«Avvenire», da cinquant’anni a servizio dei cattolici

Editoria – Il quotidiano fortemente voluto da Papa Paolo VI festeggia il suo primo mezzo secolo di vita: il 4 dicembre 1968 compare nelle edicole, frutto della fusione tra «L’Italia» di Milano e «L’Avvenire d’Italia» di Bologna. Nella foto pubblichiamo la prima pagina del primo numero

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Il Santo Papa Paolo VI è il padre fondatore di «Avvenire»: lo vuole con tutte le forze, lo difende, lo aiuta economicamente mettendoci del suo, è il primo giornale che legge al mattino; lo giudica «indispensabile strumento di evangelizzazione, di dialogo con il mondo moderno e quindi di missione».

Cinquant’anni fa, mercoledì 4 dicembre 1968, compare nelle edicole il quotidiano cattolico «Avvenire», frutto della fusione tra «L’Italia» di Milano e «L’Avvenire d’Italia» di Bologna. Come tutti i quotidiani, quel giorno titola sui sanguinosi scontri nelle campagne siciliane di Avola (Siracusa): in una manifestazione la polizia spara e uccide due braccianti agricoli. Perché il 4 dicembre? Cinque anni prima, il 4 dicembre del 1963, il Concilio Vaticano II promulga i primi due documenti: il decreto «Inter mirifica» sui media e la costituzione «Sacrosanctum Concilium» sulla liturgia. Due pietre miliari per il futuro della Chiesa.

Giovanni Battista Montini, con tenacia e fermezza, impone la sua volontà ai vescovi italiani, in gran parte contrari. Già negli anni Trenta e Quaranta del XX secolo – quando è in Segreteria di Stato (1924-1954) e si occupa anche de «L’Osservatore Romano» – accarezza l’idea di un quotidiano unico dei cattolici italiani sul modello del francese «La Croix». La storica Eliana Versace, nel documentato volume «Paolo VI e “Avvenire”. Una pagina sconosciuta nella storia della Chiesa italiana» (Studium, 2013), riporta una confidenza del cardinale Giovanni Urbani, patriarca di Venezia e presidente della Conferenza episcopale italiana: «Giunse alla determinazione che fosse necessario un unico quotidiano dei cattolici che avesse respiro nazionale e che  sorgesse dalla fusione di alcune grandi testate». Determinazione  che si rafforza durante l’episcopato milanese (1954-1963).

All’indomani della Liberazione nel 1945 tornano i giornali che il fascismo aveva liquidato o soggiogato. Vengono fondati: «Il Popolo nuovo» a Torino, «Il Giornale del mattino» a Firenze, «Il Quotidiano» a Roma, «Il domani d’Italia» a Napoli, «La Sicilia del popolo» a Palermo, «Il popolo trentino» a Trento. Riprendono quotidiani cattolici di antiche tradizioni: «L’Italia» di Milano, diretta da don Ernesto Pisoni con don Giusppe Bicchierai presidente del Consiglio di amministrazione; «L’Eco di Bercamo» diretto dal leggendario don Andrea Spada; «L’Avvenire d’Italia» di Bologna con Raimondo Manzini; «Il Cittadino» di Genova; «L’Ordine» di Como diretto da don Giuseppe Brusadelli. «Gazzetta del Popolo» di Torino e «Il Gazzettino» di Venezia sono controllati dalla Democrazia cristiana.

Nel 1968 i quotidiani cattolici sono sei. I locali: «Il Cittadino» di Genova, «L’Eco di Bergamo», «L’Ordine» di Como, «L’Adige» di Trento erede de «Il popolo trentino». Due sono a diffusione inter-regionale: «L’Avvenire d’Italia» da Bologna copre una vasta area, 70 mila copie, rilevanti i servizi sul Concilio Vaticano II del nuovo direttore Raniero La Valle, ma il passivo galoppa a un miliardo nel 1967; «L’Italia» è diretto da Giuseppe Lazzati – venerabile dal 2013 – scelto da Montini, nel luglio 1964 sostituito dal torinese mons. Carlo Chiavazza, scelto dal neoarcivescovo Giovanni Colombo, succeduto a Montini divenuto Papa nel 1963.

Le opposizioni sono agguerrite. Nel 1968 esplode la contestazione anche ecclesiale. Nonostante i pressanti inviti di Montini e di mons. Giovanni Benelli, sostituto della Segreteria di Stato, i vescovi sono preoccupati del proprio orticello e si oppongono a sacrificare un giornale «sano» come «L’Italia» per combinare un matrimonio avventuroso con «Avvenire d’Italia». Forti resistenze arrivano da Bologna: il cardinale arcivescovo Giacomo Lercaro – progressista, autore e paladino della riforma liturgica – vuole salvare a tutti i costi «L’Avvenire d’Italia». Pareri negativi esprimono la Conferenza episcopale ligure con il cardinale arcivescovo di Genova Giuseppe Siri, esponente della minoranza conciliare e conservatrice del cattolicesimo italiano, e quella lombarda con Giovanni Colombo: «La gestione de “L’Italia” è faticosa, quella de “L’Avvenire d’Italia” disastrosa. Come si spera che unendole ne venga una soluzione positiva?». Anche «L’Eco di Bergamo» dovrebbe entrare nella fusione, ma il direttore Andrea Spada, presidente della Conferenza dei direttori dei quotidiani cattolici, supportato dal vescovo Clemente Gaddi, rifiuta categoricamente.

Il direttore Chiavazza si batte vigorosamente contro la fusione. Scrive a Colombo: «”L’Italia”, è uno strumento della gerarchia, migliorabile ma fortemente ancorato al magistero. “L’Avvenire d’Italia” è diretto e fatto da una corrente di politici cattolici, autonomi dalla Chiesa. Questa concezione risente di una certa sfiducia verso la gerarchia ed è motivo di frizioni e perplessità. L’unificazione servirebbe solo a scaricare i debiti de “L’Avvenire d’Italia” su “L’Italia”. Chi per decine di anni è vissuto di grosse elemosine ha largamente dimostrato di non essere capace di fare e amministrare un giornale. Gli articoli brillanti servono, ma non sono determinanti».

A Torino e in Piemonte, dal 18 dicembre 1960 «L’Italia» pubblica l’edizione subalpina – accanto a quelle milanese, bresciana e cremonese – fermamente voluta dai vescovi subalpini, dal cardinale arcivescovo di Torino Maurilio Fossati e da mons. Giusppe Garneri, vescovo di Susa, «regista» dell’operazione. A capo della redazione c’è il giovane prete Franco Peradotto. Nel palazzo delle Opere cattoliche in corso Matteotti 11 lavora un trio di formidabili preti giornalisti: al terzo piano Franco Peradotto a «L’Italia»; al quarto mons. Jose Cottino, direttore de «La Voce del Popolo» e della Buona stampa e mons. Carlo Chiavazza, fondatore e direttore del settimanale «il nostro tempo, oltre che direttore de «L’Italia» a Milano. Con don Peradotto collaborano giovani e scalpitanti giornalisti: Mario Berardi, Guido Boursier, Franco Caresio, Cesare Castellotti, Franco Fornari, il domenicano Reginaldo Frascisco, Bruno Geraci, Ezio Mascarino, Arturo Rampini, Renzo Rossotti, Maria Valabrega, Umberto Zanatta.

Nel 1966 mons. Bicchierai consegna al presidente Cei card. Urbani un progetto per il quotidiano nazionale. Conclude la commissione tecnica, presieduta dal torinese prof. Silvio Golzio, che conosceva Montini dai tempi della Fuci: 1) è impossibile tenere in vita due testate; 2) è necessario un quotidiano unico; 3) è opportuno scegliere Milano come sede. Si scioglie la Impianti Tipografici Lombardi (ITL) e il 4 aprile 1967 si costituisce la Nuova Editoriale Italiana (NEI) con il pacchetto azionario diviso tra la Cei e la diocesi di Milano. Il Consiglio di presidenza Cei, aderendo alle sollecitazioni di Paolo VI, vota la fusione e stende la «magna charta» con le linee di indirizzo del nuovo giornale. Il 6 ottobre 1967 prima riunione del Consiglio di amministrazione, presieduto dall’ing. Giovanni Battista Vicentini. C’è una commissione di garanti: Giuseppe Lazzati, Luigi Pedrazzi e Vittorino Veronese. Nell’estate 1968 i responsabili del nuovo quotidiano si insediano nella sede di piazza Duca d’Aosta. Il 1° dicembre 1968 escono per l’ultima volta «L’Italia» e «L’Avvenire d’Italia». Il 2 il direttore Leonardo Valente, che proviene dal quotidiano Dc «Il Popolo», presiede la prima riunione di redazione; il 2 e 3 i numeri zero di «Avvenire».

Il 4 dicembre 1968 il primo numero di «Avvenire». Il titolo dell’editoriale di Valente è «Giornale aperto»: «Cercheremo di metterci nella prospettiva di un quotidiano che sia dei cattolici più che per i cattolici. Uno strumento che tenga conto della pluralità reale del mondo cattolico e che si muova in avanti alla riscoperta dei temi fondamentali, dei lieviti più autentici, delle istanze più sofferte che compongono il panorama multiforme e vitale dell’unità di fondo del mondo cattolico italiano».

L’organico è folto, oltre 70 unità, con gravi oneri finanziari, appesantiti dalle edizioni regionali. «Avvenire» tira 103 mila copie giornaliere, 160 mila festive e ha 52 mila abbonati. Ma manca un’ispirazione unitaria e un discorso coerente. Appena dieci mesi dopo, il 18 ottobre 1969, Valente si dimette, forse per pressioni dei cattolici conservatori, insofferenti per la sua linea progressista.

Fin da subito il giornale dispone di un serbatoio illimitato di «corrispondenti», i collaboratori dei settimanali cattolici e, soprattutto, i missionari e le missionarie italiani sparsi nel mondo. Il 27 novembre 1971 Paolo VI riceve la famiglia di «Avvenire. Il 7 aprile 1972, primo quotidiano in Italia, inizia la teletrasmissione delle pagine in facsimile da Milano a Pompei, che irradia le copie al Sud. Nel maggio dell’anno dopo partono le edizioni domenicali con pagine locali curate da alcune diocesi. Nell’aprile 1974, in vista del referendum sul divorzio (12-13 maggio) «Avvenire» raggiunge la tiratura record di 4 milioni di copie. Dal 1976 passa dalla composizione a caldo (piombo) alla fotocomposizione. Ma la crisi dei quotidiani è grave: nella primavera 1982 stato di crisi aziendale, nuovo piano editoriale, soppressione delle redazioni periferiche e il 1° novembre 1983 nuova veste grafica.

In seguito alla revisione del Concordato (18 febbraio 1984) la proprietà il 29 aprile 1989 passa alla Conferenza episcopale italiana. Giovanni Paolo II riceve la famiglia di «Avvenire» il 1°maggio 1993 e nel maggio 1997 chiude lo stabilimento di Pompei e le copie per il Centro-Sud escono dalle rotative di Roma e Catania. Molti cambiamenti nel 1998: partono «Radio BluSat» (oggi «Radio InBlu»), la televisione via satellite «Sat2000» (oggi «Tv2000») e il sito avvenire.it, introduzione del colore. Nel luglio 2002 alla Giornata mondiale della gioventù di Toronto «Avvenire», stampato in Canada, incontra il gradimento della delegazione italiana; nell’agosto 2005 alla Gmg di Colonia sono diffuse quotidianamente 50 mila copie stampate in Germania. Il 2 giugno 2006 Benedetto XVI riceve «Avvenire», l’agenzia «Sir», «Radio InBlu», «Tv2000» e «avvenire.it».

In cinquant’anni passano 8 direttori: Leonardo Valente (1968-69), Angelo Narducci (1969-80), Angelo Paoluzi (1980-81), Pier Giorgio Liveranj (1981-83), Guido Folloni (1983-90), Lino Rizzi (1990-94), Dino Boffo (1994-2009), Marco Tarquinio dal 2009. Il 1° maggio 2018 Papa Francesco ai giornalisti di «Avvenire» dice: «Nessuno detti la vostra agenda, solo i poveri».

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