Cos’è il vero Carnevale, le radici cristiane

Analisi – Una festa, derivante dall’espressione latina carnem levare, che nasce come contrappunto della Quaresima. Un curioso mondo alla rovescia, dove la serietà cede il passo allo sberleffo e si rimette in discussione l’essenza stessa di ciò che siamo

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È una storia misteriosa, quella del Carnevale, con radici certamente lontane nel tempo, ma difficili da ricostruire nei dettagli. Ma è una festa ‘nostra’, sia perché si sviluppa in Italia, sia perché nasce in ambiente cristiano come contrappunto della Quaresima. Il nome stesso di Carnevale sembra derivare dall’espressione latina carnem levare, che allude all’astinenza dalle carni che si protrae per i successivi quaranta giorni. Che il Carnevale finisca con l’inizio della Quaresima pare abbastanza ovvio (o, almeno, dovrebbe esserlo), mentre ben più complesso è stabilire quando cominci, essendovi calendari e usanze assai disparate nel nostro Paese, come spesso accade. Se stiamo all’etimologia, la festa dovrebbe rappresentare un momento di goduria massima in vista delle ristrettezze quaresimali. Una sorta di sazietà che dovrebbe compensare, e forse perfino motivare, i digiuni imminenti. Vista in questa maniera, la cosa appare un po’ perversa: piuttosto che rimpinzarmi per poi mettermi a dieta, mi converrebbe mangiare sempre con moderazione! E se poi questa dinamica si trasferisce sul piano spirituale, riesce difficile accettare che si incentivi alla trasgressione per poi giustificare la penitenza.

Probabilmente il Carnevale nasce con un intento psicologico, quasi che voglia costituire una valvola di sfogo per gli istinti repressi, che in qualche modo vengono esternati in una forma parossistica, ma anche contingentata perché circoscritta nel tempo. Su questo i cristiani potevano fare riferimento a un illustre precedente ebraico, la festa dei Purim, associata al libro di Ester che entrò a far parte del canone delle Scritture cristiane. Purim è una festa particolarmente licenziosa che celebra lo scampato pericolo di un sanguinoso pogrom al tempo di Assuero: in questa occasione diventa lecito tutto ciò che è proibito nella restante parte dell’anno. Quello che si produce è un curioso mondo alla rovescia, dove la serietà cede il passo allo sberleffo e alla goliardia. Sono tutti elementi entrati a far parte del nostro Carnevale. E a questi se ne è aggiunto uno del tutto particolare, quello del mascheramento. Da un punto di vista antropologico, questo sembra essere l’elemento più interessante. Poiché il volto rappresenta per antonomasia l’identità della persona, indossare una maschera mette in discussione l’essenza stessa di ciò che siamo. In una società in cui i ruoli sociali e di genere erano particolarmente statici, l’idea di poter assumere una nuova identità era assai stimolante.

Questo aspetto del Carnevale sembra debitore alla festa romana dei Saturnali, in cui padroni e schiavi si scambiavano, per un solo giorno, le parti. Questo singulto di democrazia in una società fortemente classista come era quella romana, mirava a mantenere la pace sociale. Seppure per un tempo brevissimo, il sottoposto poteva prendersi lecitamente una rivincita verso colui che lo tiranneggiava. In questo gioco delle parti avveniva anche la deposizione dei vestiti ordinari, una prassi che il burbero Seneca condanna senza riserve, ritenendo che venisse profanato un rito che si consumava soltanto in momenti di particolare pericolo per la patria (Lettere a Lucilio 18,2). Qualcuno dirà che anche oggi sarebbe salutare se qualche volta i sottoposti prendessero i panni dei dirigenti, ma è chiaro che il contesto sociale è mutato profondamente. Non è infrequente che un poveraccio si arricchisca col Superenalotto o che un top manager si ritrovi sul lastrico. E la possibilità di alienarsi in qualche vita parallela è alla portata di molti, sotto forma di videogiochi o di binge watching su Netflix.

Il travestimento è l’escamotage a cui alcuni ricorrono per costruire un altro sé, in competizione con quello quotidiano. A sdoganare questa prassi ci ha pensato la lunga serie di supereroi mascherati del mondo dei fumetti, spesso passati poi al cinema. Il meccanismo più diffuso è quello del personaggio timido nella vita di tutti i giorni che si trasforma in giustiziere impavido grazie a una tuta e una maschera. Pensiamo allo sfortunatissimo Paperino, vessato da uno zio taccagno, una fidanzata emotivamente instabile e un cugino sfacciatamente baciato dalla fortuna: di notte si trasforma in Paperinik e ottiene tutti quei successi che a Paperino sono preclusi. Ma non tutti i supereroi risolvono i loro problemi nel momento in cui indossano una maschera: Peter Parker è un imbranato nei panni dello studente, ma anche quando diventa l’Uomo Ragno deve vedersela con attacchi di raffreddore e con smacchi solenni che lo rendono uno dei supereroi più problematici della storia. Per dire, quindi, che a volte l’essenza del personaggio permane anche quando è ammantata di superpoteri e un’identità segreta, che ti presenta diverso davanti al mondo ma non davanti a te stesso.

Gli sceneggiatori delle storie di supereroi si sono cimentati sempre più spesso con il problema della convivenza della doppia identità, rifiutando il semplice stereotipo dell’eroe che riscatta la mediocrità di un’esistenza anonima per aprirsi ai conflitti di coscienza legati al ruolo di chi dispone di poteri fuori dalla norma. Come a dire che non basta mettersi una maschera sul volto per lasciarsi i problemi alle spalle e che anzi la nuova identità può rivelarsi ancora più complicata e solitaria di quella ordinaria.

E c’è poi un fenomeno recente slegato da feste rituali, quello dei cosplayer. Trovandomi alla Fiera del Libro di Francoforte l’autunno scorso, ho potuto assistere all’invasione di migliaia di cosplayers che hanno affollato i saloni con i loro travestimenti curatissimi e spesso costosi. Cosa spinge un adolescente, dato che la maggior parte dei partecipanti apparteneva a questa fascia d’età, a cercare di assomigliare in tutto e per tutto a un personaggio fantasy? E il cosplay è davvero l’erede del mascheramento carnevalesco? Non è semplice abbozzare una risposta, perché le declinazioni del Carnevale sono diverse a seconda dei contesti geografici. A Rio de Janeiro si punta molto sull’estetica e sulla danza, mentre i carri allegorici di Viareggio sono tradizionalmente goliardici e mettono alla berlina i personaggi pubblici e i politici. Qui va osservato che il Gay pride, in tutt’altro contesto, è debitore ad entrambe le versioni in quanto mette insieme questi due aspetti, coniugando l’ostentata appariscenza alla rivendicazione sociale e politica. Nel mondo del cosplay tutto ciò che ha attinenza con la realtà viene deliberatamente ignorato e se c’è un’affannosa ricerca estetica è comunque lontana dalla sensualità e della provocazione sessuale.

In teoria sussiste ancora una differenza significativa: una maschera rappresenta un modello statico, premiato per la sua bellezza o verosimiglianza, mentre il cosplayer, oltre ad assomigliare visivamente al personaggio che riprende, dovrebbe imitarne anche il comportamento. In un certo senso il cosplay rappresenta l’evoluzione del travestimento, nella consapevolezza che non basta assomigliare a una principessa per esserlo, bisogna anche sforzarsi di comportarsi in modo regale. Dal punto di vista pratico, la differenza più evidente è che i carnevalisti rappresentano ancora uno schema tradizionale, dove ci si dà appuntamento per una sfilata e il mascheramento è espressione dell’estro occasionale (di solito non ci si traveste due volte nella stessa maniera, a meno che siate particolarmente pigri o privi di fantasia). Il cosplayer adotta un personaggio e lo rappresenta in forma continuativa, non solo per una sfilata o una convention, ma continua a fare parte di una community in modo permanente perché il personaggio è divenuto il suo alter ego. Per dirla in altre parole, anche il travestimento è diventato una cosa seria, che non è più affidato all’improvvisazione, ma richiede tempo e cura.

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