Carlo Ponti, 15 anni, attore con Marco Giallini

Liceo Valsalice – Allievo della Prima Classico A, è stato scelto per la fiction «Rocco Schiavone» e sta girando nel set di Aosta: i compagni del Salice lo hanno intervistato

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Ha solo sedici anni ma con la sua empatia e il suo talento ha già conquistato il grande schermo della Rai. Carlo Ponti, studente di Valsalice, alunno della prima classico A, sta recitando ad Aosta nella serie tv Rocco Schiavone 3, la fiction poliziesca che ha avuto grande successo nelle prime due stagioni.

Carlo veste i panni di Gabriele, un ragazzino svogliato, vicino di casa del protagonista dal quale si farà subito voler bene. Le emozioni sul set si sono sovrapposte: felicità, gioia e un po’ di paura nata dal desiderio di voler far bene, grazie alle quali dà vita ad un vero e proprio personaggio che, presente in numerosissime scene, riesce un po’ alla volta ad entrare nell’animo dei telespettatori e soprattutto dei suoi amici che da casa lo guardano con grande ammirazione. Lo abbiamo intervistato sulla sua esperienza

Carlo, se ti rifacessero la proposta di partecipare ad una serie tv, riaccetteresti?

Subito, è un’esperienza stupenda, che aiuta a crescere e a vedere nuovi orizzonti. Inoltre, vedersi in Tv permette di capire i propri errori e quindi di migliorare. E poi, chi non lo farebbe?

Che persona è Marco Giallini?

E’ estremamente simpatico, proprio come appare nella serie tv. Risulta semplice e alla mano, forse anche per la precedente carriera da imbianchino, che l’ha reso tanto umile.

Quali sono i ritmi di una giornata sul set?

I tempi possono cambiare perché talvolta vieni chiamato di pomeriggio e trascorri anche solo quindici minuti a girare; altre volte invece, ti possono chiamare di sera tardi ed allora stai lì una o due ore. Poi dipende se sei solo a recitare oppure no. Qualche volta si arriva a trascorrere intere giornate sul set: dalle sei del mattino fino a sera tarda.

«Buona la prima» o tanti ciak per una scena?

Suppongo, in quanto non spetta a me decidere, che la scena venisse valutata in base all’alta qualità dell’immagine e dal modo di recitare degli attori. In ogni caso, ogni scena deve essere rifatta molte volte, all’incirca venti per ogni angolazione e inquadratura che viene spesso cambiata. In seguito, si sceglie la parte migliore del girato e dopo un lavoro di editing tra tutte le molteplici registrazioni si ottiene la scena che sarà poi essere trasmessa.

Che effetto fa vederti in televisione?

Non l’ho realizzato fino a quando non mi sono visto. Sicuramente euforia, ma la gioia più grande non l’ho provata guardandomi in televisione, ma quando mi sono trovato catapultato sul set a registrare.

Ma quando un attore è sul set e non tocca a lui recitare, come trascorre il tempo?

Questo non succede mai, dato che gli attori vengono pagati a chiamata. Quando sono sul set registrano tutte le scene che devono, senza ordine cronologico o senza seguire l’ordine di apparizione nella puntata; ci sono dei responsabili che coordinano le agende degli attori dove segnano le scene scelte per comodità e la durata di registrazione di ogni attore.

Che effetto fa avere i riflettori puntati addosso?

Un po’ di tensione c’è: sul set ci sono sessanta persone che lavorano. Se uno, sostanzialmente l’attore, non lavora bene, fa perdere tempo; è una catena di montaggio, e sebbene non me l’abbiano fatto pesare, sapevo di avere anche questa responsabilità.

Quanto ti sei dovuto esercitare per imparare la parte?

Un po’, come i ragazzi che si esercitano per recitare nel teatro della scuola: si va a casa e s’imparano a memoria le battute. Certo è che, riguardo la memoria, dal mio punto di vista è più semplice in quanto devo recitare una scena per volta e in caso di errori si può rifare.  In ogni caso più che imparare la parte, la difficoltà sta nell’entrarci: è necessario diventare il personaggio, trasmettere sensazioni ed idee e vi assicuro che non è facile.

Per interpretare al meglio il personaggio hai dovuto anche apportare delle modifiche estetiche? Come funziona il «trucco e parrucco»?

Sì, ho dovuto tagliare i capelli, portare dei piercing finti e mi hanno anche creato dei brufoli con silicone e colorante. Sono andato una volta a Roma per una preventiva seduta di trucco: c’era un camion allestito per i make up artist e i parrucchieri professionisti, molto precisi e specializzati nel cinema, che mi trattenevano addirittura un’ora intera per acconciarmi e prepararmi anche solo per una breve apparizione. Il trucco viene eseguito al momento prima della registrazione, ma a scena finita c’è subito l’addetto che pensa a ritoccarlo. Per questo i personaggi sono sempre perfetti

E cosa mangiavi?

Non ho dovuto seguire diete, anzi, sono state divertentissime le scene dove mangiavo. Dovendo interpretare un ragazzo ingordo, mi arrivavano panini o pizze in continuazione ed io per i 45 minuti della scena dovevo mangiare realmente, ingozzandomi e rischiando il soffocamento.

Perché hanno scelto proprio te?

Perché serviva un ragazzino cicciottello e senza accento. Ho fatto due casting a Torino per poi essere chiamato a Roma, assieme a due altri ragazzi, per un colloquio, che ricordava molto quelli di lavoro, con la produttrice, il regista e Giallini stesso. E’ stato molto divertente, ed evidentemente ho soddisfatto le loro aspettative”.

Che cosa ha comportato il fatto che fossi minorenne?

Essendo minorenne, i contratti e le questioni burocratiche dovevano essere firmate e osservate dai miei genitori, ma la cosa bella è che non mi trattavano come un bambino, ma come un attore vero e proprio, come una persona sul luogo di lavoro, anzi talvolta mi trattavano fin troppo bene.

I tuoi genitori che ruolo hanno avuto in questa situazione?

Mi hanno sempre supportato, sono stati i miei primi fans e mi hanno sempre espresso le loro opinioni e i loro giudizi, anche quando non condividevano un’idea.

Ti senti cambiato dopo questa esperienza?

Tantissimo, è un’esperienza che mi ha permesso di capire bene come funziona il mondo del cinema. Adesso non guardo più un film soffermandomi sulla storia e sugli attori ma noto anche le inquadrature, le luci, i suoni. Penso insomma al lungo lavoro che c’è dall’altra parte dello schermo e che comunque gli spettatori non notano. Mi ha fatto capire come lavorano le persone adulte e mi ha aiutato a crescere da un punto di vista personale”.

Elena Battaglia, Agnese Donna, Giorgia Versino

 

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