A Torino le foto dei profughi dalla «prigione» di Samos

Mostra – Sono esposte al Palagiustizia di Torino le foto scattate dai ragazzi confinati nel campo profughi di Samos in Grecia. Nelle immagini inedite la tragedia di popolazioni che hanno perso tutto, raccontata dall’interno: un hotspot sovrappopolato, 4.200 migranti su una capienza massima di 650 persone

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Più di 200 scatti su Kodak usa e getta, realizzati dai giovani richiedenti asilo del campo profughi di Samos, in Grecia. Immagini che raccontano l’hotspot dall’interno, come nessuno ha mai fatto prima, esposte fino al primo giugno nello spazio Cultura inclusiva del Tribunale di Torino all’interno della mostra fotografica «Attraverso i nostri occhi», nata dall’esigenza dei giovani migranti di raccontare e raccontarsi, denunciando il degrado e la disumanità in un angolo di mondo così lontano dai nostri sguardi ma situato idealmente nel ‘cortile di casa nostra’.

Il degrado delle condizioni di vita nell’hotspot greco l’ho visto e sentito sulla pelle. La disumanità dei sistemi burocratici dell’amministrazione del campo mi ha trafitto il cuore, a Samos, la prigione a cielo aperto d’Europa, quell’Europa che non vuole vedere. Sono una studentessa del Master in sviluppo internazionale a Parigi, migrante anche io. Nella pausa invernale dagli studi ho deciso di recarmi a Samos per fare volontariato e comprendere la situazione direttamente con i miei occhi. Quello che ho trovato è un campo profughi drammaticamente sovrappopolato: nonostante la capienza massima sia di 650 persone, i richiedenti asilo costretti per mesi (se non addirittura anni) sull’isola sono più di 4.200, vivendo stipati in container o in precarie tende da campeggio. La loro quotidianità è vissuta in fila: dalle 4 alle 5 ore per ricevere un pasto, fino alle 14 ore per una visita medica (il campo prevede un solo medico per 4 mila persone), spesso trascorrendo notti sul cemento per assicurarsi un pezzo di pane o un supporto sanitario l’indomani.

L’impatto psicologico è altrettanto forte: una volta arrivato sull’isola, ciascun richiedente asilo diventa un caso burocratico a sé stante. Anche chi sull’isola è arrivato con il fratellino, una volta a Samos diventa un numero primo, come i due fratellini afghani di 10 e 16 anni che, di fronte agli occhi impotenti di noi volontari, sono stati separati da un sistema cieco all’umanità: mentre il più piccolo è stato fatto partire verso una ‘casa-famiglia’ sulla terraferma, il più grande è stato lasciato sull’isola.

L’impatto psicologico, così forte da non essere neanche immaginabile, diventa così un altro male che s’infligge sulla vita delle migliaia di persone costrette a Samos. Tra la popolazione del campo circa 300 sono minori non accompagnati, lasciati in balìa di se stessi durante la loro permanenza nell’hotspot. Come loro, abbandonati dal sistema educativo greco e con la giovinezza infranta, ci sono centinaia di altri bambini, esposti quotidianamente non solo alla crudezza della vita del campo, ma anche a violenze di vario genere. Un giorno, il mio piccolo amico congolese B. di 6 anni mi ha accompagnato a ‘casa’ sua, una tenda instabile e fredda, per farmi conoscere la mamma e mostrarmi le trappole costruite. Mi ha indicato degli intrecci di corde e spago che inizialmente ho paragonato ai giochi puerili miei e di mio fratello quando, da piccoli, volevamo cacciare i mostri dall’armadio. B., però, mi ha raccontato che i mostri nel campo di Samos esistevano davvero e che ha aveva ideato le trappole per proteggere la mamma e il fratellino dai pericoli che si aggiravano la notte. Le violenze, infatti, non sono sporadiche: alcuni amici del campo mi hanno riferito di prostituzioni in cambio di pochi euro o di un pasto caldo, altri mi hanno raccontano di violenze sessuali. Parlarne, però, risulta impossibile. Tra vergogna e paura, è così che tanti mali rimangono celati, tra fango e rifiuti. Senza dar giustizia alla sofferenza di molti.

Non sono pochi i giornalisti che si sono recati a Samos per verificare le condizioni del campo. Di fotografie dei rifiuti usati come legna per scaldarsi, dei bagni inagibili e bruciati, dei ratti e serpenti nei campi dove giocano i bambini ne sono state scattate parecchie. Per la prima volta, però, ora possiamo osservare attraverso gli occhi dei giovani migranti cosa possa significare trascorrere l’adolescenza, spesso da soli, nel campo profughi di Samos. È proprio dalla necessità di raccontare di sé e dell’isola che nasce «Attraverso i nostri occhi», un progetto ideato dalla sensibilità dell’insegnante di fotografia Nicoletta Novara nella scuola dell’associazione «Still I Rise», che fornisce educazione ai giovani tra i 12 e i 17 anni costretti nell’hotspot greco.

Il progetto, nato per permettere ai ragazzi di esprimersi, diventa per noi la testimonianza più forte e autentica di ciò che sta accadendo alle porte d’Europa, di fronte al quale non possiamo più chiedere gli occhi. E quale luogo più adatto per dar loro giustizia se non un Tribunale? Ecco così che la mostra, dopo essere stata presentata al Salone del libro, è attualmente esposta al Palagiustizia nello spazio gestito dalla Garante delle persone private della libertà personale della Città di Torino (dal lunedì al venerdì dalle 8 alle 16, il sabato solo in mattinata).

Gli scatti, però, non raccontano solo delle proteste all’interno del campo, delle code per il cibo e per il dottore, del filo spinato e dei container freddi e sporchi, ma anche della speranza e dell’audacia dei giovani migranti, dell’amore tra due genitori afgani che ogni giorno vanno a guardare il mare e delle notti passate a giocare a carte con compagni di tenda. Testimonianza di preziosa umanità nella disumanità del sistema di accoglienza europeo, «Attraverso i nostri occhi» rispecchia il lavoro svolto dai volontari sull’isola, tra cui Nicolò Govoni, co-fondatore di «Still I Rise» e autore di diversi libri, tra cui «Se fosse tuo figlio», in uscita il prossimo 11 giugno. Con un coraggio ammirevole, il nuovo libro di Nicolò condanna gli abusi e le violazioni di diritti nel campo profughi di Samos dando un nome e un cognome ai responsabili principali, nella speranza di aprire i nostri occhi rispetto a ciò che accade quotidianamente nel ‘cortile di casa’.

A Samos ci sono di nuovo tornata. Sono tornata per ritrovare i miei amici e riscoprire la tenacia di vivere. Ci ritorno anche ogni giorno attraverso gli occhi dei miei giovani amici, tramite i loro scatti che testimoniano quella che verrà ricordata come una triste pagina dai libri di storia.

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