Bande giovanili: l’allarme è il vuoto educativo

Un libro del sociologo torinese Franco Prina traccia l’identikit delle gang di minori – Solitudine e mancanza di adulti di riferimento tra le cause: l’unica arma è la prevenzione

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Gruppi di ragazzi, spesso minorenni, che aggrediscono, spaccano arredi e mezzi pubblici, rubano cellulari ai coetanei, seminano il panico nei giardinetti di periferia…Sono le gang giovanili, fenomeno fluido che in Italia sfugge alle statistiche. Chi sono questi minori? Perché si mettono insieme per seminare violenza e paura? Come si può aiutarli e costruire con e per loro alternative alle bande? A queste domande cerca di rispondere il libro «Gang giovanili. Perché nascono, chi ne fa parte, come intervenire» (edizioni Il Mulino) da qualche settimana nelle librerie. L’autore, Franco Prina, è docente di sociologia giuridica e della devianza all’Università di Torino, già giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni del Piemonte e della Valle d’Aosta ed esperto di fenomeni della delinquenza giovanile, formatore degli operatori impegnati sul fronte della inclusione dei minori a margine. Lo studio è stato presentato nei giorni scorsi presso la libreria del Gruppo Abele a Torino con Alberto Bellone, coordinatore di progetti di educativa di strada della cooperativa «Esserci» e Leopoldo Grosso, presidente onorario del Gruppo (nella foto la presentazione al Gruppo Abele: al centro Franco Prina).

Secondo Prina, nonostante giornali e Tv spazzatura che «sbattono i minori in prima pagina o in prima serata» cavalcando pregiudizi e luoghi comuni, «la devianza minorile in Italia è sotto controllo. Malgrado alcuni titoli allarmistici, 30 anni di applicazione del Codice di Procedura Penale minorile che non ha eguali in Europa ha funzionato soprattutto sul fronte della prevenzione. In Italia la gravità dei reati ad opera di minori è in calo da anni: l’85 per cento dei giovani che finiscono negli istituti di pena minorile commette reati contro il patrimonio, sono pochi i reati contro la persona. Attualmente nelle carceri italiane sono ristretti poco più di 450 minori o giovani fino a 25 anni che hanno commesso un reato sotto i 18 anni. Una cifra distante dai numeri europei o d’Oltreoceano. L’allarme nel nostro Paese è piuttosto educativo». Eppure le cronache degli ultimi mesi hanno riportato alla ribalta il problema delle gang giovanili che, evidenzia il sociologo torinese, con un allarmismo fuori luogo, vengono spesso chiamate baby gang come se ci fossero migliaia di squadre di ragazzini terribili pronti a seminare il panico nella Penisola.

Professore, quanto il fenomeno delle gang giovanili in Italia è preoccupante?

Intanto occorre non generalizzare: certamente i reati anche gravi compiuti da bande di adolescenti (non chiamiamole baby, non sono bambini) è un fenomeno che allarma perché è spesso all’attenzione delle cronache: ma occorre precisare che in Italia quando parliamo di bande giovanili di strada siamo molto lontani dalle vere e proprie gang degli Stati Uniti o del centro-sud America. Nel nostro Paese ciò che preoccupa sono le organizzazioni criminali di adulti che controllano la maggior parte delle attività illegali in cui le gang giovanili non hanno modo di incidere. Intanto in Italia, ripeto, l’età in cui i minori compiono reati soprattutto contro il patrimonio è attorno ai 16-17 per scemare tra i 18-19: le gang sono gruppi che si formano attorno ad un leader, un ragazzo capace di influenzare i proprio coetanei e che per un periodo spesso breve si aggregano e poi si disperdono perché vengono fermati.

Qual è l’identikit della gang giovanile?

Si tratta di un mondo fluido che sfugge alle statistiche e alle classificazioni. Non ci sono numeri precisi: dipende molto dai contesti: ci sono gruppi di strada che rischiano di essere confusi con le bande che compiono reati gravi ma che invece sono «gruppi identitari» di figli immigrati che imitano nell’abbigliamento le vere e proprie gang dei loro paesi di origine come i latinos per esempio. Altri invece si organizzano per compiere reati di tipo predatorio accompagnando i loro gesti con atteggiamenti aggressivi e di violenza gratuiti verso coetanei di cui invidiano il possesso di beni che non si possono permettere o con fenomeni di bullismo, caratteristica spesso presente nella devianza giovanile.

Nel suo libro lei evidenzia tra le cause del formarsi delle gang solitudine e mancanza di adulti di riferimento…

È così. Sia gli adolescenti italiani che vivono in contesti deprivati culturalmente e segnati da povertà educative, sia gli stranieri di seconda generazione che non hanno genitori (i minori stranieri non accompagnati) o che se li hanno sono troppo occupati per sopravvivere, soffrono l’assenza di adulti solidi su cui contare. Come pure sono giovani che non hanno incontrato adulti significativi nelle istituzioni: spesso sono ragazzi che hanno abbandonato i percorsi scolastici dell’obbligo, che non trovano un’occupazione ‘legale’ e sono lasciati a se stessi.

Come «disattivare» la formazione delle gang per i ragazzi che si sono persi per strada?

La prima arma è la prevenzione, occorre colmare il vuoto educativo. La repressione nella maggior parte dei casi non funziona: in Italia i reati minorili sono diminuiti perché il sistema penale non pensa solo a punire: i ragazzi che finiscono in carcere (che ricordiamo è l’extrema ratio) sono un numero esiguo. Ma per prevenire il formarsi delle gang occorre creare alternative: la banda per chi non altre possibilità aggregative risponde a bisogni di identità, solidarietà, avventura, senso della vita. Gli adolescenti, tutti gli adolescenti sono alla ricerca di senso: la gang offre senso anche se deviato. Per questo ai giovani fragili occorre proporre un «senso in positivo»: l’alternativa è il dialogo, l’incontro laddove vivono fuori dalle istituzioni e dai servizi: l’educativa di strada, gli oratori, lo scoutismo, ad esempio, sono fondamentali per agganciarli e proporre e studiare con loro attività che siano interessanti e stimolanti, a partire dal loro mondo: occorre portare l’educazione per strada nelle panchine e nelle piazzette delle nostre periferie».
Nulla di nuovo, a ben vedere, nella Torino dei santi sociali dove nell’Ottocento san Leonardo Murialdo con un campanello andava a cercare lungo i margini del Po i ragazzi «vagabondi» e san Giovanni Bosco inventò il suo sistema preventivo e gli oratori proprio visitando «i giovani discoli e pericolanti» reclusi alla «Generala», oggi il carcere minorile «Ferrante Aporti».

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