Chiudere i negozi la domenica? Dibattito anche in Piemonte

Disegno di legge – La proposta di limitare gli orari di vendita dei centri commerciali nei giorni festivi divide l’opinione pubblica: l’assessore regionale al Commercio De Santis è contraria. Shopville raddoppiate in 10 anni, puntano sul lavoro precario, duro giudizio di don Sivera

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Autorizzazioni più che raddoppiate in Piemonte nell’ultimo decennio per l’apertura di grandi centri commerciali: dal 2005 al 2016 si è passati da 143 a 334 licenze. Attualmente la superficie di vendita si aggira attorno a 1 milione e 300 mila metri quadri. Un dato destinato a crescere in misura esponenziale.

La moltiplicazione dei centri commerciali è spinta dai prezzi superscontati, ma anche dagli orari di vendita senza sosta (giorni festivi compresi) che stanno schiacciando la concorrenza dei piccoli negozi tradizionali e che esigono dai dipendenti orari di lavoro molto pesanti e disordinati; dipendenti che accettano perché non vogliono perdere contratti di impiego quasi sempre a tempo determinato. Il ministro Di Maio ha annunciato l’intenzione di limitare almeno gli orari di vendita, almeno nel giorno di domenica: un progetto di legge (lo presentiamo in queste pagine) che sta facendo discutere.

Nella sola provincia di Torino, nell’ultimo decennio, sono state registrate nuove aperture di centri commerciali per 157.291 metri quadrati (26.425 in città), l’equivalente di 18 campi da calcio di Serie A. Sono dati destinati a crescere. Settimo Torinese ha inaugurato nel 2017 il «Torino Outlet Village» ed è in corso il raddoppiamento del Retail Park «Settimo Cielo» (69 mila mq). Al confine fra Nichelino e Vinovo, in strada Debouchè, a settembre 2017 è stato aperto Mondo Juve, che entro il 2020 raddoppierà diventando, con 80 mila metri quadri, la più grande shopville del Piemonte, tra le più estese d’Italia e d’Europa. Nel 2019 comincerà la costruzione a Caselle Torinese, su un’area di 300 mila metri quadrati, di un centro da 120 mila che ospiterà sia commercio sia imprese di intrattenimento, per iniziativa del gruppo Aedes.

È giusto chiedere che il commercio interrompa le attività almeno nel giorno della domenica? Secondo l’assessore regionale alle attività produttive Giuseppina De Santis non ha senso: «si metterebbero a rischio numerosi posti di lavoro, e con ogni probabilità si incentiverebbe l’incremento del commercio on line senza vantaggi per i piccoli negozi». Di altro parere il sindacato Cisl, che intervistiamo in queste pagine. A metà il giudizio che abbiamo raccolto da una madre di famiglia, lavoratrice, che durante la settimana non saprebbe quando andare a fare la spesa.

La completa liberalizzazione degli orari, dal 2011 ad oggi,  non ha certo compensato nei centri commerciali le migliaia di posti di lavoro bruciate dai piccoli negozi tradizionali, schiacciati dai giganti e costretti ad abbassare le saracinesche. Dalle elaborazioni Confesercenti sui dati di Infocamere emerge una estesa moría delle micro realtà commerciali.

Secondo don Gian Franco Sivera, parroco della Madonna della Fiducia a Nichelino, già direttore diocesano della Pastorale del Lavoro, «le mega shopville, come Mondo Juve, non tengono in alcun modo conto delle reali necessità di sviluppo del territorio torinese ancora sofferente per la crisi economica e del lavoro. Ai lavoratori della domenica, in particolare, vengono stipulati solo contratti precari che offendono la dignità delle persone e pongono prospettive di instabilità per le famiglie che vengono disgregate nei giorni festivi».

«La domenica e le festività sono presidi della nostra umanità che dobbiamo difendere – è il messaggio di mons. Fabiano Longoni, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per i problemi Sociali e il Lavoro – «Rispetto alla domenica si può ragionare su turnazioni di aperture, deroghe per le zone turistiche… Massimalista è stata la liberalizzazione del 2011 che ci ha portati ad aperture di servizi non essenziali per 52 domeniche con forti disagi per i lavoratori e senza significativi aumenti dell’occupazione. Una perdita per tutti».

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