Corridoi umanitari, accolte a Torino due famiglie siriane

Dal Libano – Ci sono anche due famiglie accolte a Torino (dai Gesuiti e dalle parrocchie dell’Unità pastorale 9 – Sant’Alfonso) fra i 91 profughi siriani giunti il 25 settembre a Roma dal Libano, grazie ai corridoi umanitari promossi da Comunità di Sant’Egidio, Federazione Chiese Evangeliche e Tavola Valdese

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L’accoglienza è possibile, è creativa, contagiosa. Non si improvvisa, ma si progetta e sperimenta passo passo… Con questo spirito, mentre andiamo in stampa sta entrando nel vivo il progetto «A braccia aperte» con l’arrivo a Torino dal Libano di una famiglia siriana atterrata a Fiumicino la mattina di mercoledì 25 settembre: una coppia di genitori con due bambine di 3 e 5 anni, giunti in Italia con altri 87 profughi grazie ai corridoi umanitari.  Protagonisti del progetto dapprima un gruppo di laici di spiritualità ignaziana, poi la Famiglia ignaziana torinese – laici e consacrati – e poi una rete di amici, famiglie, giovani e adulti di appartenenze diverse, coinvolti dal passaparola. «Abbiamo iniziato a riflettere sulle condizioni dei profughi», spiega Irene Campi a nome del gruppo, «dopo aver incontrato dei membri come noi delle Comunità di vita cristiana (Cvx) ma di origine siriana, poi abbiamo conosciuto l’esperienza della Diaconia valdese e infine quella di altre parrocchie e gruppi che in diocesi avevano accolto famiglie giunte in Italia con i corridoi umanitari e abbiamo pensato che potevamo anche noi metterci in gioco. Potevamo dare concretezza al tavolo di lavoro che avevamo avviato provando ad elaborare un progetto».

Così è nata una segreteria e si sono presi i contatti con Operazione Colomba, il corpo non violento dell’associazione Papa Giovanni XXIII che opera nei campi profughi del Libano e che coopera con i corridoi umanitari istituiti grazie ad un accordo del nostro governo con la Comunità di Sant’Egidio, la Diaconia Valdese e il Governo Libanese per far giungere in Italia in condizioni di sicurezza famiglie e singoli per i quali la sopravvivenza nei campi sarebbe fortemente a rischio. Poi si sono cercati sostenitori disposti a contribuire economicamente o a mettersi a disposizione del progetto.

«Oggi siamo una sessantina», prosegue, «che a vario titolo e di varia provenienza siamo coinvolti. All’interno del gruppo c’è chi ha messo disposizione gratuitamente l’alloggio per l’accoglienza, tutti si sono resi disponibili a garantire un contributo economico per almeno due anni, altri a sostenere la famiglia nell’inserimento nella nostra città con tutte le incombenze burocratiche. Due giovani sono partite per il Libano per accompagnare il nucleo nel viaggio e per affrontare con loro la fase delicata del lasciare tutto per un mondo sconosciuto».

Un percorso a tappe che ha messo in luce disponibilità e accoglienza «è stato bello verificare che chiedere significava trovare… Siamo all’inizio, non sappiamo come proseguirà il cammino, ma sappiamo che ora una famiglia ritroverà qui a Torino altri familiari partiti prima di loro. Si ricostruirà una rete di affetti e di normalità per chi ha perso tutto, ha sofferto e ora ha l’opportunità di ricominciare…».

Un’opportunità possibile, un’opportunità che gode anche del supporto e dell’esperienza del Centro Astalli di Treviso, della Pastorale migranti della diocesi, della cooperativa Mediterranea.

Chi fosse interessato a conoscere e a contribuire al progetto può scrivere a a.braccia.aperte.siria@gmail.com.

PARROCCHIE UP 9 MOBILITATE

La piccola Amina mostra un mazzo di chiavi. Aprivano la porta della sua casa in Siria, aprivano la porta di una abitazione che non c’è più. Amina fino a ieri era profuga in Libano, oggi mentre andiamo in stampa è in viaggio verso Torino. Per lei i suoi 6 fratelli e la sua mamma ci sono le parrocchie dell’Unità Pastorale 9 – S. Alfonso, pronte a rimettersi in gioco proprio a partire dal trovare una casa per accogliere e accompagnare la famiglia verso un futuro migliore. Così era accaduto per Ali, lo zio di Amina, sua moglie e i suoi 9 figli, arrivati ormai due anni e mezzo fa. Anche loro con i corridoi umanitari, anche loro con la sofferenza nel cuore della guerra delle violenze dell’aver perso tutto. Per accogliere Alì l’Up 9 aveva ideato il progetto «Per chi ama le sfide»: erano state coinvolte oltre un centinaio di famiglie disposte a sostenere economicamente la famiglia per due anni e a mettere a disposizione le competenze più disparate. La casa della prima accoglienza era presso la comunità del Filo d’Erba di Rivalta. Il progetto  sta portando all’autonomia la famiglia grazie a tirocini lavorativi, a successi scolastici. Un risultato positivo dunque che ha indotto l’Up9 a rilanciare il progetto per una nuova famiglia. Riparte dunque l’appello per finanziare l’accoglienza, ma ora anzitutto quello per trovare una soluzione abitativa. Per chi fosse interessato a conoscere il progetto il 3 ottobre alle 20.45 presso l’Oratorio di Sant’Alfonso, in via Netro 7, si terrà una serata informativa.

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