Jorge Mario Bergoglio «Prima di essere Francesco»

Intervista – Parla Saverio Simonelli, responsabile dei programmi culturali di Tv2000, autore di una intensa «biografia creativa» sul Papa. Non un’opera monumentale, bensì un’ariosa rievocazione della vita e dell’humus del primo Pontefice latinoamericano

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Saverio Simonelli, responsabile dei programmi culturali di Tv2000

Quella di Saverio Simonelli è, a tutti gli effetti, una «biografia creativa», come l’ha giustamente definita Giampaolo Mattei su «L’Osservatore Romano». Un testo di 118 pagine, che ha la «piccina grazia» di certe scatole cinesi, a cui non aggiungeresti, né toglieresti, nulla. Un racconto breve, intenso, evocativo, in cui le vicende della famiglia del Papa e di Bergoglio stesso si succedono con l’agilità di turno dei tableaux teatrali. «Prima di essere Francesco» (Coccole Books, 2019, euro 10) non è, altresì, un’opera monumentale e rigorosamente accademica, ma un’ariosa rievocazione della vita e dell’humus del primo Pontefice latinoamericano: l’esodo degli emigrati italiani tra fine Ottocento e inizio Novecento, l’odore delle strade di Buenos Aires, i colori della Boca, i dribbling di Pontoni, i palpiti, le ingiustizie, le scariche di fucile della lunga «notte» della dittatura militare.

La narrazione è assegnata ad Eduardo, un personaggio di fantasia, a cui Simonelli (giornalista, scrittore, saggista, responsabile dei programmi culturali e di approfondimento di Tv2000, l’emittente della Cei) affida i dettagli, emotivi e spirituali, di episodi reali e poco conosciuti: l’amicizia con Crespo, Morelli e Carabajo, i contatti con Borges e il momento decisivo in cui Bergoglio scende dal bus ed entra nella basilica di Flores, lasciandosi letteralmente «sorprendere da Dio»…

Simonelli, nel suo libro fa dire verosimilmente a Jorge Mario Bergoglio che il tango è «una musica di mescolanza», che viene un po’ dall’Africa, un po’ dall’Europa, un po’ dall’America centrale; gli fa anche dire che «quando i popoli si incontrano viene sempre fuori qualcosa di nuovo e di bello». Che idea si è fatto dell’affettuosa vicinanza che il Papa riserva alla condizione del migrante?

La sua idea, a mio modesto parere, va quasi al di là del concetto di immigrazione. Ci ha abituati sin dall’inizio del suo pontificato ad una profonda attenzione per le «periferie dell’esistenza», espressione molto incisiva, diventata quasi un topos per noi giornalisti, e non solo in senso geografico. Quelle di cui parla sono le periferia della sensibilità, del cuore, le frontiere dell’animo, ma anche le frontiere degli Stati.

Frontiere rivestite di fili ritorti e con grossi fendenti. L’abbiamo visto commuoversi quando un giornalista spagnolo, Jorgi Evola, gli ha mostrato il filo spinato che divide le cittadine autonome di Ceuta e Melilla dal Marocco…

Quello che secondo me maggiormente addolora il Papa è vedere la chiusura nei confronti del ‘diverso’, di chi viene in cerca di aiuto. Questa chiusura sospinge sempre più altri esseri umani verso le loro personali periferie, verso la loro solitudine esistenziale. Chi migra, chi cerca un’altra identità sperimenta subito la mancanza di accoglienza e viene subito spinto al margine. Al margine della vita. In questo margine può nascere un sentimento di revanscismo, di violenza. Non ultimo, quasi il desiderio di colpire la società che non ti ha accolto. Il Papa non pensa solo al migrante, ma a tutto il destino del mondo.

Timothy Radcliffe, in una recente intervista, ha sostenuto che Francesco è un Papa con meno certezze rispetto al precedente. Lo ha definito una guida, anzi una «guida che cerca». Lei è d’accordo?

Non sono per niente d’accordo, e su nessuna delle due affermazioni. Francesco è un Papa con enormi certezze. Molto spesso la sua bonomia è stata scambiata, soprattutto da parte laica, per un avvicinamento ad un pensiero, non dico debole, però comunque molto più dubbioso e si è confusa la preparazione intellettuale con la carità. Il dettame gesuitico di Ignazio di Loyola indica di cercare Dio in ogni luogo. Questo porta il credente, il Pontefice addirittura, ad avere una straordinaria apertura verso le provocazioni del reale, ma questo non comporta la mancanza di una solidissima preparazione. Quindi, è un luogo comune che va assolutamente combattuto e sfatato, perché poi viene usato dai detrattori di una certa destra cattolica oltranzista.

Quando lei parla, in questo libro, di «pensiero incompiuto», di «pensiero aperto», non intende qualcosa di simile a quanto affermato da Radcliffe?

In occasione dell’anniversario della «Civiltà cattolica» il Papa ha fissato tre assi fondamentali: inquietudine, incompletezza, immaginazione. Ma si tratta di tre elementi che implicano un atteggiamento di apertura verso le provocazioni della realtà. Inquietudine significa che bisogna sempre essere pronti a cogliere le tracce che Dio o la provvidenza lasciano nel mondo. Questo, però, non vuol dire che il Papa sia un animo inquieto. Bergoglio da sempre ama dire che «Dio ci anticipa sempre». Dobbiamo essere inquieti, ma non schiavi del dubbio. Dobbiamo essere aperti alla novità, alla provocazione dell’altrove. Sempre in attesa, sempre pronti a farci sorprendere.

Nel suo libro ha anche scritto che, spesso, quelli che abbracciano un ideale «mettono in mezzo Dio» e «si sentono custodi della nazione cattolica». Si riferiva alla dittatura argentina di Videla, al Processo di riorganizzazione nazionale, naturalmente. In fondo, però, i tempi non sono cambiati…

Gli Stati moderni sono nati sul concetto di identità. Però l’identitarismo che si sta affermando anche oggi non è la valorizzazione delle proprie ricchezze, ma una conventio ad excludendum di tutto ciò che sembra non appartenerle, e questo blocca l’idea che l’uomo possa crescere ogni giorno. L’esistenza di qualcuno che la pensi diversamente da me può essere un vantaggio, anzi è un vantaggio. Se si rimane sempre uguali al giorno prima vuol dire che si è vissuto inutilmente quella giornata. È questo che a me non piace di certa politica: pensare che io debba rifare la famosa «Fortezza Europa», escludendo l’altro, fermo restando che siamo dinanzi ad un problema epocale e difficile da gestire. Chi imbraccia il crocifisso per escludere l’altro non sta dentro la tradizione cattolica, che è tradizione d’accoglienza. Questo atteggiamento si può anche avere, non lo escludo, ma non è cristiano e non va spacciato per tale.

Il cardinal Ratzinger, da prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, aveva affermato qualcosa di molto simile sulla «Teologia della liberazione», che lei cita spesso in questo libro. Aveva parlato di un’autentica strumentalizzazione della fede. Secondo lei cosa pensa Bergoglio, invece, della «Teologia della liberazione»?

È stato allievo di numerosi gesuiti che si sono occupati di questo tema. Lui è convinto che non ci sia ‘una’ Teologia della liberazione, ma varie teologie della liberazione, e che, comunque, una teologia non possa non avere al centro la figura di Cristo come cardine; la prima, autentica liberazione per un cristiano viene dalla fede. Questo comporta un’impossibilità di ricorrere alla violenza. Il Papa ama molto anche il concetto di pueblo fiel de Diós, cioè l’idea che nel popolo, più che nei teologi, sia racchiusa misteriosamente una capacità di seguire il Vangelo. Per questo pensa che alcune teologie della liberazione siano apprezzabili per il loro ampio ricorso alla sensibilità del popolo. Questo può portare l’uomo alla liberazione, ma soltanto se ha le figure di Cristo e della Madonna come cardini. In lui la devozione ai culti popolari è fortissima. Dice spesso: se volete capire chi è Maria andate dai teologi, se volete sapere come pregare Maria andate dal popolo. Secondo me la sua idea di liberazione è tutta lì.

Il suo riferimento alle «riduzioni gesuitiche» è molto incalzante. Possiamo definirlo un esperimento socialista ante litteram?

Lo si può dire nella misura in cui cercava di valorizzare il contenuto umano che incontrava, per poi indirizzarlo, senza mai estirparlo o manovrarlo; facendolo crescere come una pianta, senza tagliarlo, per trapiantarlo dalla parte opposta. Cercando di tirarlo fuori dal suo interno. Si tratta dei primi villaggi in cui i gesuiti organizzarono la vita degli indigeni. Al centro, una chiesa, intorno casette di legno su viali perpendicolari, come in un accampamento romano. Strumenti di lavoro, sementi e animali erano in comune. Vi erano laboratori artigianali e per la musica. È una storia gloriosa, piena di errori, di contese, tuttavia eroica. Un film come «Mission» viene ricordato spesso e, non a caso, ha creato un vasto indotto culturale; le musiche di Morricone sono tuttora ascoltatissime. Quella vicenda ha il germe della narratività. È entusiasmante.

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