50 anni fa la Primavera di Praga stroncata dai sovietici

22 agosto 1968 –  La Cecoslovacchia trema al rombo sferragliante dei carri armati sovietici e dei Paesi comunisti «fratelli» che a macchia d’olio la invadono e la occupano: 220 mila uomini e 5 mila carri armati

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«La Stampa», cinquant’anni fa, il 22 agosto 1968 uscì con questo titolo a 9 colonne: «La Cecoslovacchia è occupata dai russi. Dubcek e il governo arrestati, la Camera invasa» con un editoriale di Ferdinando Vegas «I nemici della libertà». Così tutti i giornali all’alba del 21 agosto 1968 la Cecoslovacchia trema al rombo sferragliante dei carri armati sovietici e dei Paesi comunisti «fratelli» che a macchia d’olio la invadono e la occupano: 220 mila uomini – 200 mila russi e 20 ventimila dei «satelliti» del Patto di Varsavia – e 5 mila carri armati.

Nel 1968 era sbocciata la «primavera di Praga». Il 5 gennaio sale al potere il riformista slovacco Alexander Dubcek. Segretario del Partito comunista cecoslovacco, promuove il «socialismo dal volto umano». A marzo il Comitato centrale del partito parla di «democratizzare il sistema» e di libere elezioni e abroga la censura. I giovani hanno fretta. L’inattesa libertà li ubriaca: «Tre mesi fa bastava prendere in mano un gessetto per finire in prigione». Le «mummie» del Cremlino non sono affatto contente: Leonid Breznev, onnipotente segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica e capo supremo dell’Urss; Michail Andreevic Suslov, secondo segretario del Comitato centrale del Pcus, numero due, arcigno e gelido custode dell’ortodossia comunista; Aleksej Nikolaevic Kosygin, primo ministro.

E dire che Breznev chiama affettuosamente «il nostro Sasha» Dubcek – la parola «dubcek» in russo vuol dire «piccola quercia» – che parla correttamente il russo perché è vissuto in Urss 13 anni. Il 3 agosto 1968 a Bratislava si consuma il tradimento: Dubcek incontra Breznev e Suslov e pensa di aver allontanato il pericolo. Invece quegli uomini dagli occhi gelidi hanno già deciso di lasciar la parola ai carri armati e Dubcek non lo sa. E dire che Lenin sosteneva: «È impossibile pensare a un conflitto tra due Paesi socialisti»

I russi incontrano una resistenza non violenta, più tenace del previsto. Contro i cannoni i giovani sventolano le bandiere. Migliaia di manifestini gialli i inondano le strade di Praga e della Cecoslovacchia con i «dieci comandamenti del cittadino cecoslovacco»: «1) Non tradirò mai l’idea della democrazia, della libertà, della sovranità e del socialismo umanitario; 2) Non riconoscerò che il generale Ludwig Svohoda come presidente e Alexander Dubcek come capo del Comitato centrale; 3) Non seguirò i consigli di altre persone; 4) Non mi darò pace finché non avrò scoperto chi attenta alla sovranità della mia Patria; 5) Non dimenticherò questo colpo di forza ipocrita; 6) Vigilerò per essere informato di negoziati che riguardano il mio Paese; 7) Sarà mio alleato o amico solo chi riuscirà a convincermi con le sue azioni; 8) Risponderò con calma, decisione e buon senso a qualunque violenza; 9) Rimarrò un uomo degno, anche se altri mi negano questa dignità; 10) Non dimenticherò né la Montagna bianca (rivolta dei praghesi soffocata nel sangue nel 1620, n.d.r.) né il 15 marzo 1939 (le truppe di Hitler invadono la Cecoslovacchia, n.d.r.) né il 21 agosto 1968».

Simbolo della resistenza è il ventenne Jan Palach, studente di filosofia all’Università Carlo IV di Praga: il 16 gennaio 1969, per protesta, si brucia in piazza San Venceslao. Arrestato e portato in Urss, Dubcek viene reinsediato a condizione che imponga di nuovo il comunismo. Nel 1969 si dimette da segretario ed  è eletto presidente del Parlamento. A dicembre è inviato ambasciatore in Turchia. Espulso dal partito nel 1970, si guadagnerà da vivere come guardia forestale. La sinistra italiana è spiazzata e si divide: il Pci condanna l’invasione sovietica; il Partito socialista di unità proletaria (Psiup) la esalta.

Paolo VI esprime subito dolore e protesta. All’udienza generale di mercoledì 21 agosto1968, si rivolge a un gruppo di cecoslovacchi: «Apprendiamo dalla lettura dei giornali di questa mattina che gravi avvenimenti incombono sulla Cecoslovacchia e suscitano grande trepidazione nel nostro animo, che condivide quella che invade tutta la Nazione e turba l’opinione pubblica del mondo. Vogliamo sperare che siano scongiurati conflitti di violenza e di sangue e che non sia offesa la dignità e la libertà di un popolo geloso dei suoi destini. Facciamo voti che la saggezza prevalga su ogni motivo di conflitto e che la pace possa essere assicurata alla civile convivenza»

Mons. Pasquale Macchi, segretario di Papa Montini, nel bel libro «Paolo VI nella sua parola» racconta che «erano allora frequenti gli incontri del Papa con i pellegrini cecoslovacchi: alle sue parole di saluto e conforto, si notava la loro commozione e si percepiva quasi una particolare intesa. In lui ritrovavano la speranza, nonostante le sofferenze e l’impossibilità di vivere la libertà religiosa e civile. Una volta una bambina si staccò dal gruppo e si gettò tra le braccia del Papa: sembrava che la Nazione si affidasse alla paternità di Paolo VI».

Il 14 febbraio 1969 presiede in San Pietro la commemorazione dell’XI centenario della morte di San Cirillo patrono, con il fratello Metodio, dei popoli slavi. Paolo VI si rivolge ai pellegrini cecoslovacchi: «Dite ai vostri connazionali che il Papa li ama, li ricorda, li affida nella preghiera, alla protezione della gloriosa Madre di Dio e all’intercessione dei Santi Cirillo e Metodio». È presente il cardinale Giuseppe Beran. Perseguitato dai nazisti, si salva dal lager di Dachau; arcivescovo di Praga dal 1946, è arrestato nel 1949 dai comunisti e, senza processo, è privato di ogni diritto e isolato dal mondo. Il 25 gennaio 1965 Paolo VI lo crea cardinale. Questo fatto costringe i comunisti a liberarlo, a condizione che non torni più in patria. Mons. Agostino Casaroli, «ministro degli Esteri» vaticano, incontra Beran e il suo successore Frantisek Tomasek: in un colloquio che si svolge in silenzio e per scritto nel timore di microfoni nascosti. Beran, per il bene della Chiesa, cede e lascia la sua terra. Montini lo riceve in Vaticano e gli esprime riconoscenza per la sua coraggiosa difesa della fede e la ferma adesione alla sede di Pietro.

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