25 aprile: la storia di don Marabotto, prete in galera

Memoria – Don Giuseppe Marabotto, sacerdote di Mondovì, racconta la propria storia in «Un prete in galera», pubblicato da Gribaudo nel 1953, miniera di notizie su partigiani e clero nella Resistenza: «dopo i tragici avvenimenti di Boves decisi che avrei dedicato ogni energia a ostacolare l’opera nefasta dei nazifascisti»

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«Perché ho fatto il partigiano? Fino al 1943 non mi interessavo di politica. Alla caduta di Mussolini, come tanti, espirai con sollievo sperando in tempi migliori. Mi tolsero dall’inerzia i tragici avvenimenti di Boves. Una scin­tilla di quell’incendio scese nel mio cuore e vi accese una fiamma. Decisi che avrei dedicato ogni energia a ostacolare in tutti i modi l’opera nefasta dei nazifascisti: essere partigiano».

Con stile scarno ed efficace e con straordinaria intensità don Giuseppe Marabotto, prete monregalese, racconta la propria vicenda in «Un prete in galera», pubblicato da Gribaudo di Cuneo nel 1953, miniera di notizie sui partigiani e sul clero nella Resistenza. Nato a Villanova Mondovì nel 1905, parroco-maestro di Thures, frazione di Cesana, in Alta Valle Susa, «Tevere 3» (nome di battaglia) nel dicembre 1943 fonda la «Banda Chabod». Non spara un solo colpo ma raccoglie le armi abbandonate nelle caserme di confine e – attraverso la «staffetta» Ines Barone, maestra a Cesana, che ogni settimana torna a casa a Giaveno – le manda ai partigiani delle Valli Chisone e Sangone. Dirige anche un servizio di controspionaggio.

Arrestato dai fa­scisti a Cesana il 26 giugno 1944, è torturato. A un tenente che gli dice: «I tedeschi hanno preparato le armi segrete e tra breve…» don Marabotto risponde: «Mi faccia il piacere! Le armi segrete! È più di un anno che se ne parla e con tutta la loro forza e le loro armi segrete hanno cominciato a fuggire coi tacchi alzati da Addis-Abeba, Egitto, Tripolitania, Sicilia, Campania e ora sono già oltre Roma. Perché non si fermano e puntano le armi segrete? Cosa attendono? Vendono fumo per gli imbecilli e io non sono tra quelli che prestano fede a simili fandonie».

Trasferito a Torino, rixorda «il trattamento duro sotto le grinfie dei nazifascisti» in via Asti, Questura, Albergo Nazionale, Caserma Cernaia. Processato dal Tribunale fascista Co. Gu. (contro guerriglia), è condannato a morte. Alle insolenze e volgarità delle «ausi­liarie» e sotto tortura prega Dio di dargli la forza di resistere, di non parlare, di non tradire. Nel «Buco» (cella di punizione) trascorre quella che reputa l’ultima notte. Ma la fuci­lazione è rimandata. Con il nuovo nome di battaglia «Ramon», attraverso il fedele luogotenente «Bill», fa giungere messaggi ai partigiani.

«È uno dei sacerdoti che sotto la stola e la Croce di Cristo, sentirono e vissero la fedeltà alla Patria; uno dei preti che testimoniarono in montagna, in carcere e nelle carni martoriate l’amore di Patria» testimonia l’on Silvio Geuna, altra luminosa figura di patriota.

In carcere incontra don Giuseppe Pollarolo, «celebre predicatore che Torino conosce per le eccellenti doti di oratore, idolo degli operai e delle folle. Ardente e generoso, non ebbe dubbi sulla via da scegliere: la causa patriottica. In mon­tagna e nelle Langhe prese contatti con i partigiani. Cadde in sospetto ai repubblichini: si era reso inviso per una predica in Duomo dopo il 25 luglio: parlò dei “quadri del duce che correvano per le strade”. I fascisti giurarono di fargliela pagare». Don Pollarolo è arrestato nell’Alessandrino: «I tedeschi lo scambiarono per un falso prete. Mentre lo conducevano con un mitra puntato sulla schiena, un ufficiale gli ordinò di dire il “Confiteor”». Evidentemente don Pollarolo lo sapeva bene.

Don Luigi Ricceri, ispettore dei Salesiani e futuro rettor maggiore, è arrestato «e fu messo nella mia cella, il primo compagno dopo la condanna a morte». La sua colpa? Chiedere spiegazioni dell’arresto del salesiano don Michelangelo Fava, direttore del collegio di Lombriasco.

Altri compagni di cella: don Angelo Salassa, cassiere della Curia, cappellano dei partigiani in Valle Sangone, ferito e arrestato in un rastrellamento a Giaveno; don Eraldo Canale, «bravo predicatore e un bell’uomo», viceparroco di San Massimo, con il parroco Pompeo Borghezio, «lavorava attivamente in parrocchia e nel Comitato di liberazione nazionale di Torino. Entrambi arrestati e poi rilasciati, per precauzione don Canale veste in borghese e prende il nome di professor Ventura».

Singolare la vicenda di don Giovanni Dadone, parroco di Murazzano, arcivescovo di Santa Severina (Crotone) in Calabria, infine vescovo di Fossano. Marabotto e Dadone sono coetanei e allievi del Seminario di Mondovì: «Undicenne, era alto e slanciato, io più piccolo. Per quattordici anni fummo insieme e sacerdoti nel 1931. Lo chiamavano “Sua Altezza” per l’alta statura e l’elevatezza morale. Parroco dal 1938, a Murazzano facevano capo le formazioni partigiane del comandante Mauri. L’unica autorità rimasta a difendere e aiutare la popolazione era il parroco». Il 4 aprile 1944 in una casa è ferito un tedesco. Per vendetta i nazisti vogliono bombardare e incendiare Murazzano: «L’arciprete Dadone, sfidando l’ira teutonica, tratta tutta la notte e riesce a scongiurare la rappresaglia». I tedeschi prendono in ostaggio 14 uomini e li portano a Ceva: «L’arciprete va a trattare. Tanta è l’eloquenza che sottrae quei poveretti alla fucilazione». Il 15 novembre  1944 i tedeschi entrano a Murazzano, saccheggiano le case e arrestano 24 padri di famiglia. Don Dadone riesce a liberarli.

Altri preti torinesi cappellani dei partigiani sono: don Piero Giacobbo, don Giuseppe Pipino, don Carlo Chiavazza, don Giovanni Battista Gallo, don Baldassarre Brossa, don Piero Valenti, il salesiano Domenico Massé. Ricorda anche due preti portati in Germania nel campo di concentramento di Dachau: il domenicano albese Giuseppe Girotti «che morì di stenti e maltrattamenti nel campo del dolore», beato dal 2013, e il cuneese don Angelo Dalmasso «che ebbe la ventura di ritornare».

Commosse pagine il prete monregalese dedica al cardinale arcivescovo di Torino Maurilio Fossati, al segretario don Vincenzo Barale, a padre Ezio Sommadossi, missionario della Consolata e cappellano delle Nuove: «Il cardinale scrisse subito varie lettere che padre Sommadossi recò a destinazione. L’intervento in mio favore ebbe grande importanza. L’alto commissario per il Piemonte, Paolo Valerio Zerbino, ascoltò la fiera e dignitosa protesta per la condanna di un prete. Fossati notificò con energia al rappresentante di Mussolini che gli era stato tenuto celato il mio processo e la mia condanna: secondo il Concordato, doveva essere informato dall’autorità politica e giudiziaria dei procedimenti a carico di sacerdoti. Era un sistema di illegalità che censurava. Pare che Mussolini fosse perplesso: avrebbe preferito che la cosa gli fosse comunicata a fucilazione avvenuta. Si sarebbe poi scusato e anche lagnato di non essere stato informato per tempo e di non aver potuto intervenire. Il duce decise di sospendere la mia fucilazione, ma non volle graziarmi. Sospeso tra la speranza della salvezza e il timore di non vedere il sole dell’indomani stetti fino alla Liberazione, sei mesi e tre giorni».

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