Allarme clima: ora è tempo di agire (e in fretta)

Analisi – Aumento delle temperature, scioglimento dei ghiacciai, disastri ambientali: il climate change è una realtà, l’immissione di enormi quantità di anidride carbonica nell’atmosfera sta scombussolando il pianeta. Le analisi degli scienziati che studiano l’evoluzione della Terra sono fondate. Ecco cosa può fare ognuno di noi.

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Si, dobbiamo preoccuparci. Senza panico e con tutta la lucidità possibile. Il climate change è una realtà, gli allarmi degli scienziati che studiano l’evoluzione del clima della Terra sono tutti assolutamente fondati e occorre agire rapidamente. Avendo chiaro in testa tre elementi. Ciascuno di noi può fare qualcosa: identifica quello che puoi fare tu e fallo senza demandare. Cerca con attenzione le fonti di informazione autorevoli e documentate. Non aspettarti che siano i politici italiani o l’economia di mercato a innescare il cambiamento perché non sono culturalmente in grado di farlo.

Dal 1880 a oggi la temperatura è aumentata di circa 1°C in media su tutto il globo, di più del doppio in alcune regioni particolarmente sensibili come l’Artico e le montagne. Sulle Alpi l’aumento medio della temperatura è stato di 1,5°C e dal 1850 a oggi abbiamo già perso tra il 60 e il 70 per cento dei ghiacciai. Nella classifica degli anni più caldi da metà Ottocento (WMO Provisional statement on the State of the Global Climate in 2018) il 2015, il 2016, il 2017 e il 2018 appena concluso sono i quattro anni più caldi di sempre e tutti gli anni dal Duemila in poi sono nella classifica dei venti anni più caldi dell’era moderna. Dal 1990 le acque del mar Mediterraneo aumentano la temperatura media di 0,05°/0,1° grado all’anno e si stanno di fatto tropicalizzando.

Lo sappiamo grazie al meticoloso lavoro degli scienziati che dalla metà dell’Ottocento hanno iniziato a misurare temperatura, umidità, precipitazioni, accumuli nevosi, spessore del ghiaccio in modo regolare, metodico e capillare. Queste serie storiche (in Piemonte, i dati risalgono anche a duecento anni or sono e grazie al barnabita padre Denza la stazione meteorologica da lui installata al castello di Moncalieri è considerata oggi a livello mondiale una culla degli studi sul clima) creano statistiche che sanciscono l’inequivocabile tendenza al riscaldamento della Terra.

Questa tendenza va di pari passo con la Rivoluzione industriale, ovvero il repentino e massiccio utilizzo di carbone e petrolio, che hanno immesso in pochi decenni enormi quantità di anidride carbonica in atmosfera (la CO2, frutto della combustione di fonti fossili) scombussolando il naturale altalenarsi di mutamenti del clima. Che c’è sempre stato; ma tra un periodo di clima tropicale e uno glaciale passavano milioni di anni e tutto si modificava con lentezza, lasciando agli ecosistemi, inclusi gli esseri viventi, la possibilità di adattarsi.

«È dalle origini del pianeta che il clima sulla Terra cambia e si trasforma. Ma il riscaldamento che si è verificato a partire dalla seconda metà del XX secolo è un fenomeno nuovo», spiega Elisa Palazzi, climatologa del Cnr (Istituto di Science dell’atmosfera e del clima), una delle scienziate italiane più apprezzate nel mondo per i suoi studi sui cambiamenti climatici nelle montagne. «E’ un riscaldamento diverso per la rapidità e per le cause che lo hanno innescato: l’amplificazione dell’effetto serra naturale, a sua volta causata dall’aumento nella concentrazione di gas serra prodotti dalle attività umane. Molte conseguenze del riscaldamento sono sotto gli occhi di tutti (ghiacciai che si riducono di anno in anno, innalzamento del livello dei mari, aumento degli eventi climatici estremi come ondate di caldo prolungato o fenomeni di precipitazione intensa e concentrata…) e si inaspriranno in futuro se non si attuerà una riduzione drastica delle emissioni».

Tutti sappiamo che se viaggiamo a 130 Km/h e abbiamo il casello autostradale in vista non iniziamo a frenare venti metri prima: ci schianteremmo. Calcoliamo le distanze, il peso dell’auto, l’efficienza dei freni, la sicurezza e il comfort dei passeggeri e magari scegliamo di iniziare a frenare anche 5-600 metri prima del casello. L’inerzia del cambiamento climatico è ormai tale che occorre iniziare a frenare subito, da oggi: tra il 2030 e il 2050 la temperatura media aumenterà ancora e l’obiettivo che gli scienziati raccomandano è quello di contenere questo aumento entro un ulteriore +1,5° centigradi alla fine del secolo. Significherebbe una frenata brusca, ma ancora sopportabile.

Sopportabile vuol dire che comunque gli eventi estremi diventeranno sempre più la norma su cui ri-organizzare la vita delle nostre città. Da pochi giorni è disponibile il rapporto «Cronaca di una emergenza annunciata», promosso dell’Osservatorio Città Clima di Legambiente. Nel solo 2018 sono stati 148 gli eventi meteorologici estremi in Italia che hanno causato danni e vittime: 66 casi di allagamenti collegati a piogge intense, 41 casi di danni da trombe d’aria, 23 importanti danni alle infrastrutture e 20 esondazioni fluviali. E ci sono state 32 vittime. Dal 2010 i fenomeni meteorologici estremi sono stati 437 e hanno gravemente danneggiato la vita quotidiana di 264 Comuni, provocando ben 189 vittime. Quasi sempre una diversa gestione del territorio, tale da renderlo meno vulnerabile all’impatto da eventi estremi, avrebbe potuto diminuire le conseguenze sull’economia locale (che significa risparmiare i soldi che doverosamente vanno impiegati per gestire lo stato di emergenza), ma quello che continua a mancare è la mentalità.

A livello mondiale la National Oceanic and Atmospheric Adimnistation (Noaa, organismo di ricerca indipendente statunitense), mettendo in relazione diretta i dati dell’aumento del riscaldamento causato dalle attività umane dell’ultimo secolo e l’aumento degli eventi estremi, ha individuato altre preoccupanti tendenze statistiche: la siccità diventa 1,5 volte più probabile per le Grandi pianure del Nord in Canada e Stati Uniti e le ondate di calore in Europa centrale e nel Mediterraneo saranno tre volte più probabili rispetto al decennio 1950-1960; visto il riscaldamento dei mari, con temperature record registrate nel Mar di Tasmania e nella costa africana, la grave siccità che ha colpito l’Africa orientale del 2017 (in Somalia più di 6 milioni di persone sono rimaste senza cibo per l’impossibilità di coltivare i campi) diventerà una situazione normale e non eccezionale.

Martin Hoerling, co-autore del rapporto Noaa, ha concluso: «Che sia proprio l’attività umana a provocare la varietà di eventi estremi di oggi non è più una tesi, ci sono abbondanti e inconfutabili prove scientifiche che lo dimostrano». E i grandi impatti economici in tutto il mondo sono sotto gli occhi di tutti. Se si superano i +2° alcune zone del pianeta diventerebbero letteralmente invivibili. Se già oggi il problema dei migranti è complesso da affrontare, come gestiremo la situazione se i migranti climatici attesi (stime della Banca Mondiale e delle Nazioni Unite) tra il 2040 e il 2050 saranno oltre 140 milioni?

Cosa puoi fare, dunque, in concreto? Abbandona il concetto di auto di proprietà, scegli il car-sharing, organizza car-pooling con le altre famiglie a scuola, vai in bicicletta e pretendi che il tuo sindaco adegui le strade della città alle biciclette (se non lo fa, ricordatene alle prossime elezioni). Installa e pretendi che siano installati pannelli solare fotovoltaici e termici ovunque (il tetto di una scuola o di un edificio pubblico è prefetto) e suggerisci che l’operaio che va in cassa integrazione, perché la sua azienda è in crisi o viene delocalizzata, nel frattempo faccia un corso di montaggio e installazione di impianti di energie rinnovabili. Protesta quando ci sono inutili consumi di suolo (ancora l’ennesimo centro commerciale/outlet?) e sostieni il commercio locale e l’agricoltura di prossimità con i gruppi di acquisto solidale. Senza diventare vegetariano, diminuisci il consumo di proteine animali e, se puoi, coltiva un orto, magari con altre famiglie. Fai rigorosamente la raccolta differenziate e aiuta i tuoi vicini a considerarla un gesto importante (e chiedi venga fatta anche a scuola, proponiti di organizzarla in oratorio). Acquista qualche maglietta in meno e sostieni lo scambio o la compravendita di vestiti usati.

Se ci pensi di idee te ne possono venire a decine. La logica non è quella di tornare a «stare peggio» o fare un sacrificio. La logica è: chiedersi come continuare a vivere bene cambiando strada per ottenere lo stesso risultato, con gesti meno impattati sull’ambiente. Per esempio: dobbiamo per forza usare le macchine per il caffè con le cialde? Il caffè con la moka (efficientissimo dal punto di vista ambientale) non è abbastanza buono? Se il sentimento che ti sorge pensando a tutto quello che c’è da fare è «troppo difficile», «è impossibile», «ci deve pensare il sindaco o il governo»… allora domani vai in una prima elementare e, guardando negli occhi i bambini, dì loro: «Mi spiace se tra 20-25 anni vivrai su un pianeta disastrato, ma io oggi sono troppo pigro».

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