A Torino la Resistenza di don Giuseppe Garneri

25 aprile/2 – Don Giuseppe Garneri, parroco del Duomo di Torino, «come persona di fiducia dell’arcivescovo Fossati, svolge una coraggiosa difesa degli ebrei e dei partigiani durante la Resistenza». Vescovo di Susa dal 1954 al 1978, muore a Torino il 15 dicembre 1998 a 99 anni

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Al centro, in basso, don Giuseppe Garneri, parroco del Duomo di Torino, nel 1945

«Sarà bene informare il prefetto che provvederemo alla necessità religiosa dei partigiani con qualche sacerdote. Se in qualche rastrellamento i nazifascisti facessero prigionieri dei sacerdoti, è meglio che sappiano che sono là per l’assistenza religiosa e pastorale». Un giorno del settembre 1943 il cardinale arcivescovo di Torino Maurilio Fossati chiama don Giuseppe Garneri, parroco del Duomo nel cui territorio c’è anche il palazzo della Prefettura: «Ho sempre tenuto i rapporti con tutti i prefetti e parecchie volte ho svolto incarichi affidatimi dall’arcivescovo in situazioni difficili». Garneri va dal prefetto Paolo Zerbino che risponde: «Bisognerà parlarne con il ministro». E don Garneri: «Sono venuto a dare una comunicazione, non a chiedere un permesso. Si tratta di assistenza religiosa e pastorale, che spetta alla Chiesa. In caso di rastrellamenti, i sacerdoti siano considerati nella loro missione».

Garneri racconta queste cose in «Tra rischi e pericoli. Resistenza, Liberazione, persecuzione contro gli ebrei: fatti e testimonianze». Nasce a Cavallermaggiore, provincia di Cuneo e diocesi di Torino, il 16 settembre 1899, prete nel 1923, parroco della Cattedrale il 20 maggio 1933. Scrive lo storico don Giuseppe Angelo Tuninetti: «Come persona di fiducia dell’arcivescovo Fossati, svolge una coraggiosa difesa degli ebrei e ai partigiani durante la Resistenza. A lui va in gran parte il merito della fondazione del settimanale “il nostro tempo” e del passaggio del settimanale “La Voce del Popolo” dai Giuseppini alla diocesi». Vescovo di Susa dal 1954 al 1978, muore a Torino il 15 dicembre 1998 a 99 anni.

Annota Garneri: «Dopo l’8 settembre 1943 cominciò e crebbe l’afflusso dei giovani nelle formazioni partigiane. Quelli di Azione Cattolica preferirono la montagna all’arruolamento fascista. Si avvertì la necessità della presenza di sacerdoti». Fossati ribadisce: «È doveroso provvedere l’assistenza religiosa e pastorale ai giovani che non obbediscono alla chiamata alle armi fatta dai fascisti e scelgono la montagna. Parecchi me l’hanno richiesto. Ora provvedo secondo i casi e le situazioni. E se qualche sacerdote sarà rastrellato, spero che avremo possibilità di difenderlo».

Il caso si presenta subito per don Giuseppe Bruno, cappellano dei partigiani mandato dal Sebastiano Briacca, vescovo di Mondovì, detenuto nel braccio tedesco delle «Nuove». Racconta Garneri: «Ebbe salva la vita perché il vescovo intervenne a confermare». In don Bruno, «prete dei ribelli», emerge uno spirito patriottico e apolitico. Un altro caso riguarda don Giuseppe Marabotto, anch’egli di Mondovì, condannato a morte dal Tribunale speciale di Torino. Il 24 ottobre 1944 Fossati scrive al prefetto Zerbino «e denunciò che gli erano stati celati il processo e la condanna mentre, secondo le leggi concordatarie, l’autorità ecclesiastica doveva essere informata di provvedimenti a carico di sacerdoti; protestò per l’illegalità; aggiunse di essere certo che la sua deplorazione avrebbe avuto il consenso della pubblica opinione».

Il parroco del Duomo recapita la missiva a Zerbino: «Seppi poi che si adoperò con intervento pronto e sostenuto presso il governo di Salò, perché la domanda di grazia venisse accolta. Non fu mai comunicata la concessione della grazia, ma la sentenza non fu eseguita e don Marabotto rimase in carcere fino al 26 aprile 1945». Fatto confermato da Marabotto in «Un prete in galera»: «Mussolini decise di sospendere la mia fucilazione, ma non volle graziarmi. Sospeso tra la speranza della salvezza e il timore di non vedere il sole dell’indomani stetti fino alla Liberazione, sei mesi e tre giorni».

Interessante anche il caso di Domenico Coggiola, medico del Mauriziano. Garneri riceve una comunicazione grave e urgente: «Dott. Coggiola cercato a morte: nascondersi o fuggire». Spiega: «Io non lo conoscevo, ma lo avvisai mediante una staffetta di sicura fiducia». Coggiola, futuro sindaco comunista di Torino, si salva grazie a un prete.

Se a Torino non ci fu lo scontro finale fra tedeschi in ritirata e partigiani padroni della città è merito anche di Fossati, secondo Garneri. Dopo il 25 aprile, mentre i tedeschi defluivano «con l’intesa di evitare imprudenze e attacchi, a Rivoli stanziavano le forze armate tedesche del generale Johann Hans Schlemmer. Corre voce che voglia passare per Torino, ma il Comando militare regionale pensò saggiamente di far presente che Torino era occupata e presidiata dai partigiani e che non era opportuno. Chi scegliere per il delicato incarico? Il card. Fossati accettò subito di fare da intermediario e il 1° maggio partì, preceduto da una staffetta, su una macchina targata S.C.V. (Stato Città del Vaticano) con una bandiera bianca. Sfidando i pericoli, si avviò verso l’area riservata alle truppe tedesche che lo scortarono fino alla sede del comando, facendolo passare fra due ali di carri armati. Il cardinale mantenne il segreto sul dialogo, ma le conseguenze furono provvidenziali. Le truppe tedesche non passarono per Torino e si diressero al Nord senza azioni belliche».

Domenica 8 luglio 1945 al Martinetto commemorazione dei caduti fucilati dai nazifascisti: «Il cardinale mi volle presente. Salii in auto con lui e il segretario mons. Vincenzo Barale. Tragitto in silenzio e raccoglimento. In vista dell’innumerevole folla al Martinetto e delle bandiere spiccatamente rosse, ruppi il silenzio: “Quanto rosso!”. Vestito di porpora, rispose: “Nessuno è più rosso di me”».

Fossati prega «per tutti i morti, i caduti sotto le bombe, le vittime delle stragi di guerra, i giustiziati. La giustizia di Dio si compie per ogni uomo dopo la morte. Per questo ogni morto è sacro e per noi sono doppiamente sacri quanti morirono per la Patria. Da Cristo imploriamo misericordia, perdono e salvezza». Ricordando la testimonianza di padre Ruggero Cipolla, cappellano delle Nuove – «I miei condannati a morte sono morti non imprecando ma perdonando» – l’arcivescovo conclude: «Ecco la grande lezione: l’odio ha tanto distrutto e tanto ucciso. Noi predichiamo l’amore che perdona, che edifica e salva. Il Padre accolga il sangue di tutti i caduti e ci sostenga nel realizzare la pace delle armi, degli spiriti, dei cuori».

Il 15 ottobre 1945 la Giunta popolare di Torino, medaglia d’oro della Resistenza, su proposta del sindaco comunista Giovanni Roveda, conferisce la cittadinanza onoraria a Fossati «con vivissima ammirazione e gratitudine di tutti i ceti della popolazione per la paterna sollecitudine con cui, durante la guerra e nel periodo clandestino, svolse l’alto ministero di fervida carità e fattivo apostolato, prodigandosi per la causa della libertà e in ogni forma di assistenza verso gli indigenti, i sinistrati, i perseguitati».

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