In Piemonte 25 mila stranieri salvano la nostra agricoltura

Senza immigrati la campagna si fermerebbe –  Nella regione piemontese apre la raccolta delle frutta ma gli imprenditori agricoli non trovano braccianti italiani, 8 su 10 saranno stranieri. Parla il direttore di Coldiretti Torino Michele Mellano

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Senza lavoratori stranieri le aziende agricole piemontesi si fermerebbero. Il 70% dei braccianti arriva dall’estero e il dato si impenna con i lavoratori stagionali che in queste ultime settimane di maggio stanno raggiungendo le nostre campagne: 8 su 10 sono stranieri. «Gli italiani non vogliono fare questo mestiere faticoso – spiega Michele Mellano, direttore di Coldiretti Torino – Così le aziende agricole e gli allevatori assumono personale fra le migliaia di rumeni, indiani, marocchini che sono in cerca di occupazione. Stranieri, extracomunitari: ecco chi manda avanti l’agricoltura piemontese.

Direttore Mellano, quanti sono gli immigrati impiegati nelle nostre campagne?

In Piemonte circa 25 mila. Per metà sono dipendenti a tempo indeterminato, per metà lavoratori stagionali.

Quale il dato nazionale?

L’anno scorso sono stati censiti 345 mila braccianti, di 150 Paesi del mondo.

Stiamo parlando di lavoratori assunti regolarmente?

Sì, parliamo di  lavoratori in regola con i contratti. Sull’eventuale sommerso non abbiamo dati, ma stimiamo che stia calando; Coldiretti ha combattuto grandi battaglie contro l’illegalità, contro il caporalato.

Perché si dice che gli immigrati tolgono lavoro agli italiani?

Nel settore agricolo è certamente falso. Gli immigrati suppliscono al vuoto lasciato dagli italiani.

Perché gli italiani non voglio svolgere i lavori della terra?

Precisiamo: le aziende agricole piemontesi continuano ad essere rette da coltivatori  italiani e dalle loro famiglie. Sono però stranieri, in larga maggioranza, i braccianti assunti come dipendenti. Come ho detto, occupano i posti lasciati vuoti dagli italiani che non vogliono più svolgere i lavori della terra, considerati forse troppo faticosi o poco remunerativi. E dire che in questo settore si troverebbe occupazione! Da un paio d’anni stiamo registrando una piccola ripresa di interesse fra i giovani: alcuni ragazzi italiani tornano alla terra, ma si tratta di numeri contenuti. Certo i giovani sono stati penalizzati dall’abolizione dei voucher…

In che senso?

Fino a due anni fa i giovani studenti interessati a svolgere lavori stagionali, d’estate, venivano spesso pagati con il sistema dei voucher. Era una modalità comoda e vantaggiosa per le aziende, incoraggiava un certo movimento di lavoratori molto giovani, ma oggi questo sistema  è stato abolito. E gli studenti si vedono molto meno. Stanno in compenso aumentando i giovani che scelgono gli studi agrari, superiori e universitari, vedremo se aiuteranno a ripopolare le campagne.

Dove si concentrano i braccianti stranieri in Piemonte?

Soprattutto nella zona delle vigne (l’astigiano) e delle coltivazioni di frutta (il cuneese, che assorbe il 60% di questi lavoratori). Ma operano anche nel torinese, verso Pinerolo o nelle campagne di Vigone, Cavour, zone di grandi allevamenti bovini.

Quali settori impiegano immigrati?

Innanzi tutto il settore ortofrutticolo: è un grande mondo che si mette in moto a fine maggio con la raccolta di albicocche e ciliegie, termina a ottobre con i kiwi. Serve manovalanza anche nelle vigne, ma qui gran parte della domanda si concentra in autunno nelle 2-3 settimane della vendemmia. L’attività non si riduce alla raccolta della frutta, ha bisogno di molte braccia anche la fase della potatura. C’è poi il settore zootecnico, che impiega in modo specifico i lavoratori indiani, abili nella mungitura. Rumeni e macedoni prevalgono nelle attività di pastorizia.

Quali nazionalità sono più rappresentate?

I braccianti rumeni rappresentano il 30%. Seguono indiani (8-9%), marocchini, albanesi, polacchi, bulgari, tunisini.

Come è organizzata la vita degli immigrati nelle campagne?

Gli imprenditori che ottengono personale straniero nell’ambito dei flussi programmati dal Governo devono garantire l’ospitalità, e molti si sono attrezzati in questo senso, offrono alloggio ai propri lavoratori. C’è però la situazione dei lavoratori che girano l’Italia senza essere chiamati dalle aziende: si spostano durante l’anno da una località all’altra, in funzione dei ritmi delle diverse coltivazioni, e offrono il proprio lavoro. Queste persone spesso non sanno dove dormire.

Come risolvono?

In alcuni casi provvede il datore di lavoro. Ma centinaia di braccianti o di persone che le aziende non assumono subito, oppure non assumono per niente, restano senza tetto. Nel caso delle campagne di Saluzzo, che io conosco più direttamente, parliamo di centinaia di persone senza sistemazione. Provvedono ad essi i Comuni attrezzando strutture di accoglienza; cerca soluzioni Coldiretti; molto fa la Caritas con una apposita tensostruttura.

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