Anche a Torino i giovani in piazza contro il razzismo

Mobilitazione – L’uccisione dell’afroamericano George Floyd negli Stati Uniti ha suscitato manifestazioni di protesta in tutto il mondo, migliaia di giovani anche a Torino in piazza Castello

518
foto Giachino, Solavaggione

I giovani alzano la voce contro il razzismo. A Torino come a New York, Londra, Berlino. Sabato scorso piazza Castello è stata tappa dello sdegno che, in tutto il mondo, si è levato per la morte di George Floyd. E la protesta continua ancora oggi. Con incontri, dibattiti, discussioni. Il 6 giugno, nelle vie delle città si sono riversate la rabbia e dolore per l’omicidio del 46enne afroamericano, ucciso il 25 maggio a Minneapolis dal poliziotto Derek Chauvin.

La sua richiesta di aiuto – «I can’t breathe», «Non posso respirare» – mentre l’agente gli premeva il collo con il ginocchio, è diventata simbolo dell’urlo di dolore contro la discriminazione razziale. Della battaglia, in America come altrove, per una società più giusta. Che non bada al colore della pelle.

Foto Alberto Giachino – Solavaggione

In piazza Castello erano in migliaia. Una distesa di ragazzi – vestiti di nero in solidarietà al movimento americano Black Lives Matter – che mostrano la foto di Floyd. Che indossano mascherine con su scritto: «Floyd è mio fratello». I cartelloni della protesta – «No al razzismo», «White silence is violence», «Black or white: it’s doesn’t matter» – non sono in bianco e nero. Ma ricordano quelli dei raduni di Selma, a Montgomery, nel ’65. Marce per i diritti civili. Allora come adesso.

Perchè il razzismo non è ancora stato sconfitto. E a denunciarlo ci sono anche i giovani della piazza torinese. Ci sono quattro diciottenni marocchine di religione islamica – Kaola, Zara, Halima e Assia – che raccontano di quando, sul pullman, «alcuni passeggeri hanno consigliato ai controllori di verificare i loro biglietti. E, perchè no, pure i loro documenti. ‘Quelle hanno il velo’, hanno detto. Non si sa mai».

Ci sono un gruppo di amici del Gabon, arrivati in città per studiare, accolti da una raffica di porte in faccia mentre cercavano un alloggio in affitto, additati all’università per il colore della pelle. Michael, 23 anni, è in Italia dal 2018. «Sono l’unico africano del mio corso in Medicina e quando sono entrato in aula, i miei compagni pensavano che fossi lì per fare le pulizie. E diversi pazienti non vogliono che li tocchi».

È il razzismo dell’uomo comune, che germoglia nell’ignoranza, che cresce nella quotidianità di frasi discriminatorie e gesti di disprezzo, che si nasconde dietro il qualunquismo del «Non sono razzista, ma…», che trova giustificazione nella politica che alimenta la paura del diverso.

La banalità della discriminazione. Che Samirah, 25enne del Gabon, studentessa di mediazione linguistica, sintetizza in una domanda a cui ha dovuto rispondere innumerevoli volte: «Sei arrivata con il barcone vero?».

A Torino, la battaglia contro il razzismo inizia con 8 minuti e 46 secondi di silenzio. Il tempo non è scelto a caso. 8 minuti e 46 secondi, secondo un’inchiesta del «New York Times», è la durata dell’agonia di Floyd prima di morire. Mentre il poliziotto gli premeva il collo con la gamba. Senza che nessun altro agente intervenisse in suo aiuto. 8 minuti e 46 secondi che, in America, hanno risvegliato il furore della comunità afroamericana, colpita in maniera spropositata dal Covid-19, vittima di abusi della polizia, dimenticata nelle risposte alla crisi economica. 8 minuti e 46 secondi che hanno smosso il mondo.

E il terremoto è arrivato sino a Torino. Dove Naomi, 15 anni, originaria del Camerun, dice: «A scuola i miei compagni mi hanno accarezzato le gambe per vedere se si sporcavano». Ed Emilis, la sorella, aggiunge: «A me hanno chiesto se vivo sugli alberi». Una giovane si alza in piedi e grida: «Floyd è uno di noi».

Simbolo di quelle discriminazioni e di quelle umiliazioni che chi è extracomunitario subisce ancora oggi. Anche in Italia. Denunce che si incanalano in un corteo che da piazza Castello raggiunge il Comune, passando per le vie dello shopping. Via Po, via Lagrange, via Roma. Sono distanti da qui le cariche, i saccheggi e gli incendi ai centri commerciali che scuotono gli animi americani.

In pochissimi, perlopiù volti noti alle forze dell’ordine, cercano – invano – lo scontro contro la polizia. Torino è convinta che la risposta al razzismo debba essere non violenta. E non lascia spazio a ‘teste calde’ e polemiche. Quando la manifestazione arriva in piazza Palazzo di Città, qualcuno vandalizza con la bomboletta spray nera i muri e le statue del Comune. «Fuck Trump», «No justice, no peace», «Antifà», «Acab»: slogan contro il Presidente americano e contro la polizia. In pochi rischiano di imbrattare non solo le pareti di Palazzo Civico, ma anche l’iniziativa in cui centinaia di giovani hanno sfilato contro la discriminazione razziale. Per rivendicare una società più equa. «I miei genitori sono del Congo e io sono nata a Torino», spiega Elmy, 20 anni. «Ho la pelle nera. Così tutti mi chiedono da dove vengo. Sono italiana, eppure le persone faticano a comprenderlo». Allarga le braccia. Insieme ad Erica, la sua amica del cuore, nata e cresciuta a Moncalieri. Questi ragazzi si considerano ‘cittadini del mondo’. E nel loro mondo il razzismo non ha spazio.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

7 + 16 =