Chi sono i rapitori della cooperante Silvia Romano

Corno d’Africa – Chi sono gli estremisti islamici che hanno rapito la cooperante italiana: specialisti nella guerriglia, brutali e spietati, gli al-Shabab («i giovani») hanno lasciato sul terreno migliaia di morti e feriti con attentati, attacchi militari e autobombe

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Non solo la ferocia dei Boko Haram e dei boia dell’Isis. È impressionante l’elenco delle violenze compiute dai somali di al-Shabab nell’ultimo decennio. Brutali e spietati, gli al-Shabab («i giovani») hanno lasciato sul terreno migliaia di morti e feriti con attentati, attacchi militari e autobombe. Ben ricordiamo le immagini trasmesse il 21 settembre 2013, quando un commando di al-Shabab irruppe nel centro commerciale di Westgate a Nairobi, in Kenya, uccidendo 70 persone e ferendone duecento.

E i somali ricordano altrettanto bene l’attacco contro il Central Hotel di Mogadiscio, l’hotel che ospita molti parlamentari e rappresentanti del governo, dove un altro commando uccise una ventina di persone tra cui alcuni deputati. Sempre nel 2013, a dicembre, 37 cristiani furono uccisi al confine tra Somalia e Kenya perché giudicati colpevoli di non essere musulmani.

Silvia Romano

Ecco come reagiscono i guerriglieri: fermano le persone per strada e le costringono a recitare un versetto del Corano, se non sono capaci vengono uccisi sul posto. Nel 2015 all’Università di Garissa 148 studenti furono massacrati.

Jihadisti di ferro dal 2009, quando si allearono con Al Qaeda, gli al-Shabab hanno respinto con successo il tentativo di alcune cellule dell’Isis di infiltrarsi nel loro apparato, restando l’unica grande forza terroristica somala. Nel 2010 i qaedisti di al-Shabab si erano impadroniti di una parte della Somalia, da Mogadiscio al confine con il Kenya.

L’intervento dell’Onu e dei soldati dell’Unione Africana (Amisom) li ha espulsi dalle principali città un anno dopo, ma hanno continuato a spadroneggiare nelle campagne reclutando contadini e disperati. Hanno però perduto tutte le loro roccaforti nel Centro e nel Sud del Paese.

Oggi conservano il controllo di ampie zone agricole e impongono alle tribù locali una rigida interpretazione della shari’a. La guerriglia degli Shabab divampa non solo in Somalia, ma anche in Kenya perché l’esercito di Nairobi ha lanciato dal 2011 una campagna militare contro le loro basi nel Sud della Somalia. Le rappresaglie dei guerriglieri colpiscono sovente il Kenya come ritorsione per l’appoggio kenyota all’esercito somalo contro i terroristi, che possono contare su circa 10.000 combattenti.

Gli al-Shabab, gli estremisti islamici che hanno sequestrato per un anno e mezzo la volontaria Silvia Romano, sono uno dei movimenti storici del jihadismo somalo. Ben radicati sul territorio, si finanziano con traffici illeciti e sequestro di ostaggi. Molti fondi provengono da vari Stati mediorientali: il movimento intascherebbe una grande quantità di denaro con tasse prelevate come «contributi per la guerra santa», contrabbando di zucchero, esportazione di pesce e rimesse dalla diaspora. Specialisti nella guerriglia, attaccano sovente le aree urbane come a Mogadiscio, ma si spingono con facilità anche a Nairobi in Kenya prendendo di mira obiettivi militari e civili come centri commerciali, alberghi e scuole.

Evitano di scontrarsi in campo aperto, piombano sul nemico con imboscate, attacchi kamikaze, sistemano ordigni esplosivi ai lati delle strade e scorrazzano su pick-up armati di mitragliatrici. Nei giorni scorsi hanno usato un risciò carico di esplosivo per uccidere un governatore nella regione semi-autonoma del Puntland.

Nel 2015, secondo i rapporti dei servizi segreti occidentali, in Somalia fece la sua comparsa l’Isis con cellule composte da militanti fuoriusciti da al-Shabab e da miliziani provenienti dal Medio Oriente, dopo la sconfitta del Califfato in Siria e in Iraq. Le basi di questi gruppi armati si trovavano nel Puntland, una regione semi-autonoma nel Nord-ovest del Paese, ma quando sono apparse queste piccole cellule filo-Isis la grande maggioranza degli al-Shabab è rimasta fedele ad Al Qaeda.

Nel luglio 2019 hanno terrorizzato Kismayo, città portuale della Somalia meridionale, un tempo occupata dallo stesso gruppo jihadista per alcuni anni. Un commando di attentatori entrò nell’hotel Medina, frequentato da funzionari del governo e da parlamentari, e aprì il fuoco all’impazzata uccidendo quasi 30 persone, tra cui politici e giornalisti definiti dai terroristi «apostati e stranieri infedeli».

Anche gli italiani sono stati presi di mira dagli al-Shabab: nel settembre 2019 il gruppo somalo attaccò un convoglio italiano impegnato in una missione di peacekeeping a Mogadiscio, senza ferire alcun militare. L’attentato era diretto contro una base americana usata per il lancio di droni. Di recente hanno attaccato anche una base americana vicino a Lamu, in Kenya, distruggendo alcuni aerei e uccidendo tre americani.

Gli Stati Uniti sono presenti in forze in un’area strategicamente importante, tra il Corno d’Africa, il golfo di Aden e lo stretto di Bab el Mandeb, dove transita gran parte del petrolio mondiale. I miliziani jihadisti vengono spesso presi di mira dai raid americani che hanno già eliminato vari leader del movimento come Ahmed Godane, ucciso nel 2014, e Ali Mohammad Hussein, nel 2017. Il comando militare americano per l’Africa (Africom) è super attivo e ha annunciato di aver eliminato circa 800 terroristi in un centinaio di raid aerei dalla primavera del 2017.

Bombardati dagli americani e sorvegliati strettamente dai turchi. Gli 007 del sultano di Ankara sono anche qui, in terra somala, per proteggere gli interessi della Turchia. Il dinamismo geopolitico e strategico di Erdogan ha messo radici profonde anche da queste parti aprendo decine di ambasciate e stringendo rapporti economici e militari con diversi Paesi africani.

Determinante è stato il contributo dell’intelligence turca, insieme all’alleato Qatar, alla liberazione della cooperante Silvia Romano: un fatto che rivela la crescente influenza della Turchia dalla Libia verso il Corno d’Africa e appunto in Somalia. Agosto 2011: il presidente turco Recep Tayyip Erdogan vola a Mogadiscio. È una visita storica, il primo importante passo in avanti per penetrare nell’ex colonia italiana devastata da decenni di guerra civile.

A Mogadiscio lo chiamano il «sultano d’Africa». Un anno prima Turchia e Somalia avevano firmato un accordo militare in base al quale Ankara si impegnava ad addestrare le forze governative somale per fronteggiare meglio la minaccia jihadista.

Non c’è solo la Turchia ad affollare lo scacchiere politico ed economico del continente africano. Sono presenti gli europei, gli americani, i cinesi, gli indiani, ma i turchi fanno passi da gigante e sfruttano le affinità culturali e religiose con gli africani molto meglio degli occidentali e dei cinesi. Una strategia di progressiva penetrazione con l’investimento di ingenti capitali per costruire o modernizzare porti, aeroporti, ospedali e basi militari. L’espansione turca in Africa si irrobustisce sempre di più, ma la Somalia è la vera porta d’ingresso della Mezzaluna nel Continente, una sorta di bastione ottomano nel Corno d’Africa. Lo sfruttamento delle risorse energetiche, come il petrolio offshore somalo, è uno dei cardini della presenza del Sultano in questo angolo d’Africa. Oro nero, gas e uranio: gli interessi sono enormi e le ambizioni di Erdogan sono smisurate.

Giorgio Bertin, amministratore apostolico di Mogadiscio e Vescovo di Gibuti, parla di silenzio del mondo nei confronti della Somalia, mentre cresce l’allarme per i contagi da coronavirus. Povero e dilaniato da conflitti interni, il Paese non ha la possibilità di affrontare il contagio con attrezzature sanitarie efficienti. I dati ufficiali parlano di 1.500 casi confermati e poche decine di morti, ma le testimonianze parlano di numeri reali molto più alti.

«Ci si ricorda solo per i profughi somali che arrivano in Europa, osserva Bertin, ma il Paese africano continua ad essere teatro di attacchi e attentati degli integralisti islamici. Ci sono almeno due milioni di sfollati interni e migliaia di profughi che scappano dalla guerra civile yemenita».

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