Carofiglio: «La scrittura, passione che divora»

Intervista – L’ex magistrato antimafia e senatore, autore di riferimento per il legal thriller italiano: «Scrivere è un processo laborioso, una faticosa ricerca della forma perfetta che va praticata nutrendosi di due alimenti: la vita reale e la lettura di tanti libri»

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«Non esiste un vero scrittore che non sia seduto su una montagna di libri letti». Lo ha dichiarato di recente Gianrico Carofiglio alla presentazione del suo ultimo romanzo, «La misura del tempo», in Cascina Roccafranca, a Torino, l’incontro con i gruppi di lettura delle Biblioteche civiche torinesi, nell’ambito della rassegna «Leggermente», iniziativa di promozione della lettura ideata nella Circoscrizione 2 e diventata nel tempo un importante progetto cittadino. Classe 1961, barese, Carofiglio è stato magistrato antimafia e senatore della Repubblica. Con «Testimone inconsapevole» nel 2002 ha inaugurato il legal thriller italiano e, negli anni a seguire, ha pubblicato una serie ininterrotta di successi, tanto che le sue opere sono tradotte in 28 lingue e diffuse in 50 Paesi.

Anche «La misura del tempo» è attualmente sul podio dei libri più venduti, e acquista pennellate nuove il ritratto dell’avvocato Guerrieri, personaggio, come precisa il suo autore, «ricorrente ma non seriale»: l’eroe seriale è irrigidito in un’immagine a due dimensioni, non evolve, mentre il personaggio ricorrente mostra da un romanzo all’altro diverse sfaccettature, si rivela «tridimensionale».

In effetti l’ultima impresa di Guerrieri ne scopre un aspetto inedito: quando era giovane praticante in uno studio legale ebbe una relazione sentimentale con Lorenza, una donna più grande di lui e dal fascino tanto sicuro quanto indecifrabile. Ora che è avvocato di fama, si trova a dover difendere Jacopo, il figlio di Lorenza, accusato di omicidio. Con scarsa convinzione, perché a chiederglielo è una creatura «opaca», «l’esatto opposto della ragazza che avevo conosciuto tanti anni prima» e perché l’indiziato è quasi certamente colpevole: ma il finale del romanzo spariglierà le carte in modo inaspettato.

Carofiglio sa sedurre l’uditorio con l’eloquio e la lucidità dell’analisi: le sue riflessioni sulla scrittura e sulla lettura lo confermano una delle figure di riferimento del dibattito culturale nel nostro Paese.

Carofiglio, cos’è per lei la scrittura?

La scrittura è passione divorante, tanto che dopo trent’anni ho deciso di lasciare la magistratura per potermici dedicare a tempo pieno; ma, se vuol essere di qualità, è pena, un processo laborioso, faticosa ricerca della forma perfetta. Scrittura che va praticata nutrendosi di due alimenti: la vita reale e la lettura di tanti libri. Diffidare degli scrittori, anche professionisti che dichiarano di non leggere perché troppo impegnati a scrivere o, peggio, per non venire contaminati. La scrittura invece ‘è’ contaminazione, altrimenti si traduce in atto puramente narcisistico, nasce morta.

Esistono libri commerciali e buoni libri: come distinguiamo gli uni dagli altri?

Chesterton affermava che i romanzi si distinguono tra quelli scritti bene e quelli scritti male. Del resto dei libri commerciali subito dopo averli letti non ricordiamo neanche i nomi dei personaggi, perché non hanno profondità; i buoni romanzi sono, invece, quelli che cominciano a lavorarti dentro quando hai finito di leggerli, sono quelli che fanno saltare delle sicurezze che credevi consolidate, che mettono un punto interrogativo alla fine di considerazioni che davi per scontate.

L’intervista completa è pubblicata sull’edizione cartacea de La Voce e il Tempo, in edicola 

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