Brasile, l’Arsenale del Sermig trasformato in una lunga quarantena

Intervista – Parla padre Simone Bernardi, sacerdote torinese della fraternità del Sermig a San Paolo: “dal 23 marzo ad oggi 1.200 persone hanno vissuto nella nostra casa, giorno e notte, per difendersi dall’epidemia”

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Foto Luca Meola

Su oltre 12 milioni di abitanti, un milione e 200 mila sarebbero contagiati dal Covid-19. Questa sarebbe – secondo i primi risultati di test su un campione della popolazione diffusi martedì 23 giugno dalle autorità sanitarie locali – la situazione a San Paolo del Brasile, capitale dell’omonimo Stato considerato epicentro della pandemia, che in Brasile ha già causato 50 mila vittime. A San Paolo da quindici anni vive padre Simone Bernardi, sacerdote torinese della Fraternità del Sermig. Vive e opera nell’Arsenale della Speranza, realizzato nel 1996, dove ogni giorno vengono accolte circa 1.200 persone che vivono per strada.

Padre Bernardi come è oggi la situazione a San Paolo?

San Paolo è una megalopoli dove esistono tutti gli strati sociali che questa pandemia ha ancora più rimarcato: se la prima misura dettata per difendersi è stata l’invito a restare in casa, c’è chi è rimasto nelle ville protetto e chi nelle favelas si è trovato a dover condividere con altre 10 persone una stessa stanza che non si potrebbe nemmeno definire tale e poi c’è chi è rimasto in strada, dove vive abbandonato a se stesso ogni giorno, costretto a difendersi da solo, non soltanto dal virus, ma da tutto. San Paolo ha dovuto attrezzarsi in fretta vista la velocità con cui si è diffuso il virus e lo ha fatto cercando di seguire un po’ le linee di chi aveva già affrontato il problema, ad esempio l’Italia. Qui sono immigrati milioni di Italiani e c’è sempre molta attenzione al nostro Paese e dunque, come in Italia, i responsabili hanno subito iniziato ad allestire strutture per i malati. C’è da dire che San Paolo non è rappresentativo delle condizioni del Paese, perché è lo Stato più ricco e meglio organizzato della federazione, ma nonostante ciò anche qui, quando si prendono misure per l’assistenza e la cura delle persone, una buona fetta della popolazione è fuori dai radar, resta esclusa, così i nostri ospiti, cioè le persone di strada, erano e sono rimaste abbandonate a loro stesse.

Voi cosa avete fatto?

Tutti i giorni all’Arsenale della Speranza noi accogliamo le persone che vivono in strada, una parte per la notte, altri durante il giorno. Quando abbiamo iniziato a capire cosa stava succedendo abbiamo pensato che dovevamo cambiare schema e subito abbiamo valutato che la scelta da fare fosse quella di chiudere. L’Arsenale è molto conosciuto e abbiamo capito che non avremmo potuto rischiare di gestire quotidianamente 1.200 persone – che poi, vista la difficoltà, sarebbero aumentate – che entravano e uscivano a ogni ora e quindi sicuramente veicoli di infezione… Però poi ci siamo messi nei loro panni di persone abbandonate da tutti e ora anche esposte al contagio. Così abbiamo deciso di trasformare l’Arsenale in una grande quarantena. Il 23 marzo abbiamo riunito la gente e a gruppi di 40 abbiamo fatto entrare le persone spiegando loro la situazione: chi decideva di fermarsi con noi, non sarebbe più uscito. Lo stesso spiegare è stato importante perché qui la gente che vive in strada non ha modo di capire cosa accade, molti vedevano i negozi chiusi, le persone girare con la mascherina, ma non sapevano perché.

Se ignoravano cosa stava succedendo non si preoccupavano nemmeno di difendersi…

Infatti, né loro né noi che ci occupiamo della gente di strada che non conta nulla abbiamo avuto alcun tipo di indicazione dagli amministratori su cosa fare e ci siamo dovuti auto-organizzare. Dal 23 marzo ad oggi 1.200 persone nella nostra casa sono state sfamate con più di 170 mila pasti, e grazie alla Provvidenza abbiamo raccolto prodotti per l’igiene, coperte. Abbiamo pensato a come gestire la raccolta senza mai fare incontrare gli ospiti con i benefattori che dall’esterno ci fornivano cibo e materiali.

Un’auto-organizzazione che ha dovuto fare i conti con la paura e con la disinformazione.

Quando le persone hanno capito la situazione, la paura è stata che non ci fosse posto per tutti negli ospedali, poi il sistema è stato potenziato e questo ha rassicurato la gente, ma per contro la linea del Presidente non ha favorito il contenimento e le misure preventive. Il Brasile è stato uno dei pochi paesi del mondo che ha avuto un Presidente ‘negazionista’: che ha parlato del virus come quello di una influenza un po’ più grave, anche quando il numero dei morti è continuato a salire sino a 50 mila e più. Questo ha ostacolato tantissimo chi invece voleva prendere provvedimenti: basti considerare che dall’inizio della pandemia il Brasile ha perso due ministri della Sanità e ora è stato incaricato un militare. Anche i numeri che ci vengono dati non sono chiari e non tengono conto delle periferie, dove non si fanno esami. Il milione di contagi sicuramente è sottostimato.

E da un punto di vista economico quali sono le conseguenze?

L’economia di chi ha fermato le proprie attività ha ovviamente subito un contraccolpo, ma anche qui con delle grosse differenze: chi è sulla strada non aveva certo da parte riserve economiche e così milioni di persone, rimaste ferme, hanno perso anche la minima possibilità di sostenere i bisogni primari. Chiusi, fermi e senza soldi per il cibo… La situazione è tragica, ma bisogna anche dire che qui viene vissuta in un contesto già gravato da tragedie che paradossalmente ammortizzano molto. La gente dice rassegnata che con questo virus si passa solo dalla padella alla brace…

Come immagina il futuro?

In questo momento noi siamo ancora nel picco e quindi è presto per fare previsioni. Molti stati del Paese hanno comunque già riaperto, rassicurati anche dal fatto che le assicurazioni sanitarie si sono organizzate e ora possono garantire più assistenza a chi viene contagiato. Certo non si potrà parlare di Fase 1, 2 o 3, ma ci sarà una prolungata e agonizzante Fase 1. Il Paese vive molto di investimenti esteri, ma chi investirà d’ora in poi in un Paese che non ha affrontato il problema seriamente? Noi manterremo la quarantena finché potremo, molti ora vogliono uscire, ma cerchiamo di far capire che è rischioso e intanto produciamo, con l’aiuto di tanta gente, mascherine e poi forniremo gel e disinfettanti. Sarà una sfida forse più difficile di quella della quarantena, ma ci mettiamo nelle mani di Dio e confidiamo nello spirito che caratterizza ogni Arsenale nel mondo, quello spirito che cerca di trasformare ogni problema in opportunità per un futuro migliore, anche per la gente di strada di San Paolo.

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