazione di Porta Nuova, poi due stanze che si affacciavano su via sacchi e infine a sede attuale di in via Camerana, sempre nei pressi della stazione.  Con il tempo riuscì ad aprire il dormitorio «il bivacco» e dopo la sua morte è stata avviata la convivenza guidata «campo base» e continua ogni giorno l’attività di ascolto, accompagnamento aiuto del centro diurno di via Camerana. «Lia aveva iniziato con le ronde e poi piano piano cercava di trovare aiuti, ascoltava le varie  necessità distribuiva cibo, vestiti ma soprattutto voleva restituire a ogni povero la sua dignità. Così organizzava gite, pranzi, riuscì anche a convincere il cardinale Ballestrero a portare a Lourdes con un pellegrinaggio diocesano un centinaio di senza dimora e fu impressionante vedere le lacrime alla Grotta di persone che non entravano in chiesa da una vita. Pellegrini tra gli altri, come gli altri…».

Donava con generosità e coerenza e sapeva chiedere senza timore, usava severità, rigore, fermezza. «Poteva esigere aiuti, denunciare gli sprechi e provocare le coscienze perché lei non possedeva nulla (‘l’unica ricchezza è il bene fatto’),  sapeva usare la tenerezza ma non si lasciava sfruttare, perché il suo obiettivo era il bene dell’altro e questo poteva comportare risposte dure, frasi taglienti, non usava mezzi termini…Ti sgridava ma ti amava subito dopo».

Indomabile e instancabile per difendere e promuovere i diritti dei suoi poveri, dei tanti «salvati» anzitutto con l’accoglienza del cuore come testimonia Juri che soltanto 2 anni fa sente ancora così vivo il suo ricordo da scrivere alla Bartolomeo: «Lia grazie a te sono vivo perché anni fa quando ero in mezzo alla strada tu mi hai aperto la porta e mi hai accolto bene. Ora sto bene, ma se Dio non mi faceva incontrare te ora non sarei salvo».

La chiamavano l’angelo dei barboni perchè a tutti sapeva far scorgere un pezzo di cielo: «ogni sera», conclude Gremo, «ogni giro notturno iniziava con la preghiera, ma per lei ogni azione era un dialogo continuo con Dio che partiva dalle azioni,  perché come spesso diceva  ‘Non dobbiamo fare da spettatori, ma chiederci cosa stiamo facendo concretamente per gli altri. Se il nostro fratello non ce la fa da solo a portare la croce noi abbiamo il dovere di aiutarlo’».

Un aiuto che Lia – ne sono certi i volontari e tanti senza dimora – continua a dispensare perché scrive ancora Juri  «Tu rimarrai per sempre nel mio cuore, tu vivi, anche se spiritualemente, sei con noi»

Per conoscere la figura di Lia: www.liavaresio.it

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