Appendino, il peccato originale della finta maggioranza

Crisi a Torino – La rottura fra Sindaco e Vicesindaco  si è consumata attorno al Salone dell’Auto, ma la squadra è sempre stata divisa, non è mai decollata. Lo sfogo di Chiara Appendino: «mi hanno fatta governare con il freno a mano»

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Il sindaco Chiara Appendino in Consiglio Comunale

Il peccato originale era evidente già tre anni fa: Appendino non poteva pensare di governare davvero Torino frullando insieme i voti ricevuti dagli industriali e dai giovani dei centri sociali, dai No Tav ma anche dai Sì Tav, dai costruttori di case ma anche dai movimenti che boicottano il cemento, dai liberali e dai grillini, dai cattolici e dal movimento Lgbt…

Ora che Torino si scopre ferma al palo, paralizzata da fazioni politiche opposte e inconciliabili (vicesindaco cacciato per incompatabilità,  Appendino disposta a dimettersi), quelli che diedero credito alla marmellata politica e che oggi si dicono delusi dovrebbero farsi qualche domanda.

Al di là delle valutazioni su Appendino, appare molto irritante – non solo a livello locale – la superficialità con cui le persone votano sull’onda dell’emozione, poi si scoprono deluse, poi si dissociano, poi cambiano idea e ricominciano disinvoltamente da un’altra parte. Votano «contro», quasi mai «per». E il prezzo che pagano è sempre la delusione; nel caso di Torino il generico voto del 2016 «contro la vecchia politica» è stato pagato con tre anni di immobilità prodotta dai veti incrociati della maggioranza grillina,  una finta maggioranza, messa per coprire mille lobby e correnti,  nata paralizzata fin dal primo vagito.

Appendino aveva espresso il desiderio buono di far dialogare la città e aveva progetti condivisibili (un su tutti: il rilancio delle periferie) ma non è mai decollata, non poteva decollare, è rimasta vittima del bluff elettorale.  Il primo vero gesto politico che le abbiamo visto compiere è stato, dopo tre anni di governo, proprio il licenziamento del vicesindaco ultra-grillino Montanari. Gesto tardivo e disperato, di nuovo al di là delle valutazioni su Montanari che è persona simpatica ma incompatibile con il carattere di Torino: gufava perché il Salone dell’Auto abbandonasse la città, sosteneva i no-global quando Torino ospitò il vertice G7, marciava in fascia tricolore con i NoTav contro gli industriali…

Licenziando Montanari, riconoscendo l’errore della finta maggioranza («mi hanno costretta a lavorare  con il freno a mano»), Appendino ha correttamente chiesto che vengano riconosciuti anche i meriti della sua Amministrazione, per esempio il salvataggio, fino ad ora, del Gruppo Torinese Trasporti. Resta purtroppo prevalente la percezione di una città grigia e ferma, che perde pezzi (le Olimpiadi, il Salone dell’Auto, le imprese, il Regio…) e che non vuole pensare in grande. Purtroppo per Appendino la sua squadra non riesce a prendere nessuna direzione: troppi buoi che tirano in direzioni opposte. Il minimalismo, scritto nello slogan grillino della «decrescita felice», fa a pugni, ha sempre fatto a pugni, con le aspirazioni di sviluppo degli imprenditori  e di tutti noi.

Tutte le opinioni sono permesse, ma fu vero cinismo far finta che le idee politiche siano tutte equivalenti, tutte frullabili fra loro, tutte reclutabili per far fa numero e salire al potere.

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