Burocrazia senza umanità, la via crucis dei migranti

Storia vera – Il racconto di una famiglia ospitata lo scorso anno presso la parrocchia Gesù Buon Pastore di Torino: l’estenuante attesa del ricongiungimento familiare dopo la detenzione in Libia, la traversata del mare sul gommone

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Con la Quaresima alle porte (si apre il 26 gennaio) la comunità cristiana tornerà a pregare la Via Crucis. Avremo celebrazioni nelle chiese, ma altre vie crucis avvengono ogni giorno nelle nostre città: è il calvario di tanti fratelli e sorelle colpiti da un dolore che li accomuna a Cristo.

Vorrei qui illustrare una di queste vie dolorose, non cruenta, non tragica, ma degna, a mio parere, di essere conosciuta. È la via crucis del migrante che, dopo aver trovato alloggio e lavoro nel nostro Paese, volendo riunirsi con la sposa e con i figli che vivono nella patria lontana, affronta la pratica del ricongiungimento famigliare.

Conosco da vicino la storia di Joseph (nome di fantasia), un profugo africano che, fino all’inizio del corrente anno, era ospitato presso la parrocchia Gesù Buon Pastore di Torino, e che ora abita in un alloggio di proprietà del Cottolengo, di cui paga regolarmente l’affitto. Vi invito a seguire le tappe del suo cammino…

Prima stazione: Ufficio Immigrazione della Questura di Torino, corso Verona. Lì si reca Joseph il 16 settembre 2019 per avviare la pratica di ottenimento del permesso di soggiorno per motivo di lavoro, documento indispensabile per il ricongiungimento. Dopo una lunga attesa, deve firmare una dichiarazione di rinuncia ad avere un permesso di soggiorno per motivi di tipo umanitario (dopo i decreti sicurezza, si chiama «permesso per casi speciali»); nuova attesa, poi viene chiamato in uno stanzone per il rilascio delle impronte digitali (di ognuna delle dieci dita). Infine gli viene detto che il permesso sarà rilasciato in circa 45 giorni.

Seconda stazione: Questura di via Grattoni, 13 gennaio 2020, ore 8.30. Passati, inutilmente, quasi quattro mesi, Joseph, prima di recarsi al lavoro, si trova, insieme ad una piccola folla di migranti, sul marciapiede opposto all’ingresso del palazzo della Questura. Dopo un’ora di attesa, gli si consente di attraversare la strada e può entrare nel palazzo. Qui è ammesso nella «stanza 14», dove il suo caso – grazie a Dio – è preso in esame. Gli fanno nuovamente firmare la stessa dichiarazione di rinuncia che conosce già e gli dicono di recarsi, il più presto possibile, in corso Verona.

Terza stazione: Ufficio Immigrazione di corso Verona, 13 gennaio 2020, ore 10.30 circa. Joseph presenta agli sportelli il foglio con timbro e firma rilasciatogli poco prima in via Grattoni. In questo modo, dopo più di un’ora d’attesa, può rientrare nello stesso stanzone dov’era già stato il 16 settembre, dove gli prendono nuovamente le impronte digitali (di ognuna delle dieci dita). Questa volta gli dicono che il permesso di soggiorno dovrebbe essere pronto dopo uno o al massimo due mesi.

Quarta stazione: Ufficio Immigrazione di corso Verona, 28 gennaio 2020. Joseph è di nuovo lì perché, controllando per via telematica l’iter del suo permesso di soggiorno, compare sempre sul monitor l’inquietante messaggio: «Il documento non è presente in archivio». Joseph riesce ad evitare la chilometrica coda che vorrebbero fargli fare (e che lo farebbe, per l’ennesima volta, arrivare tardi al lavoro) e riesce a strappare agli sportelli la notizia che «il permesso di soggiorno è stato spedito»… e che quindi dovrebbe arrivare, gli dicono, entro un mese! Chi vivrà vedrà…

Quinta stazione: Ufficio Comunale per la Casa di via Orvieto, 29 gennaio 2020. A questa tappa non troviamo Joseph (che dovrebbe altrimenti assentarsi dal posto di lavoro), ma un cireneo, cioè uno dei suoi amici-accompagnatori del Gruppo Accoglienza Migranti della parrocchia Gesù Buon Pastore. L’amico di Joseph, dopo una coda di non più di due ore, viene a sapere che, per ottenere il certificato di idoneità abitativa (uno dei tanti documenti necessari, oltre al permesso di soggiorno, per espletare la pratica di ricongiungimento famigliare) occorre procurare una ricca documentazione, tra cui, ad esempio, la «scheda di rilevamento tecnica attestante la conformità ai requisiti igienico-sanitari e di idoneità abitativa richiesti dalle vigenti disposizioni di legge e regolamenti, redatta e firmata da un tecnico abilitato e controfirmata dal richiedente e dal proprietario».

Dovremo procedere fino alla quattordicesima stazione? Penso proprio di sì, visto che Joseph, prima di quanto qui descritto, è già passato attraverso le tappe della fuga dal suo Paese (sotto le mentite sembianze di una donna velata dal burqa), del percorso nel deserto, della detenzione in Libia, della traversata in gommone, del salvataggio in mare… Ma noi tutti del Gruppo Accoglienza speriamo proprio si possa giungere più in là, alla stazione quindicesima: la Resurrezione! Che, per Joseph, significa poter riabbracciare i suoi cari, dopo tanti anni di forzata separazione… Ci affidiamo alla Provvidenza di Dio che, per dirla con il Manzoni, non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande. Un pensiero però va ai tanti nostri fratelli e sorelle migranti incontrati nelle stazioni di questa moderna Via Crucis, specialmente alle mamme, in coda per ore con i loro bimbi piccolini. Quanta sofferenza! Ma anche quanta speranza e quanta dignità! Come quella della giovane madre africana che, nel freddo pungente dell’alba di un mattino di gennaio, in attesa dell’apertura dello squallido portone di corso Verona, cantava al suo piccino, ben coperto nella carrozzina, una nenia dolcissima…

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