Armenia, una nuova diaspora

Azerbaigian – Decine di migliaia di armeni fuggono dal Nagorno Karabakh, dopo la firma della pace di Putin che assomiglia ad una resa. Sei settimane di guerra nel disprezzo delle convenzioni sui diritti umani: bombardate scuole, abitazioni, ospedali e chiese

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La cattedrale del Salvatore, una delle chiese armene più importanti del Nagorno-Karabakh, bombardata

È una nuova diaspora. Gli armeni in fuga dal Nagorno Karabakh bruciano le case prima di lasciare, forse per sempre, un territorio che appartiene loro da secoli. A pochi giorni dalla proposta di cessate il fuoco, firmata tra Armenia e Azerbaigian nella notte di lunedì 9 novembre a seguito del decisivo intervento della Russia, la situazione può precipitare da un momento all’altro: dopo 44 giorni di guerra, l’accordo ferma infatti le artiglierie, ma non il rischio di una pulizia etnica contro gli armeni nel Caucaso meridionale. E mentre i dettagli dell’intesa restano ancora in buona parte da comprendere, nella confusione sul campo, tra migliaia di rifugiati in fuga dall’Alto Karabakh e truppe azere in cerca di rivalsa, emerge con chiarezza un unico vincitore, Vladimir Putin.

Molti osservatori l’hanno definita una pace «strana», quella siglata tra il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente azero Ilham Aliyev. Sei settimane di guerra intensa, in piena pandemia di Covid-19, iniziata dall’Azerbaigian lo scorso 27 settembre con il supporto della Turchia e condotta in maniera indiscriminata, nel disprezzo delle convenzioni sui diritti umani, bombardando scuole, asili nido, abitazioni, teatri, chiese in oltre 130 centri abitati armeni, con Stepanakert, la capitale del Nagorno Karabakh, colpita duramente fin dal primo giorno di conflitto, che registra tra i macabri successi dell’artiglieria azera anche la distruzione dell’ospedale pediatrico.

Poi improvvisamente, quando sul piano militare l’esercito di Baku, rinforzato da milizie jihadiste siriane al servizio di Ankara, risulta di fatto bloccato ai piedi delle montagne a nord della regione e sul versante meridionale gli armeni si apprestano a una strenua difesa della roccaforte di Shushi in attesa di un lungo inverno, Putin irrompe sulla scena dopo settimane di silenzio. E a poche ore di distanza il premier armeno Pashinyan annuncia, quasi a sorpresa, di aver concordato con gli azeri un cessate il fuoco, grazie naturalmente alla mediazione del Cremlino.

A dire il vero, l’accordo sembra più una resa che un trattato di pace. Gli armeni lasciano Shushi senza combattere e cedono agli azeri anche il controllo delle province di Aghdam, Karvachar e Lachin; di contro, l’Azerbaigian si assesta sui territori conquistati, mentre lungo la linea di contatto fra gli eserciti, e soprattutto lungo il corridoio di Lachin, l’unica via di collegamento rimasta tra il Nagorno Karabakh e l’Armenia, la Federazione Russa dispiega un contingente di pace formato da circa duemila soldati, che rimarrà di stanza nella regione per cinque anni. Estendibili per altri cinque, con in parallelo la costruzione di un centro di controllo sul cessate il fuoco.

A Yerevan l’accordo è visto come un tradimento della nazione, dopo la mobilitazione generale a difesa del Nagorno Karabakh. Nonostante sia il premier armeno sia il presidente della Repubblica di Artsakh (il nome dato agli armeni al territorio dopo il referendum del 1991) Arajik Harutyunyan difendano il «doloroso» cessate il fuoco come l’ultima speranza di mantenere una porzione del territorio sotto il controllo armeno, una folla di dimostranti è scesa in strada e ha occupato i palazzi del governo. L’opposizione è insorta; i soldati armeni sono disorientati: sul campo, nel silenzio delle istituzioni internazionali, il piccolo Nagorno Karabakh stava comunque tenendo testa alla potenza di fuoco di Azerbaigian e Turchia. E se l’inerzia del conflitto poteva in ogni momento scivolare in mano azera, nessuno avrebbe alzato bandiera bianca di fronte a un secondo genocidio. Senza contare che, all’atto dell’accordo, buona parte del territorio concesso all’Azerbaigian rimaneva saldamente sotto controllo armeno.

È probabile quindi che la firma segni la fine politica di Nikol Pashinyan, il giornalista diventato premier, nel maggio 2018, a seguito della Rivoluzione di velluto, il movimento di disobbedienza civile armeno guidato da una crescente insofferenza verso nomenclatura e retaggi da ex Repubblica sovietica. Tuttavia agli analisti non sfugge che è proprio la Russia, oggi, a dare le carte. E c’è chi vede nell’attendismo di Putin durante le prime settimane di conflitto una tattica per lasciare che il cappio si stringesse intorno all’insubordinazione di Yerevan, destabilizzando così sul nascere ogni scelta di democrazia nel Caucaso. Un messaggio obliquo, che arriva fino alle piazze in Bielorussia.

Tutti gli scenari rimangono comunque aperti. Sul piano politico il presidente azero Aliyev può rivendicare una vittoria personale, anche se a Baku restano convinti che proseguire nella guerra li avrebbe condotti alla conquista di tutto l’Alto Karabakh. Sul piano strategico, invece, viene probabilmente ridimensionato l’influsso della Turchia, anche se tra i punti del cessate il fuoco è prevista la costruzione di una strada, parallela al confine tra l’Armenia e l’Iran, per creare continuità territoriale con l’Azerbaigian. Ancora non è chiaro, però, come gli iraniani reagiranno alla notizia.

Al di là degli interessi geopolitici, comunque, quello che si consuma in questi giorni nel Caucaso meridionale è una nuova diaspora degli armeni. Mentre scriviamo si contano quasi 100 mila sfollati. Lungo il corridoio di Lachin e per la strada che, a Nord, attraversa la provincia di Karvachar verso l’Armenia, si incolonnano famiglie con masserizie, animali e tutto quello che è stato possibile salvare. C’è chi porta con sé addirittura le lapidi e le tombe, per evitare che la memoria dei propri cari venga profanata dagli azeri. Gli armeni si lasciano alle spalle abitazioni date alle fiamme, ma portano con loro tutti i documenti che ne attestano la proprietà. A dispetto delle rassicurazioni, è difficile che questo cessate il fuoco segni la parola fine al conflitto.

Chi pagherà infatti per i crimini di guerra commessi dagli azeri? Per sei settimane la popolazione civile del Karabakh è stata bersaglio dell’artiglieria e dei droni militari acquistati negli anni dall’Azerbaigian senza badare a spese. Amnesty international ha denunciato l’uso di bombe a grappolo contro obiettivi non militari, armi bandite dal diritto internazionale umanitario per la severità dei danni che possono causare alle persone. Proiettili al fosforo, vietati dalla convenzione di Ginevra, hanno seminato devastazione nelle foreste dove si rifugiavano le persone; militari armeni sono stati torturati e barbaramente uccisi, mentre, in base agli interrogatori di miliziani catturati, ai mercenari jihadisti veniva garantito un incentivo di 100 dollari per ogni testa armena mozzata. Tutto verrà dimenticato dalle organizzazioni internazionali che si sono affrettate a benedire la pace, ma sono rimaste inerti durante settimane di conflitto?

Poche ore dopo l’armistizio, gli azeri entrati vittoriosi a Shushi, la seconda città del Paese, vandalizzavano la cattedrale del Salvatore, una delle chiese armene più importanti della regione. Nella provincia di Karvachar, la sopravvivenza del monastero di Dadivank, una piccola Gerusalemme armena, costruita tra il IX e il XIII secolo e fondata da uno dei discepoli dell’apostolo Taddeo, è affidata solo alla presenza dei peacekeeper russi. Poi cosa accadrà? Sarà l’ennesimo esempio di damnatio memoriae? In rete circola già una narrativa che rilegge le chiese cristiane alla luce di una fantomatica architettura albano-caucasica. La pulizia etnica, insomma, procede inesorabile.

Anche perché l’accordo firmato dalle parti evita con cura di risolvere il vero nodo politico della situazione: lo status del Nagorno Karabakh. L’accanimento contro gli armeni del Caucaso meridionale ha infatti origini lontane. Nel 1920, in pieno ossequio alla regola aurea di ogni impero, dividere e comandare, Stalin assegna una parte del territorio armeno all’Azerbaigian, attribuendogli lo statuto di regione (oblast) autonoma. Nel 1991, mentre la dissoluzione dell’Unione Sovietica appare ormai irreversibile, Baku vota per staccarsi dall’Urss (30 agosto) e tre giorni dopo, sfruttando quanto previsto dalla Costituzione sovietica, il Nagorno Karabakh dichiara la propria indipendenza, proclamandosi Repubblica dell’Artsakh.

È l’inizio di un primo sanguinoso conflitto: tre anni di guerra, trentamila morti e decine di migliaia di sfollati. Gli accordi di Biskek, nel 1994, fermano le operazioni militari. Nei trent’anni seguenti, però, lo status del Karabakh non viene riconosciuto a livello internazionale. Una situazione simile a quanto accadde in Kosovo, quando tuttavia il contesto geopolitico si rivelò nettamente favorevole a Pristina.

Anni di diplomazia del caviale, di dipendenza da gas e petrolio azero, nonché il ricatto di Ankara sulla questione migranti hanno sostanzialmente ammutolito istituzioni europee e governi nazionali. Tuttavia proprio mentre gli enti di livello superiore latitano, numerosi Comuni italiani hanno preso una posizione netta in favore della pace (Milano, Palermo, Cerchiara di Calabria, Asolo, Nogaredo, Bleggio superiore, Drena, Carbognano), hanno condannato l’aggressione azera e riconosciuto ufficialmente la Repubblica dell’Artsakh. Torino è ferma a una mozione, ma l’attivismo dei Comuni è la prova che la fine delle violenze si può costruire partendo dal basso. Prima che sia troppo tardi.

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