Asia Bibi assolta dalla Corte suprema del Pakistan

Condannata a morte per blasfemia – La Corte suprema del Pakistan il 31 ottobre ha assolto Asia Bibi (nome di fantasia), la donna cristiana sposata e madre di cinque figli accusata di aver insultato Maometto in una discussione

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Asia Bibi

Un atto di giustizia e di coraggio contro il fondamentalismo islamico. La Corte suprema del Pakistan il 31 ottobre 2018 ha assolto Asia Bibi (nome di fantasia), la donna cristiana condannata a morte per blasfemia. La sentenza arriva alle 9,20 (le 5,20 in Italia). «La pena di morte viene annullata. Asia Bibi è assolta delle accuse» sentenzia Saqib Nisar, musulmano presidente della Corte suprema, leggendo il verdetto (57 pagine) in un tribunale blindato dalla polizia in tenuta antisommossa: «Noi siamo obbligati a difendere le persone più deboli e non a ucciderle o discriminarle. Se non ci sono altre accuse contro di lei, può essere liberata». In tutto il Paese si scatenano la rabbia e la violenza dei fondamentalisti.

Sposata e madre di cinque figli, deve sopportare un ingiusto calvario lungo nove anni, 3.420 giorni sempre in isolamento nel carcere di Multan, Denunciata nel 2009 con l’accusa di aver insultato Maometto in una discussione, nel 2010 è condannata a morte per blasfemia. Perde il ricorso dinanzi alla Corte di Lahore, capitale del Punjab nel 2014 ma nel 2015 la Corte suprema ferma l’esecuzione e accetta di studiare il caso. È assolta perché «ci sono contraddizioni nelle testimonianze e mancano prove oltre ogni ragionevole dubbio».

«Non vedo l’ora di riabbracciare mia madre. Le nostre preghiere sono state ascoltate»: piangendo, Eisham Ashiq, la figlia minore, commenta ad «Aiuto alla Chiesa che soffre-Acs». «È la notizia più bella che potessimo ricevere – dichiara il marito Ashiq Masih –. È stato difficilissimo in questi anni stare lontano da mia moglie e saperla in quelle terribili condizioni. Ora finalmente la nostra famiglia si riunirà, anche se dubito che potremo rimanere in Pakistan». Gli attivisti per i diritti umani e la comunità cristiana accolgono con grande favore il verdetto. Le forze dell’ordine presidiano chiese e luoghi di culto temendo massacri di cristiani come quelli avvenuti a Gojra nel 2009 e a Joseph Colony nel 2013. «Abbiamo molta paura. Qui ci sono molti fondamentalisti» dichiara Saif ul-Malook, a capo del collegio di difesa: «Io e la mia famiglia siamo in grave rischio perché io sono un musulmano che difende una cristiana accusata di blasfemia. Finalmente ha avuto giustizia».

Thadim Hussain Rizvi, capo di «Tehreek e-Labbaik», il partito degli islamisti radicali, è sul piede di guerra. Invoca l’impiccagione di «Asia maledetta». Minaccia «gravi conseguenze» per i giudici. Negli anni passati i fanatici hanno ucciso Salman Taseer, governatore del Punjab, e Shahbaz Bhatti, ministro per gli Affari delle minoranze, che si erano espressi per la scarcerazione. Sardar Mushtaq Gill, il suo legale, fu costretto a lasciare il Paese e, per evitare la morte, a rifugiarsi in Sri Lanka dove è stato riconosciuto come rifugiato: «Sono molto felice e grato alla comunità internazionale per l’aiuto. Gli estremisti musulmani protestano con aperte minacce a chi ha aiutato Asia Bibi. È arrivato il momento per il Pakistan di diventare un Paese secolare e di abolire la legge sulla blasfemia». Una delle più dure al mondo: dal 1986 sanziona con la pena capitale o l’ergastolo i responsabili di offese a Maometto, al Corano, all’Islam. Nata per proteggere la religione di Stato, la legge è usata per perseguitare i musulmani tiepidi e non fanatici e le minoranze religiose: 62 le persone uccise in 30 anni. La legge è contestata anche a livello internazionale come strumento di pressione contro le minoranze non islamiche.

Asia Bibi, semplice contadina, è arresta nel suo piccolo villaggio di Ittanwali, nella provincia del Punjab. Una domenica d’estate, con 45 gradi, lavora nei campi per misere 250 rupie. Ha sete e beve un po’ di acqua da un pozzo per lei proibito. Racconta nel libro «Blasfema» ( 2011) assieme alla giornalista francese Anne-Isabelle Tollet. In un frutteto alcune compagne di lavoro, di fede musulmana, la accusano di aver contaminato l’acqua, in quanto «infedele cristiana» e quindi «impura». Nasce una discussione nella quale è accusata di blasfemia perché avrebbe detto: «Credo nella mia religione e in Gesù Cristo, morto sulla croce per i peccati dell’umanità. Cosa ha mai fatto il vostro profeta Maometto per salvare l’umanità?». La situazione precipita. Asia Bibi è arrestata e incarcerata. Arrivano minacce, oltraggi e umiliazioni nella cella sporca e buia e la consapevolezza che né lei né la sua famiglia avrà più pace. «Salvatemi» implora nel libro nel quale manifesta la sua forte fede: «Se oggi, nonostante tutto, sono ancora viva, certamente non è per caso, ma perché Dio mi ha affidato una missione».

Benedetto XVI leva più volte la voce in suo favore. Nel febbraio 2018 Papa Francesco riceve la figlia Eisham e il marito Ashiq, giunti a Roma ospiti di Aiuto alla Chiesa che soffre, insieme a Rebecca, una ragazza nigeriana cristiana, vittima di Boko Haram. Bergoglio prega per Asia Bibi e per le donne prigioniere: «Le testimonianze di Rebecca e di Asia Bibi rappresentano un modello per una società che ha sempre più paura del dolore. Sono due martiri». Ascolta il racconto delle violenze subite dalla donna nigeriana che ha dato alla luce il figlio di uno dei suoi carcerieri, e quello dei familiari di Asia Bibi. «Penso molto spesso a tua madre e prego per lei» dice alla giovane Eisham che risponde: «Prima di partire ho incontrato mia madre che mi ha chiesto di darle un bacio».

L’assoluzione di Asia Bibi «come segno di speranza per il Pakistan, per le minoranze e per tutto il mondo». Così dice nell’intervista a «Vatican News», Paul Bhatti, il fratello di Shahbaz Bhatti, ministro cattolico per le minoranze ucciso dai fanatici islamici nel 2011. Shahbaz andò a trovarla in carcere e si oppose alla legge sulla blasfemia, come il governatore del Punjab, il musulmano Salman Taseer. Hanno pagato con la vita. Dice nel libro Asia Bibi: «Un musulmano e un cristiano, che versano il loro sangue per la stessa causa: forse in questo c’è un messaggio di speranza». Paul Bhatti, presidente del Movimento delle minoranze del Pakistan, sottolinea come l’assoluzione «sia una grande speranza per il Pakistan e per le minoranze e una soddisfazione per tutti noi. Ho letto il verdetto. La Corte suprema ignora le critiche, le minacce e le ripercussioni che possono subire i giudici, che tante volte in passato sono stati uccisi per queste cose. La decisione dimostra un grande coraggio. Ai bambini i fanatici fanno il lavaggio del cervello e, con i loro messaggi di odio, istigano contro i cristiani, gli occidentali e contro i non musulmani accusandoli di voler fare del male al Profeta».

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