Caso elemosiniere, il Papa e la regola della Carità

Editoriale – È scontro aperto fra il Governo italiano e la Chiesa di Francesco. Il gesto compiuto dall’elemosiniere card. Krajewski di rimuovere i sigilli nei contatori elettrici delle case popolari e dare corrente a 485 inquilini abusivi, morosi perché senza lavoro (anziani, tanti bambini, malati), non è riducibile a una schermaglia politica

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È scontro aperto fra il Governo italiano e la Chiesa di Francesco, ma quanti ritengono che il Papa stia facendo campagna elettorale hanno, secondo noi, la vista corta. Il gesto compiuto dall’elemosiniere card. Krajewski di sfidare le regole, di rimuovere i sigilli nei contatori elettrici delle case popolari lasciate senza luce e di dare corrente a 485 inquilini abusivi, morosi perché senza lavoro (famiglie, vecchi e tanti bambini, persone malate), non è riducibile a una schermaglia politica. Il Papa appare da sempre profondamente angosciato per la sofferenza dei poveri, di tutto il mondo. E nelle case occupate di Roma, a quanto risulta, si viveva da tanti giorni al buio (niente luce per mettersi a tavola o studiare, niente frigoriferi per conservare il cibo, niente lavatrici, telefoni, strumenti per l’igiene). Erano condizioni di emergenza degradante, le sollecitazioni presentate dai volontari dell’assistenza non avevano ottenuto nessuna risposta presso le pubbliche amministrazioni.

Il clamoroso gesto del collaboratore di Francesco sfida la legge degli uomini per cercare di interpretare la regola della Carità. Presta il fianco a sanzioni che Kreajeski si è dichiarato pronto ad accettare. Proprio questa assunzione di rischio personale (obiezione di coscienza, che disattende la legge ma non ne misconosce l’autorità) pare voler porre il sigillo massimo sulla gravità della domanda: di fronte all’umiliazione dei poveri possiamo fermarci alle affermazioni sulla legalità, nascondendoci dietro ad esse? Possiamo coricarci tranquilli la sera se abbiamo eseguito scrupolosamente tutte le regole ma abbiamo lasciato andare alla deriva i diseredati, dimenticando il compito umano di realizzarne la dignità?

Non sono interrogativi politici. Sono le domande del Vangelo. Che il Papa va ponendo con azioni sempre più forti e chiare (anche l’abbraccio alla donna Rom minacciata di stupro da un estremista), equivocabili soltanto nel clima invelenito di una perenne campagna elettorale: se la Chiesa volesse mettersi al sicuro dalla malizia degli equivoci, dovrebbe far che rinunciare alla predicazione. E per fortuna non lo fa.

Sappiamo che tanti credenti di fede profonda sono perplessi sui gesti del Papa e dei suoi collaboratori. Secondo un lettore, che ci ha contattati per esprimerci il suo punto di vista, l’elemosiniere Krajewski avrebbe potuto saldare il conto delle bollette elettriche non pagate (300 mila euro), non però mettersi dalla parte degli irregolari. Diamo per scontato che questo genere di perplessità venga esaminato e contribuisca alla riflessione. Ma abbiamo anche il dovere di riconoscere che il richiamo alle opere di misericordia è il cuore stesso del magistero di Francesco, non un elemento accessorio o di secondo piano; l’assunzione di rischio personale è il metodo stesso che il Papa sta indicando per evitare che il mondo si assopisca nel torpore di regole frequentemente ipocrite, che tranquillizzano i ricchi e lasciano affondare i poveri. In mare, affondano letteralmente.

Noi dunque lasciamo da parte la politica e ci sforziamo di guardare negli occhi il Papa Francesco quando chiede di scuoterci. Ci sembra che continuamente stia ripetendo, in tanti modi diversi, le parole sfidanti di Gesù: «ero affamato e mi avete dato da mangiare, forestiero e mi avete ospitato, carcerato e mi avete visitato…».

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