Andrea Camilleri, giostra sublime tra vero e falso

Lutto – La morte a 93 anni dell’autore del commissario Montalbano, maestro del verosimile, creatore di storie come porte girevoli. La grandezza del raccontare, rivelando gli altri a se stessi facendo finta di dire qualcosa di nuovo. Il lessico dei suoi romanzi come una specie di neolingua

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Andrea Camilleri

Lui se l’era immaginato alto, con i baffi e i capelli folti e fitti, così com’è raffigurato nella statua a Vigàta. Invece Montalbano è nato per conto suo: bassino, pelato e con le gambe pericolosamente storte che appartengono a Luca Zingaretti. Ma per il mago della distopia che sembra la realtà questo non fu certamente un problema. Anzi: Andrea Camilleri, scomparso lo scorso 17 luglio a 93 anni, fu, sempre, un maestro del verosimile. Le sue storie, come porte girevoli, aprono continuamente su un altro racconto, in modo che diventa impossibile distinguere una qualche «verità». Ma questa è la grandezza dell’arte del raccontare: rivelare gli altri a se stessi, facendo finta che si stia dicendo qualcosa di nuovo. È così da Omero in poi: il tema è la «cronaca» della guerra di Troia, cioè dello scontro tra Greci dell’Ellade e Greci della costa asiatica. Ma i protagonisti sono tutti inventati, dagli dèi agli eroi; e già Omero ha l’accortezza di chiamare il protagonista del suo altro libro «Nessuno», mentre gli fa girare l’intero Mediterraneo. Quelle storie appaiono talmente verosimili che quando Roma consolida l’impero Virgilio va a prendere quel mito e, con Enea, nobilita la fondazione della nuova capitale del mondo. E poi Dante prende Virgilio per maestro, eccetera.

La giostra di Camilleri ha sempre danzato tra vero, finto e falso, creando effetti che hanno conquistato il mondo dichiarando di parlare della Sicilia e della mafia. Già il nome di Montalbano è una citazione, un omaggio a Manuel Vazquez Montalbàn, il catalano inventore di Pepe Carvalho, investigatore disilluso che brucia un libro al giorno. E Vigàta, poi: i racconti sono ambientati a Porto Empedocle, il paese natale di Camilleri; lui cambia il nome perché altrimenti ci sarebbero troppi delitti, in una cittadina di 18 mila abitanti. Ma il successo mondiale della serie incoraggia l’amministrazione comunale ad aggiungere il nome «Vigàta» a quello di Porto Empedocle, nel 2003. La stessa amministrazione cambia idea nel 2009, e cancella Vigàta dai documenti ufficiali. E comunque i film non vengono girati a Vigàta, ma a Scicli Marina… Pirandello nacque a pochi chilometri da qui.

Anzi, il grande drammaturgo era un amico di famiglia: si presentò un giorno, sacrilegamente nell’ora della siesta, a casa della nonna di Andrea, e fu il bambino ad andare ad aprire la porta e trovarsi di fronte questo fantasma. I freudiani avrebbero da lavorare per diversi mesi, a collegare l’apparizione di Luigino Pirandello al giovane Camilleri. La corda pazza, l’apparenza di Enrico IV, la verità sempre distorta fanno di Pirandello il padre nobile non solo del Camilleri di Montalbano ma dell’altro Camilleri che ha raccontato la Sicilia partendo dalle storie nascoste negli archivi parrocchiali e feudali, ricavandone ritratti di un’attualità bruciante (Si pensi alla «Bolla di componenda», o al «Re di Girgenti»). Storie, tutte, che girano intorno alla verità senza mai coglierla ma anzi eludendola programmaticamente, perché così è la Sicilia, come fa dire a Montalbano: «Sidoti gli aviva ditto la virità. Quanno era picciotto, nel ’68, macari lui aviva gridato che la virità è rivoluzionaria, che la virità va sempri ditta. No, no, era da tempo che sapiva che la virità, certe vote, è meglio tinirla allo scuro, allo scuro cchiù fitto, senza manco la luci di un fiammifiro» («La rete di protezione»).

Un certo popolo della sinistra (molto frastagliata, e anche un poco annacquata) che venera Camilleri come padre fondatore forse dovrebbe interrogarsi più seriamente. Camilleri non fa che esporre certe evidenze, esorta a ricominciare a pensare partendo dall’ovvio; se le sue affermazioni suonano rivoluzionarie forse è perché, appunto, si è finiti così lontano dalla verità che, appena qualcuno ce la ricorda, appare come un profeta. Proviamo con due soli esempi. Il primo riguarda direttamente il nostro, fumatore mai pentito. «Oggi stanno facendo leggi severissime e quasi persecutorie contro i fumatori, seguendo macari in questo l’americani, mentre verso i cocainomani c’è maggiore tolleranza, tanto la pigliano tutti, sottosegretari, uomini politici, manager… Il fatto è che se ti fumi una sigaretta, quello che è allato può accusarti che lo stai avvelenando col fumo passivo, mentre non esiste la cocaina passiva. Insomma, la cocaina fa meno danno sociale rispetto al fumo. Quante piste sniffi al giorno, Mimì?» («Il giro di boa»).

E quanto al sentimento popolare, e soprattutto all’«unanime cordoglio»: «Stamatina sono andato al funerale», disse Fazio. «C’era gente?». «Dottore mio, tanta e con la solita botta d’emozione. Fimmine che sbinivano, fimmine che chiangivano, le ex compagne di scola coi sciuri bianchi, il solito tiatro insomma, tant’è vero che quanno il tabbuto niscì dalla chiesa si misero tutti a battiri la mano. Ma mi spiega pirchì battono la mano ai morti?». «Forse pirchì hanno fatto bene a moriri». «Dottore, babbia?». «No. Quann’è che si battono le mani? Quanno una cosa ti è piaciuta» («La vampa d’agosto»).

Babbiare, cataminarsi, tabbuto, incuponarsi. Il lessico dei romanzi è una specie di neolingua, frutto anch’essa della commistione babelica. Catarella, nei film televisivi, ha poi provveduto a portare al sublime la confusione originaria. Quando Camilleri venne criticato (sempre da quelli del politically correct) per aver scelto una forma «dialettale» che limitava la comprensione, scrisse un intero libro («La mossa del cavallo») in genovese stretto: e quello sì, che era incomprensibile. Tanto che il protagonista riesce a salvarsi solo quando comincia a pensare non più nel dialetto ligure ma in siciliano…

La verità del linguaggio non esiste. Le parole, come i gesti e i ragionamenti, e i lapsus, sono teatro. E la televisione è teatro al quadrato, anzi al cubo: moltiplica e semplifica, rende tutto immediato e tutto apparentemente semplice. Bisognerebbe ricordare sempre che, in una vita precedente, Andrea Camilleri era l’aiuto regista di una delle serie meglio riuscite della tv italiana degli anni ’60, quel Commissario Maigret interpretato da Gino Cervi. Dove certo, si dipana la trama del ‘giallo’: ma soprattutto si scopre un modo di raccontare Parigi e la vita che è quello di Simenon: solo apparentemente semplice, quanto basta per suscitare emozioni, quelle sì autentiche.

Il teatro, si direbbe, è l’unica dimensione in cui la vita diventa «vera». Sentite un’osservazione del Camilleri docente di teatro: «In un film di Don Siegel l’attore Ronald Reagan viene colpito a morte da un killer professionista. Muore malissimo, gran strabuzzamento d’occhi, tremito convulso del capo, gesti sconnessi, insomma pare la scena di un film muto per di più recitata da un pessimo attore. In un documento cinematografico di molti anni dopo, trasmesso in tutto il mondo dalle tv, Ronald Reagan, presidente degli Stati Uniti, viene colpito in un attentato. Cade a terra ferito. Ma che eleganza! Che compostezza! Che sobrietà! Da grandissimo attore» («Le parole raccontate. Piccolo dizionario dei termini teatrali»).

Non è il successo che fa i maestri. Ma nell’Italia cinica e sempre meno civile che Camilleri ha raccontato e interpretato è toccato anche a lui di essere preso per «maestro», e incensato anche da quelli che diffidavano di lui e dei suoi scritti ma che, come i calvinisti di serie B, considerano il successo e la ricchezza come l’unica benedizione divina che serva a qualcosa. Ovvio che, dalla lontananza dei suoi occhi spenti, a Camilleri non importasse più di tanto (anche se, essendo uomo di spettacolo, ha sempre saputo muoversi con naturalezza e grande signorilità). Lo appassionarono di più certe battaglie circoscritte ma assolutamente necessarie, come quelle in difesa dell’insegnamento della storia, e per la diffusione della lettura. Nel 2013 firmò con altri una lettera aperta del Forum del Libro: «Bisognerebbe far capire ai politici che la lettura non è né un passatempo né un fenomeno di nicchia (…) Bisognerebbe far capire che andare a teatro o leggere un libro non è un passatempo: in realtà è anche un passatempo se vogliamo, ma è anche qualche cosa di più, cioè a dire un crescere da uomini, da cittadini, un capire il mondo, un conoscere l’infinita quantità di cose che ignoriamo, cioè un continuo arricchimento».

La sua passione rimane la verità, lo svelamento e la rivelazione della verità. Senza nessun intento «religioso», anzi con tutta la diffidenza che l’alleanza fra trono e altare ha prodotto per secoli in Sicilia. Una verità non assoluta dunque, ma «cittadina». Una verità che si limita a scoprire l’inganno, e a denunciarlo, come è nel mandato e nel dovere di ogni buon poliziotto. Nel primo ‘giallo’ di Montalbano la vedova di un potente fatto trovare morto in uno scenario vergognoso e scandaloso si rivolge così al commissario: «Questo sta a lei scoprirlo, se ne ha voglia. Oppure può fermarsi alla forma che hanno fatto prendere all’acqua».

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