«Avvenire», da cinquant’anni a servizio dei cattolici

Editoria – Il prossimo 4 dicembre il quotidiano fortemente voluto da Papa Paolo VI festeggerà il suo primo mezzo secolo di vita. Un libro memoriale del giornalista Antonio Giorgi ne racconta, dall’interno, la storia

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Quando «Avvenire», il prossimo 4 dicembre, festeggerà i primi 50 anni di vita il suo fondatore sarà santo da qualche settimana. Il giornale dei cattolici italiani è infatti la creatura fortemente voluta (e duramente «pagata», non solo in termini economici) da Giovanni Battista Montini: con tenacia e fermezza Paolo VI concepì e portò a maturazione l’idea di un quotidiano a diffusione nazionale che desse voce non solo di cronaca ma di opinione al movimento dei cattolici in questo Paese. Le obiezioni, come le opposizioni, non mancarono. C’era chi vedeva nella scelta del Papa l’esigenza di «normalizzare» un laicato cattolico all’epoca fin troppo vivace. Dal punto di vista del mercato e del radicamento territoriale, poi, si andava a sacrificare un giornale «sano» come «l’Italia» (milanese, con una robusta edizione di Torino e Piemonte) per combinare un matrimonio avventuroso con un giornale di tradizioni e radicamento ben diversi come il bolognese «Avvenire d’Italia». Alcuni dissero di no, fin dall’inizio. A cominciare da mons. Andrea Spada, direttore di quell’«Eco di Bergamo» che era e continua ad essere il quotidiano «capozona» nel proprio territorio.

Il rapporto tra quotidiano nazionale ed editoria locale cattolica si è poi declinato in modo molto più fecondo e robusto di come si poteva immaginare nel 1968. I giornali diocesani, che continuano ad essere un patrimonio irrinunciabile della Chiesa italiana nel suo insieme, hanno trovato in «Avvenire» il partner ottimale per dare voce a vicende che non possono rimanere confinate nella cronaca di provincia (o di città metropolitana); e «Avvenire» dispone di un serbatoio illimitato di «corrispondenze» che è ancora in gran parte da portare alla luce e valorizzare (l’altro serbatoio che fa di «Avvenire» un giornale unico è quello dei missionari e missionarie italiane sparso in  tutto il mondo. E anche da qui arrivano le storie e le sensibilità che si ritrovano nel quotidiano). Anche su questo capitolo, per altro, si torna a Montini: per scoprire che forse il suo progetto non era tanto calato dall’alto, ma veniva dall’esperienza diretta, familiare: il Papa, ricevendo per la prima volta i giornalisti della Fisc (Federazione dei settimanali cattolici) nel 1977 volle subito ricordare la figura di suo padre, che del giornale cattolico di Brescia era stato il direttore. In questo «Avvenire» continua anche una tradizione fondamentale del mondo cattolico: quella di essere «scuola», di giornalismo e non solo, per i giovani che, anche nel mondo globale, hanno bisogno di formarsi in una professionalità che dipende solo in minima parte dalle tecnologie di comunicazione.

Ancora: la creazione del giornale nazionale sembra rientrare in uno schema più ampio e impegnativo, quello di dare forma nuova a una «Chiesa italiana» che esisteva solo come circoscrizione geografica, in una rete estremamente labile e «giovane» di relazioni con il Paese. L’Italia era unita da meno di cento anni, la Repubblica aveva poco più di due decenni di vita (e ancora si dovevano contare le questioni territoriali irrisolte o perdute, come quelle di Istria e Dalmazia…). Il quotidiano nazionale spariglia le carte nell’antico schema di «campanili», obbliga a cambiare orizzonte e lo fa non con un partito politico o un movimento ideologico, ma propriamente attraverso il «racconto» giornalistico di un’Italia che è qualcosa di diverso tanto dalle singole diocesi quanto dagli antichi confini preunitari. La vita di «Avvenire», per citare un solo esempio, comincia con i réportage sui sanguinosi scontri nelle campagne siciliane di Avola: un avvenimento di grande impatto, ma che non corrisponde certo a un’area di diffusione privilegiata del giornale…

Nella volontà di Paolo VI per il giornale nuovo c’era la precisa coscienza del Vaticano II: il Concilio aveva introdotto un cambiamento di natura nel cattolicesimo italiano, che non era più quello ottocentesco e neppure quello di Luigi Gedda e dell’Azione Cattolica come «braccio esecutivo» della gerarchia. È questa intuizione, più che la spinta del Sessantotto, a determinare l’opzione del Papa per un giornale che fosse, almeno nel progetto originario, radicato nella cronaca locale e insieme presente in modo autorevole, prestigioso e rispettato tra le voci del giornalismo italiano.

Il cammino avventuroso di «Avvenire» parte da questa scommessa; lungo gli anni non sono mancate le smentite, gli scossoni; così come ci sono stati, e potenti, i tentativi di smontare il delicato meccanismo montiniano, sostituendolo con «movimentismi» ed «efficientismi» di manager più o meno improvvisati, di giornalisti più o meno consapevoli. Il libro–memoriale di Antonio Giorgi, che presentiamo in questa stessa pagina, è un racconto dal vivo, e dall’interno della redazione, di alcuni di questi passaggi; ma testimonia anche come il giornale (chi lo faceva, chi ne rappresentava la proprietà) abbia saputo mantenere una propria identità e anzi (a parere di chi scrive) crescere nella consapevolezza che solo essendo al servizio di tutti si «spiegano» le scelte editoriali e professionali che ogni giornale deve compiere per vivere.

Racconti e giudizi freschi e affettuosi 

Persino quella foto di Indro Montanelli seduto su una pila di giornali che batte sui tasti della sua portatile è troppo romantica e lusinghiera. La massima parte dei giornalisti trascorre la vita in «cucina»: non a inventarsi réportage ma a fare titoli, incollare (su carta, una volta) lanci d’agenzia, passare i pomeriggi al telefono con i corrispondenti che piatiscono 20 righe per un incidente stradale in Val Camonica. E poi bisogna tagliare le righe in eccesso, impaginare, andare alle riunioni… Però c’erano anche colleghi che facevano venire il sarto in redazione, e usavano lo stanzone delle Province come sala prova. Uno, si spogliava fino alla biancheria intima, e cominciava a provare giacche e pantaloni e camicie e cravatte. Perché all’epoca i giornalisti dovevano presentarsi in un certo modo, non come oggi…

Antonio Giorgi è stato redattore ordinario per lunghi anni e poi inviato del suo giornale, «Avvenire», a raccontare disastri e incontrare personaggi. Il suo modo di celebrare i 50 anni del quotidiano è un libro dove raccoglie ricordi, impressioni, giudizi su una vita, personale e professionale, passata con addosso la casacca del «giornale cattolico». È un libro non autorizzato da nessuno, certo diverso da quelli che forse si preparano per le commemorazioni ufficiali. E non è sistematico, non racconta l’intera storia di questi 50 anni. Si tratta di un centinaio di capitoletti, cuciti dal filo di una memoria fresca e, va detto, affettuosa: «Avvenire», per chi c’è e c’è stato, rimane una «casa madre». Per il semplice motivo che un cattolico che faccia il giornalista in Italia non può prescindere dalla presenza del quotidiano, dal suo essere punto di riferimento. Per alcuni poi, come per Antonio Giorgi, le cose sono andate oltre e il giornale è stato la casa effettiva, la famiglia dove vivi tutto, per un quarantennio. Ecco allora l’affetto e anche il rispetto con cui vengono trattate le persone e le vicende: anche quando l’autore non esita a togliersi qualche sassolino dalla scarpa nel dare conto di certe vicende (anche «Avvenire», ad esempio, ha avuto una o più stagioni di «capitani coraggiosi», arrivati non si sa come alla gestione del giornale con la promessa di sistemare tutto, rimettere i conti in ordine, eccetera. E che poi se ne sono andati lasciando magari qualche buco in più).

Giorgi racconta di un giornale «che non doveva sopravvivere» perché tante e forti, all’inizio, erano le ostilità nei confronti dell’iniziativa di Paolo VI; e tanti e forti sono stati i maneggi e i complotti anche negli anni successivi. Ma il giornale ha tenuto; e Giorgi, da dentro, testimonia come ciò sia avvenuto grazie alla professionalità dei redattori e di alcuni amministratori, e alla capacità contagiosa di alcuni vescovi di credere e far credere alla bellezza del progetto. Uno per tutti, mons. Ersilio Tonini, presidente dell’editrice negli anni più difficili. E un altro nome, di un giornalista che al mestiere ha lasciato la vita: Walter Tobagi. (m.b.)

  • Giorgi, «Ed è ancora Avvenire. 50 anni di un giornale che non doveva sopravvivere», Cooperativa Editoriale Oltrepò, Voghera 2018, pp. 144, s.i.p.

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