Assisi, processo all’economia

Forum internazionale – Si svolge dal 19 al 22 novembre in streaming da Assisi il vertice «Economy of Francesco», voluto dal Papa per sostenere la riflessione etica sul mondo economico contemporaneo. Ne scrive per «La Voce e Il Tempo» l’economista Stefano Zamagni

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Assisi

La sfida che, con la straordinaria iniziativa di Assisi, papa Francesco lancia a studiosi, imprenditori e policy-makers è quella di adoperarsi con coraggio per trovare i modi – che certamente esistono – per andare oltre, trasformandolo dall’interno, il modello di economia di mercato che si è venuto a consolidare nel corso dell’ultimo quarantennio. Il fine da perseguire è quello di chiedere al mercato non solamente di continuare a produrre ricchezza, e di assicurare uno sviluppo sostenibile, ma anche di porsi al servizio dello sviluppo umano integrale, di uno sviluppo cioè che tenda a tenere in armonia tre dimensioni: quella materiale, quella socio-relazionale e quella spirituale.

Il mercato «acivile» teorizzato dal mainstraem economico mentre assicura un avanzamento sul fronte della prima dimensione, quella della crescita – e il Papa esplicitamente lo riconosce – non migliora certo le cose rispetto alle altre due dimensioni. Si pensi all’aumento preoccupante dei costi sociali della crescita. Sull’altare dell’efficienza, eretta a nuovo idolo della seconda modernità, si sono sacrificati valori non negoziabili come la democrazia (sostantiva), la giustizia distributiva, la libertà positiva, la sostenibilità ecologica e altri ancora.

Si badi a non confondersi: il mercato «acivile» è certamente compatibile con la giustizia commutativa e con la libertà negativa (la libertà di agire), ma non con la giustizia distributiva né con la libertà positiva (la libertà di conseguire). Del pari, mentre il mercato «acivile» può «andare a braccetto» – come in realtà è accaduto e accade – con assetti politici di tipo dittatoriale, non così il mercato civile.

È in questo preciso senso che va interpretato il monito, tra gli altri, di papa Francesco: se si vuole «salvare» l’ordine di mercato occorre che questo torni ad essere un’istituzione economica tendenzialmente inclusiva. È la prosperità inclusiva la meta cui guardare. Perché è così importante insistere oggi sull’inclusività? Perché, per paradossale che ciò possa apparire, le aree dell’esclusione sono in preoccupante aumento nelle nostre società.

Il capitalismo è uno, ma le varietà di capitalismo sono tante. E le varietà dipendono dalle matrici culturali prevalenti nelle diverse epoche storiche. Non c’è dunque nulla di irreversibile nel capitalismo. L’economista civile non condanna certo la ricchezza in quanto tale; non parla certo a favore del pauperismo. Tutt’altro. Piuttosto vuole discutere dei modi in cui la ricchezza viene generata e dei criteri sulla cui base essa viene distribuita tra i membri del consorzio umano. E il giudizio sui modi e sui criteri non è certo di natura tecnica. Ad esempio, l’economista civile non riesce ad accettare la versione del darwinismo sociale di Spencer – che di questi tempi ha ripreso servizio, efficacemente resa dal distico schumpeteriano della distruzione creatrice –perché questa versione riduce le relazioni economiche tra persone a relazioni tra cose e queste ultime a merci.

A partire almeno da Hobbes (1651), una certa tradizione di pensiero ci ha improvvidamente insegnato che l’ordine sociale può essere stabilito solo attraverso un rimando tra due poli: il polo della forza (violenza, lotta, competizione posizionale) e il polo della legge (contratto sociale). Ma si consideri il caso degli «stranieri perfetti». Se due tali stranieri si incontrano non possono siglare un accordo perché neppure hanno una lingua in comune per avviare il negoziato. Allora – ci dice quella tradizione di pensiero – devono per forza combattersi. Oppure no. Uno dei due può decidere di fare un dono e scoprire così che l’ordine può conseguirne.

L’auspicio che formulo è che l’evento di Assisi 2020 costituisca l’inizio di un cammino che, per quanto laborioso e complesso, valga ad avviare un autentico progetto trasformazionale – non semplicemente riformista – dell’attuale assetto di ordine sociale. Con i mattoni si costruisce, ma è grazie alle radici che ci si sviluppa, cioè si avanza verso il bene comune.

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