Cent’anni fa finiva la Grande Guerra, il bilancio

Storia – L’11 novembre 1918 l’armistizio con la Germania pone termine alla Grande Guerra. Il 17 le truppe italiane entrano a Fiume. Lo stesso giorno il prete siciliano don Luigi Sturzo in un discorso a Milano espone il progetto di un partito cattolico, democratico e aconfessionale che fonderà nel 1919

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Cento anni fa, il 15 giugno 1918 inizia la «battaglia del solstizio», grande offensiva con bombardamento di artiglierie: gli austro-ungarici occupano alcune quote sull’Altopiano di Asiago e sul Grappa e creano tre teste di ponte sulla sponda destra del Piave. Ma l’avanzata è contenuta dall’artiglieria italiana e il 21 giugno gli austriaci sono respinti. Sul versante italiano ci sono 8.000 morti, 29.000 feriti e 45.000 prigionieri; gli austriaci contano 11.600 morti, 81.000 feriti e 25.000 prigionieri. A fine giugno-inizio luglio l’esercito italiano riconquista alcune posizioni sugli Altipiani e sul Grappa. È la vigilia della vittoria.

Quattro mesi dopo, il 24 ottobre 1918 l’ultima battaglia dell’Italia contro l’Austria: attacco sul Grappa e a sera le truppe iniziano a passare il Piave, ma per la difficoltà del terreno solo una parte della VIII armata raggiunge la sponda sinistra. Il 29 gli austriaci chiedono l’armistizio all’Italia e le avanguardie raggiungono Vittorio Veneto, avanzano nella pianura, penetrano in Cadore, procedono verso la Livenza. Il 30 il Consiglio nazionale italiano proclama l’unione di Fiume all’Italia, decisione posta «sotto la protezione dell’America, madre della libertà e della democrazia universale». La popolazione è in maggioranza italiana, ma fin dal Settecento fa parte del regno di Ungheria. La città non è stata rivendicata dall’Italia nel «patto di Londra»: dovrebbe restare all’Ungheria o passare alla Croazia.

Il 3 novembre le truppe italiane entrano a Trento e un reparto di Bersaglieri sbarca a Trieste. Lo stesso giorno a Villa Giusti (Padova) firmano l’armistizio il generale Pietro Badoglio per l’Italia e il generale Victor Weber von Webenau per l’Austria: le ostilità cessano alle 15 del 4 novembre 1918. Le condizioni dell’armistizio – decise dal Consiglio interalleato di Parigi al quale partecipano il primo ministro Vittorio Emanuele Orlando e il ministro degli Esteri Sidney Sonnino – prevedono che l’Italia occupi tutti i territori austriaci assegnati dal «patto di Londra».

Lo stesso giorno un «manifesto» dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra invita i combattenti ad agire per un rinnovamento morale, economico, politico e sociale dell’Italia e richiama l’attenzione sui gravi danni causati dalla guerra, che ha accresciuto il disagio economico, specie nel Meridione.

L’11 novembre l’armistizio con la Germania pone termine alla Grande Guerra. Il 17 le truppe italiane entrano a Fiume, precedute da truppe serbe e seguite da altre truppe  alleate. Lo stesso giorno il prete siciliano don Luigi Sturzo in un discorso a Milano espone il progetto di un partito cattolico, democratico e aconfessionale che fonderà nel 1919.

Il cappellano militare torinese don Silvio Solero racconta la vittoria in «Ricordi di un prete-soldato. Appunti e memorie autobiografiche» curate dallo storico don Giuseppe Tuninetti. Narra della terribile «Spagnola»: «A Molina di Malo ci raggiunse un nemico insidioso, invincibile e mortifero: la “Spagnola”. Non c’é mai stata guerra senza fame e senza pestilenza, per cui la Chiesa prega “A peste, fame et bello libera nos, Domine. Liberaci, Signore, dalla peste, dalla fame e dalla guerra”. La peste arrivava sotto una forma nuova, inaspettata, folgorante. D’improvviso ci si sentiva affèrrati da un brivido indefinibile; si andava a letto; la febbre saliva paurosamente; una congestione polmonare brevissima e poi la morte. Io correvo da una batteria all’altra, da un’infermeria all’altra, da un casolare all’altro, quanto era larga la zona in cui era disseminato il mio reggimento. Non era il caso di fare complimenti o di tornare due volte. Quando vidi come si mettevano le cose, subito passavo all’attacco. “Qui non si scherza: bisogna confessarsi e comunicarsi subito, fare le cose da buon cristiano. Se poi ti passa, meglio così!”. Qualcuno rispondeva: “Domani”. E io: “Non so se domani sarò vivo. Quindi chi ha tempo, non aspetti tempo”. Il mio metodo spiccio e sbrigativo (aiutando purtroppo il contagio) ebbe risultati fruttuosissimi. Non uno dei miei soldati morì senza Sacramenti. Aiutai anche i parroci oberatissimi per visite ai malati e sepolture. Mi recai a Vicenza, dove si trovavano molti miei soldati nell’Ospedale militare: li visitai uno per uno, e mi fecero un’accoglienza così affettuosa che ne fui commosso quasi da piangere. Avendo saputo che c’era un lazzaretto per i colerosi (c’era anche il colera!), mi ci recai; i medici non volevano lasciarmi entrare, ma poi si arresero alle mie insistenze di sacerdote. Non so dire come mi fecero pena quei reclusi, che mostrarono negli occhi, con le parole, con i gesti la loro riconoscenza per il cappellano che veniva da lontano».

Don Solero racconta gli ultimi giorni di guerra: «Il 24 ottobre era cominciata sul Grappa e sul Piave una grande battaglia; i nostri avevano avuto successo e sfondato le linee nemiche. Ma le notizie arrivavano lente, confuse, contraddittorie, e si accavallavano come onde. Quando già indossavo i paramenti per la Messa un tenente salì la scaletta dell’altare porgendomi un involucro. “Che cos’è?”. “È la bandiera di Trieste!”. “Mettila sull’altare; il cuore mi dice che Trieste ormai è italiana”. Cominciai la Messa. Poche volte sono stato eloquente come quel giorno. Avevo preparato il discorso; ma dopo le prime parole, l’onda dei sentimenti che tumultuavano nelle nostre anime, irruppe sulle labbra e trascinò l’oratore, tanto che scrissi poi il discorso per ricordare l’ebbrezza indescrivibile. Ne ricordo la chiusura: “O morti, fratelli nostri maggiori, con il vostro sacrificio rendete a noi possibile il ritorno: immolando la vostra vita, assicurate l’eterna vita della Patria. Ecco al cospetto di Dio, dinnanzi a questi monti e fiumi santi della Patria, noi ci prostriamo tremanti di venerazione e d’amore. I vostri spiriti immortali aleggiano invisibili su noi, su queste fino a ieri contrastate pianure venete, e si librano trionfanti nel limpido cielo italiano per annunciare alle genti liberate che è vicina, gloriosa, imminente la vittoria d’Italia”».

Conclude: «I grandi e decisivi fatti storici si sentono prima di saperli. Il giorno dopo i Bersaglieri, con i gagliardetti da me benedetti, salivano il Colle di San Giusto a Trieste. Il 4 novembre uno squillo di tromba da Villa Giusti rimbombava con la rapidità del fulmine in tutte le regioni d’Italia, seguito dal suono di tutte le nostre campane: era la vittoria».

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