Auto Piemonte, in dieci anni persi 18 mila lavoratori

Disoccupazione 8,4% – L’infinita crisi dell’economia subalpina interroga il premier Conte e il governatore Cirio. L’Ires prevede un anno a crescita zero. Occhi puntati sulle manovre di Fiat a Tokyo e Parigi

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Nei giorni scorsi il presidente del Consiglio Conte ha presentato il programma del suo Governo. Un paio di mesi fa ha fatto altrettanto il presidente della Regione Piemonte Cirio presentando le linee programmatiche della nuova Giunta. Un’occasione importante per valutare l’impatto che le scelte programmatiche dei due Governi potranno avere sui problemi del nostro territorio, per sollecitare gli interventi che possono ridare slancio ad una economia  che sembra aver smarrito per strada la capacità di crescere e di creare lavoro.

Ce lo dice l’Ires  Piemonte  nelle  previsioni  contenute nella Relazione annuale.  Per quest’anno gli esperti di via Nizza stimano una crescita del Pil dello 0,2%; un aumento dei consumi delle famiglie dello 0,6% ed una  caduta  degli investimenti dell’1,6%; una crescita zero del valore aggiunto dell’industria   ed un aumento dello 0,3% del valore prodotto dai servizi. In questo quadro di sostanziale stagnazione  l’occupazione  non cresce  e il tasso di disoccupazione   torna a salire attestandosi all’8.4%.

Voglia di crescere, voglia di sviluppo ma anche un grande desiderio di porre un argine al processo di deindustrializzazione che  sta  limitando fortemente  le possibilità di crescita dell’area torinese. Un problema che ha drammaticamente riportato  alla luce l’interessante ricerca promossa da Fiom-Cgil di Torino che ha «contato»   i 18 mila  posti di lavoro persi  dall’automotive in Piemonte dal 2008 ad oggi, ma ha reso esplicita un’ipotesi che tanti facevano finta di non vedere: il rischio di chiusura di uno stabilimento con tutto quello che ciò comporta.

Foto Masone – La Voce e il Tempo

Voglia di dire basta alla deindustrializzazione «subita» ma anche voglia di  veder crescere la parte più consistente del nostro tessuto economico: il terziario. Un settore complesso, con molti comparti poveri, scarsamente innovativi ma che, piaccia o no,  fornisce  più del 60% della ricchezza e dei posti di lavoro prodotti nella nostra Regione. Il fatto che fino ad ora non sia diventato un motore dello sviluppo non è di per sé un motivo sufficiente per rinunciare a dare un futuro  a questo comparto e soprattutto, alle tante persone che ci lavorano spesso in condizioni precarie e  poco retribuite.

Voglia di sviluppo, voglia di contrastare la deindustrializzazione e di ridare slancio al terziario per alcuni obbiettivi  precisi e irrinunciabili: ridare un futuro ai giovani, eliminare le diseguaglianze, le  povertà, rendere più inclusivo il tessuto  sociale. Studi recenti hanno dimostrato in modo inconfutabile che  esistono legami strettissimi tra la mancanza di lavoro e la povertà ma anche tra la povertà e chi lavora come dimostra l’aumento consistente dei  «lavoratori poveri».

Nell’area torinese ridare un futuro ai giovani vuol dire prima di tutto creare nuovi posti di lavoro, stabili, dignitosi, adeguatamente retribuiti e con buone prospettive di crescita professionale. Per far questo non basta investire e attrarre nuovi insediamenti produttivi, bisogna provare a dare risposte a interrogativi, tra loro strettamente correlati, che condizionano fortemente il futuro lavorativo dei giovani: è possibile porre un freno all’esplosione della precarietà; è possibile far incontrare domanda e offerta di lavoro senza un  coinvolgimento diretto   delle imprese nella fase formativa; come porre freno alla «piaga» della sovra-istruzione in un contesto come quello torinese dove la domanda di lavoro qualificato è insufficiente?

Voglie, attese e anche passioni che giriamo ai nostri governanti per capire che tipo di risposte sono in grado di dare, attenendoci per il momento alle loro linee programmatiche.

La scelta di puntare a politiche di bilancio espansive,  al rilancio   degli investimenti infrastrutturali  e ad un piano di edilizia residenziale pubblica, se attuate, possono contribuire efficacemente al rilancio dello sviluppo nei nostri territori  e, in particolare di un settore, l’edilizia, che ha ingiustamente pagato più di altri il prezzo delle recessioni che si sono susseguite e delle disattenzioni degli organi di governo. Le infrastrutture di cui ha bisogno il Piemonte sono state elencate dal presidente Cirio nel suo programma: la Tav, il Terzo Valico ma anche la conclusione dell’Asti-Cuneo, i lavori sulla Statale 34 del VCO, il raddoppio della Vercelli-Novara, la Pedemontana e il resto della viabilità.

Per dire basta alla deindustrializzazione la prima cosa da fare è avviare al più presto un tavolo di crisi dell’automotive  con la partecipazione di tutti i soggetti politici, sindacali e istituzionali  che deve servire  a rilanciare una filiera altamente qualificata  che rappresenta più di un terzo della manifattura torinese.

La deindustrializzazione si combatte anche con l’attrazione di nuovi insediamenti (ma di questo non si parla nei programmi) e con l’elargizione di aiuti alle imprese per abbattere i costi e investire nell’innovazione tenendo comunque ben distinti i ruoli e le responsabilità; spetta infatti  alle imprese e non al Governo produrre nuovo valore aggiunto e rilanciare la produttività, in costante caduta da troppo tempo.

Se si escludono alcuni accenni generici all’esigenza di rilanciare il turismo e di conservare e valorizzare il patrimonio artistico e culturale del Paese, l’attenzione verso i problemi del terziario e ben poca cosa soprattutto se paragonata  alla grande attenzione riservata ai problemi dell’industria.

Ai problemi dei giovani il programma del Governo dedica una grande attenzione. Gli interventi prospettati riguardano sia il presente che il futuro delle nuove generazioni, avendo cura di eliminare ingiustizie  in ossequio ai principi costituzionali da troppo tempo elusi. Vanno in questa direzione la previsione di un «salario minimo»; di un giusto compenso per i lavoratori non dipendenti, per «evitare forme di abuso e di sfruttamento in particolare a danni dei giovani professionisti»;  di politiche di Welfare  rivolte ai giovani che provengono da famiglie a basso reddito e a  garantire la «pensione di garanzia» per giovani.

Oggi tutti questi interventi, assieme ad altri, sono distribuiti su vari punti programmatici. Sarebbe auspicabile, anche ai fini  di una miglior comprensione, che fossero racchiusi in un «Programma straordinario per i giovani», arricchito da analisi dei contesti in cui vivono e vivranno le nuove generazioni.

In questo Programma andrebbe inserita una legge per l’assunzione dei giovani nella Pubblica amministrazione, rendendo a modello la legge 1 giugno 1977 «Provvedimenti per l’occupazione giovanile». Allora doveva servire a riempire i vuoti di organico delle nascenti Regioni. Oggi dovrebbe servire a riempire, in modo intelligente, i buchi di organico  e a introdurre nuove professionalità legate all’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche nel dispiego delle funzioni.

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