Carmagnola, la speranza perduta di tre sorelle

Perché? – I suicidi di tre donne alle porte di Torino ci interrogano sulla disperazione della solitudine, la malattia più grave che affligge il nostro tempo

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(foto Massimo Masone)

Il triplice suicidio (tre suicidi!) delle sorelle di Carmagnola (Carmagnola, non New York!) è una di quelle notizie che lasciano senza fiato anche i cronisti di «nera» abituati, purtroppo, a dare conto del male che tutti portiamo dentro di noi e che per motivi oscuri talvolta si scatena con esiti tragici. Il pensiero di chi scrive, perché anche quel fatto è accaduto nel territorio della nostra diocesi, è corso subito alla madre che due anni fa a Settimo, dopo aver partorito nella sua casa il figlio che aveva tenuto nascosto al compagno, in preda alla disperazione non è riuscita a fare altro che buttarlo dal balcone, uccidendolo.

Perché questa analogia? Perché le tre sorelle di Carmagnola e la madre di Settimo sono unite da una profonda solitudine, dalla disperazione della solitudine e del silenzio che in questo tempo, in cui siamo tutti amici virtualmente, uccidono più del cancro o degli incidenti stradali.

Gli esperti affermano che la depressione è la malattia del secolo e che l’Italia è il Paese d’Europa ad esserne più colpito. Non sappiamo se le tre sorelle di Carmagnola fossero depresse, le cronache dicono che avessero già tentato di togliersi la vita perché oppresse da un tracollo economico che le ha ridotte in miseria.

Gli psicologi sostengono che il suicidio, spesso, è il massimo gesto di aggressività nei confronti di chi rimane a piangere perché si sentirà sempre in colpa per non aver colto la sofferenza di chi si è tolto la vita. Le tre sorelle di Carmagnola chi hanno lasciato? A chi era rivolto quel gesto?

Altre domande. È mai possibile che, sia nel caso della madre di Settimo che in quello delle tre sorelle, nessuno (nessuno!) – un vicino di casa, un conoscente, un parente, un negoziante – non si sia mai accorto di nulla, non abbia mai chiesto a queste donne «come stai?», «ti vedo preoccupata, hai bisogno di qualcosa?». È mai possibile che nessuno, incontrandole – o non incontrandole più – non si sia domandato: «chissà cosa è successo» e abbia allertato qualcuno?

Evidentemente è possibile: penso al drappo funebre appeso al mio portone che ho letto nei giorni scorsi scendendo di casa: un nome e un cognome di un anziano a cui non sono riuscita ad abbinare un volto, una persona che fino a ieri è vissuta nella mia stessa scala, 18 alloggi non un grattacielo… Ecco la solitudine delle nostre vite parallele, di corsa, chiusi nei nostri problemi, noncuranti che sono i problemi di tutti e che spesso basta una parola per condividerli e accorgersi che non sono insormontabili, che si può chiedere aiuto. Ma ci vuole quella parola, bisogna incontrare qualcuno che si accorga di noi, se no solitudine e silenzio irrimediabilmente ci si rivoltano contro e uccidono.

Il card. Carlo Maria Martini, nato della nostra diocesi – di cui in questi giorni si ricordano i 40 anni dall’ingresso come Arcivescovo di Milano – interrogato su quale fosse il ruolo della Chiesa nel mondo postmoderno, dove ideologie e valori sono in via di estinzione per lasciare spazio a nichilismo e solitudine, rispondeva: «Il ruolo dei cristiani e della Chiesa è quello della consolazione». La patrona della nostra diocesi è la Madonna Consolata.

Marina LOMUNNO

 

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