Amazzonia, mons. Lazzari: “i popoli indigeni veri custodi della natura”

Ecuador – In vista del Sinodo sull’Amazzonia intervista al vicario apostolico di San Miguel de Sucumbios nel cuore della foresta, in prima linea a fianco delle comunità minacciate da incendi e deforestazione e nell’accoglienza dei profughi dal Venezuela

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Mons. Celmo Lazzari, Giuseppino del Murialdo

Mons. Celmo Lazzari, classe 1954 è nato a Garibaldi, nello Stato di Rio Grande do Sul, in Brasile. Giuseppino del Murialdo, è sacerdote dal 1982. Dopo aver ricoperto vari incarichi in Brasile e in Italia, tra cui responsabile delle Missioni Giuseppine e vicario generale della Congregazione, viene nominato da Papa Benedetto XVI vicario apostolico del Napo in Ecuador e ordinato vescovo il 9 ottobre 2010. Dal 2013 è vicario apostolico di San Miguel de Sucumbíos a 200 chilometri dal Napo ed è stato membro per tre anni del Celam, il Consiglio episcopale latinoamericano. Impegnato nella difesa delle popolazioni indigene e nell’accoglienza ai profughi venezuelani, lo abbiamo intervistato sugli incendi che stanno devastando l’Amazzonia alla vigilia del Sinodo del prossimo ottobre.  

Mons. Lazzari lei è nato in Brasile e poi, ordinato Vescovo, è stato inviato nell’Ecuador amazzonico prima nel vicariato del Napo affidato alla sua Congregazione e dal 2013 è vicario apostolico di San Miguel  de Sucumbíos, una circoscrizione ecclesiastica dove vivono cinque gruppi etnici indigeni.  Per le sue origini e per il suo ministero ha tanti motivi per essere preoccupato per ciò che sta succedendo nella foresta amazzonica…

Il disastro a cui siamo obbligati ad assistere in queste settimane non solo in Amazzonia ma anche in Alaska, Groenlandia, Siberia, Isole Canarie  è frutto della disattenzione a quanto affermano da tempo gli scienziati sui fenomeni climatici e su quello che ha scritto papa Francesco nell’enciclica Laudato si’.  Non ci rendiamo conto di essere sull’orlo della catastrofe mentre la natura ci mostra segnali inequivocabili. Segni snobbati da chi governa nazioni come Brasile (che invita i contadini ad appiccare il fuoco nella foresta per estendere i terreni coltivabili e per l’allevamento di bestiame) e la Bolivia (che con un decreto ha destinato 4,5 milioni di ettari delle riserve forestali all’allevamento e all’agricoltura). In questo momento sta bruciando la periferia dell’Amazzonia: il nostro vicariato è nel cuore della foresta e per il momento il fuoco non ci fa paura. Ma ciò che temiamo e ci lascia sgomenti è la deforestazione, ci fanno  paura i veleni che le multinazionali utilizzano nell’industria estrattiva dei minerali e del petrolio in tutte le province amazzoniche dell’Ecuador causando un inquinamento infernale che mina la salute della nostra gente.

Il Celam, nei giorni scorsi, in sintonia con Papa Francesco, ha sottolineato come la vigilia del Sinodo sull’Amazzonia sia offuscato dal dolore per la foresta che brucia. Cosa vi preoccupa di più come pastori?

Il Celam evidenzia che gli ultimi incendi in Brasile e in Bolivia non sono casi isolati, in altre regioni dell’America latina e in altre zone del pianeta accadono simili sciagure che non vogliamo vedere né considerare, tanto meno vogliamo cambiare atteggiamento nel rapporto con la natura, la nostra Casa comune. Mi preoccupa particolarmente che, sia il Sinodo, che la voce autorevole del Papa non riescano a smuovere i cristiani e ancor meno i laici sul tema della «cura della Casa comune»… Mi sembra che il fuoco, ma anche lo scioglimento dei ghiacciai stia facendo ciò che la Chiesa sta denunciando da sempre…

Il suo ministero pastorale nel vicariato apostolico di San Miguel de Sucumbíos è caratterizzato dall’attenzione e dalla promozione delle popolazione indigene. La Chiesa latinoamericana – anche in questi giorni in cui gli incendi stanno devastando la foresta dove vivono gli indios – è da sempre schierata con le popolazioni indigene. Voi Vescovi cosa attendete da questo Sinodo?

Nel vicariato di Sucumbíos curiamo oltre 300 comunità di queste 120 sono indigene. Il gruppo più numeroso sono i Kichwas, seguono gli Shuars e altri nativi: Cofanes, Sionas e Secoyas. Nel nostro territorio non vivono nuclei isolati ma nel vicino vicariato di Aguarico ci sono alcune comunità chiuse. Molte comunità indigene, vivendo in prossimità di villaggi non isolati rischiano di perdere la loro identità e di lasciarsi sedurre dalla cultura occidentale che sfrutta il legno, la pesca, la caccia… Questi nuclei indigeni sono i custodi della natura e conservano un modo di vivere semplice, lontano dal profitto del capitalismo selvaggio che si fa sempre più forte ma che snatura un equilibrio antico che non ha nulla a che fare con la «civilizzazione». Io spero che il Sinodo ci aiuti a farci aprire gli occhi perché anche la Chiesa possa percepire l’importanza della presenza delle popolazioni indigene che, poiché sono una minoranza, rischiano di essere invisibili e di scomparire. Le faccio un esempio: in tutto il vicariato di Sucumbíos vivono poco più di 200 mila persone, mentre tante parrocchie della capitale Quito o Guayaquil contano 50 mila o più anime… Per questo, se vogliamo aiutare a salvare la Casa comune, siamo chiamati a conoscere la realtà delle minoranze che non hanno voce, a rispettarle e a imitare la loro vita semplice e rispettosa dell’ambiente.

Nell’Istrumentum laboris in preparazione al Sinodo sull’Amazzonia voi Vescovi denunciate il disboscamento selvaggio, lo sfruttamento smodato delle risorse naturali e la persecuzione degli indigeni. Esortando la comunità internazionale ad intervenire avete lanciato un grido di aiuto: «Se l’Amazzonia soffre, soffre tutto il mondo». Quali sono i problemi più urgenti per le popolazioni che vivono nella foresta?

Nell’Amazzonia ecuadoriana, al momento, la questione più grave è legata all’industria  mineraria.  Il problema dello sfruttamento delle risorse si è aggravato soprattutto dopo gli anni ‘60 con l’inizio dell’estrazione del petrolio. Qui a Sucumbíos la strage è iniziata nel 1971 con l’apertura del primo pozzo a Lago Agrio. Non ti puoi fare un’idea del disastro dell’inquinamento provocato dall’estrazione del petrolio finché non lo vedi da vicino come mi capita quando visito quelle zone. Le persone che vivono vicino ai pozzi non hanno acqua potabile, nemmeno quella piovana, perché nella nostra provincia di Sucumbíos e in quella vicina (Orellana) bruciano continuamente 384 ciminiere del gas che esce dai pozzi inquinando irreversibilmente l’aria che si respira.

Negli ultimi anni sono state aperte miniere e pozzi in quasi tutte le Province amazzoniche e i danni alla natura sono uno scandalo perché, oltre all’aria irrespirabile, si stanno inquinando le acque del Rio delle Amazzoni e i suoi affluenti. Un altro esempio: a 200 metri dalla casa dove vivo, scorre il Rio Aguarico, un affluente del Rio delle Amazzoni che nasce nelle Ande: dal suo corso la città di Nueva Loja attinge l’acqua per la popolazione (60 mila persone). Alle sorgenti di questo fiume c’è molto oro. L’anno scorso abbiamo saputo da un momento all’altro che le compagnie minerarie avevano messo gli occhi sulla falda aurifera ed erano già state presentate al Governo 53 richieste di concessione di cui 22 già accettate con l’autorizzazione di utilizzare l’arsenico per facilitare la separazione dell’oro. Per fortuna alle sorgenti del Rio vive un gruppo di indigeni Cofanes. Grazie all’azione di difesa della loro terra e con l’appoggio di tutti noi sono riusciti a far annullare tutte le concessioni e le altre richieste di permesso in corso. Ancora, il mese scorso gli Haoranis, un attivo gruppo indigeno della provincia di Pastaza, sono riusciti ad impedire l’attivazione di pozzi per l’estrazione del petrolio del loro territorio. Ecco perché è importante dar voce a queste popolazioni.

Il suo Vicariato e molte diocesi dell’America latina sono impegnate nell’accoglienza dei profughi del Venezuela.  Le vostre sono Chiese povere che stanno accogliendo con generosità chi è costretto a lasciare la propria casa. Qual è la situazione?

Questa è un’altra emergenza per la nostra Chiesa, per l’Ecuador e le nazioni vicine. Sono due anni che un flusso costante di venezuelani sfugge dal dramma in cui versa il Paese. Abbiamo affrontato questa emergenza in varie tappe: all’inizio improvvisando l’accoglienza perché non eravamo preparati. Poi abbiamo cercato di metterci in contatto con le altre città in cui affluivano i migranti ed è nata la «Red Clamor», una rete di  organizzazioni della Chiesa cattolica di America latina e Caraibi che si occupa di immigrazione su iniziativa delle Caritas diocesane e nazionali e dei vicariati: nei primi giorni del maggio scorso ci siamo riuniti in assemblea a Bogotà con i rappresentanti di tutti gli Stati dove approdano i venezuelani per fare il punto della situazione.  In quel momento erano attive in tutta l’America latina 505 istituzioni (alberghi, mense, servizi di consulenza giuridica e sanitaria) che si occupavano dell’accoglienza e certamente oggi sono molti di più. Nel nostro vicariato, superata l’emergenza, abbiamo aperto la Casa del Migrante «Buon Samaritano» con 40 posti letto e una mensa. Il giorno dell’Assunzione abbiamo inaugurato un’altra mensa «Cinco Panes» (Cinque pani) sostenuta dalle congregazioni religiose presenti nel vicariato e nei primi 10 giorni abbiamo servito 4 mila pranzi. C’è da sottolineare che il confine tra la Colombia e l’Ecuador per raggiungere Lago Agrio, nostro capoluogo di Provincia, non è frequentato (10 volte in meno) come quello di Ipiales-Tulcan dove transita la maggior parte dei venezuelani che raggiungono l’Ecuador ma per noi è già un grande sforzo.

Lei è nato in una zona del Brasile abitata da molti immigrati italiani come la sua famiglia. La Chiesa da sempre apre le porte a chi sfugge da fame, guerra, persecuzioni ma nel mondo si costruiscono muri come nel Messico o in Europa dove si chiudono i porti e si alzano barriere: cosa pensano i Vescovi del Celam sui temi dell’immigrazione?

È un fenomeno dei nostri tempi che ci coinvolge tutti: se noi cristiani chiudiamo le porte rischiamo di tradire noi stessi e il Vangelo che professiamo. Certo, l’immigrazione è un problema che ci travolge perché le forze delle nostre chiese locali sono modestissime. Ma se ci uniamo ad altri uomini e donne di buona volontà possiamo essere almeno un segno della Chiesa Madre che accoglie. Mi emoziono ancora nel ricordare quello che ho ascoltato a Bogotà a maggio: «Quando siamo capaci di condividere e di offrire ai fratelli i nostri cinque pani e due pesci questi sono i miracoli che Dio compie oggi».

Lei è un religioso della Congregazione di San Giuseppe: il suo fondatore, san Leonardo Murialdo, ha speso la sua vita accanto ai giovani più poveri della Torino dei santi sociali. Come vive il carisma murialdino con i giovani della sua diocesi? 

La situazione della gioventù nel nostro vicariato è veramente preocupante. Viviamo nella periferia dell’Ecuador, regione sfruttata dagli interessi governativi e dalle multinazionali del petrolio e dell’estrazione mineraria. Non abbiamo un’università pubblica e i pochi giovani che riescono ad accedere agli studi universitari quando si laureano non vogliono più tornare in Amazzonia dove l’unica possibilità di occupazione è nell’amministrazione pubblica da sempre assoggettata ai partiti di governo. Inoltre siamo al confine con la provincia colombiana, dove si coltiva il maggior quantitativo di coca del Paese. Qui la droga si offre ai bambini di 11 o 12 anni alle porte delle scuole. Che faccio io come Giuseppino? Poco o niente, perdonate la sincerità… Ci mancano risorse e soprattutto religiosi e laici con il carisma e la volontà di dedicarsi al lavoro educativo. Ogni domenica visitiamo e celebriamo la Messa nel carcere del capoluogo, dove sono detenute più di mille persone di cui, secondo quanto mi ha detto il direttore del penitenziario, più dell’80% a causa di reati legati alla tossicodipendenza, la maggior parte giovani… E la droga arriva anche nelle celle per mantenere i reclusi dipendenti dalla cocaina… Qualcuno vuole aiutarci? C’è molto spazio, c’è molto da fare!

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