A Roma si discute. E in Europa governano Francia e Germania

Analisi – Dopo aver atteso per sei mesi la formazione del governo di Angela Merkel, ora la coppia franco-tedesca sembra abbia deciso di accelerare nel processo di integrazione comunitaria, mentre la politica italiana è in mezzo al guado e quella spagnola prigioniera del rompicapo catalano

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Narra Tito Livio nelle sue “Storie” che “mentre a Roma si discute, Sagunto viene espugnata”. L’episodio si riferisce alla seconda guerra punica, durante la quale la città spagnola assediata di Sagunto viene espugnata da Annibale mentre a Roma si discute sul da farsi.

Accadeva oltre 2300 anni fa, ma quella vicenda potrebbe essere evocata nell’attuale congiuntura politica italiana nella quale a Roma si discute se sia possibile formare un governo o se non convenga tornare alle elezioni, con il rischio di trascinare ancora a lungo le discussioni.

Intanto altrove il mondo non aspetta e non aspetta nemmeno l’Unione Europea, pure così abituata a tergiversare, quando in ballo sono gli interessi di Paesi come la Germania e la Francia, insieme intenzionati ad espugnare Bruxelles e le Istituzioni comunitarie, prima che cedano sotto i colpi di risultati elettorali favorevoli agli euroscettici in crescita, come nel caso recente dell’Ungheria di Orban, sulla scia dei risultati prima austriaci e poi italiani.

Dopo avere a lungo atteso per sei mesi la formazione del governo di Angela Merkel, adesso la coppia franco-tedesca sembra abbia deciso di accelerare nel processo di integrazione comunitaria, poco importa – anzi, meglio così – se la politica italiana è in mezzo al guado e quella spagnola prigioniera del rompicapo catalano.

Di qui al Consiglio europeo di fine giugno ferveranno i preparativi della “road map” che dovrebbe portare a un rafforzamento economico e politico dell’eurozona, in coincidenza con l’avvio del negoziato per il “quadro finanziario 2012-2027”, alla vigilia dell’uscita della Gran Bretagna dall’UE e delle elezioni per il Parlamento europeo nella primavera 2019, dalle quali dipenderanno anche le nuove nomine, nella seconda metà dell’anno, dei massimi responsabili delle Istituzioni europee per i prossimi cinque anni.

E’ superfluo osservare che difficilmente un governo dimissionario come quello di Gentiloni può affrontare con autorevolezza temi come questi, non proprio di ordinaria amministrazione; una difficoltà che avrebbe comunque anche un nuovo governo appena insediato, tanto più se fosse tentato da una rottura con la tradizionale linea filo-europea dell’Italia.

Proprio a questo proposito molti sono gli interrogativi che si pongono a Bruxelles sul futuro “europeo” dell’Italia, anche se sono stati progressivamente smorzati, già in campagna elettorale, i toni aggressivi verso l’UE della Lega e quelli, piuttosto confusi, dei Cinque stelle.

Nel frattempo Bruxelles sta sorvegliano l’andamento dei conti pubblici dell’Italia, come testimonia il recente intervento di Eurostat, l’Ufficio statistico UE, che ha rilevato una variazione in negativo del deficit e del debito consolidato italiano, a seguito dei costi sostenuti per i salvataggi bancari. E’ solo un antipasto di quello che potrebbe diventare un menù molto indigesto nel caso venisse avviata una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia in assenza di una possibile manovra finanziaria correttiva, oggi sospesa come una spada di Damocle sul nostro Paese.

Intanto a maggio dovrebbe chiarirsi anche per l’UE la minaccia di Trump di imporre dazi, con il rischio denunciato da più parti, Banca centrale europea compresa, di una riduzione del commercio internazionale e di una caduta della crescita di un punto percentuale che peserebbe non poco sulla ripresa debole dell’Italia, Paese esportatore del tutto inerme se dovesse rispondere da solo alla minaccia americana.

Tutti rischi difficilmente sostenibili sul lungo periodo per l’Italia, se fosse tagliata fuori dalle nuove dinamiche in corso nell’UE, avviata verso un’Europa a più velocità, nella quale il nostro Paese finirebbe per contare poco.

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