Chiusi in casa, più chiarezza dallo Stato

Analisi – Troppa «anarchia» nella gestione dell’emergenza Coronavirus: Regioni in ordine sparso, scienziati che si contraddicono fra loro … Lo Stato centrale deve decidersi ad esercitare un ruolo forte di guida per tutto il Paese

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La fase due della lotta al coronavirus richiede un impegno non meno rilevante di Governo, Parlamento, forze sociali ed economiche, enti locali e, soprattutto, della popolazione che sinora, in larga maggioranza, ha seguito le indicazioni delle istituzioni. I fronti aperti sono sempre tre: sanitario, economico-sociale, europeo.

Sanità – Il rallentamento dei contagi e dei ricoveri in rianimazione, l’incremento dei guariti sono segni positivi, nonostante il permanere di un elevato numero di decessi. Ma permangono situazioni di confusione e incertezza che esigono una guida più forte da parte del ministero della Salute, anche per non scoraggiare i cittadini.

Citiamo il caso delle mascherine: secondo il presidente della Lombardia, Fontana, sono indispensabili per tutti; invece il commissario della Protezione civile, Borrelli, afferma che non sono essenziali, restando prioritaria la distanza sociale (ed il lavarsi le mani). A chi deve credere il cittadino ligio alle norme? A sua volta l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) prescrive le mascherine unicamente ai malati e ai medici!

Altro caso, i tamponi: ci sono Regioni che ne fanno migliaia e migliaia, altre che si limitano a pochi casi; ed anche sui test sierologici c’è guerra tra Regioni ed esperti virologi; né va dimenticata la questione dei bambini con genitore: due ministri (Interno e Famiglia) hanno dato il via libera alle passeggiate, alcuni governatori hanno gridato allo scandalo e intimato una distanza massima da casa di 200 metri, altri di 500. Questa confusione non fa bene: il Governo affidi all’Istituto superiore di sanità compiti precisi, perché l’emergenza non consente situazioni… di anarchia.

Contestualmente va cambiata in tutta Italia la strategia sulle case di riposo, abbandonate nei giorni più cruenti dell’epidemia, con un record di vittime fra anziani, soli e senza assistenza, non solo sanitaria ma anche umana; altrettanto rilevante è il dovere di non dimenticare i malati gravi per altre patologie, perché, purtroppo, non c’è solo il coronavirus che colpisce; va invece sottolineata molto positivamente la disponibilità di medici, infermieri, volontari, anche di altre regioni, a soccorrere le situazioni territoriali in più grave emergenza, con un autentico senso di solidarietà.

Economico-sociale – Il Governo, dopo aver ascoltato le opposizioni (intransigente Salvini, collaborativi Meloni e Tajani) e le forze sociali, ha varato primi, robusti provvedimenti: il decreto «Cura Italia» ha coinvolto una platea di quasi sette milioni di persone tra imprese, cassaintegrati, partite Iva; ora è in elaborazione un nuovo finanziamento per aprile per un valore complessivo di oltre 50 miliardi; c’è poi la garanzia di prestiti alle aziende, piccole, medie e grandi, per un valore di 400 miliardi.

È uno sforzo senza precedenti nella storia dell’Italia repubblicana perché la recessione è profonda. C’è ora da augurarsi che l’Inps e le banche, per le rispettive responsabilità, procedano con la massima velocità e trasparenza.

Europa – È la partita più difficile per Roma e per Bruxelles. Alcuni passi avanti sono stati fatti dalla Bce (e lo spread è sceso sotto i 200 punti) e dalla Ue con il sostegno alla cassa integrazione e con massicci investimenti della Bei. Ora c’è la trattativa difficile tra la Germania, che vuole assegnare nuovi aiuti con il Mes, ovvero il Fondo di stabilità, e i paesi del Sud Europa, Italia, Francia, Spagna, che puntano sui coronabond.

Lo stallo sarebbe una sconfitta per tutti. È quindi essenziale rinunciare a veti e dogmi: la Merkel vada oltre la linea rigorista dei suoi banchieri, il premier Conte dimentichi il veto sul Mes del primo Governo giallo-verde con Salvini e Di Maio; tutti gli strumenti, senza Troike alla greca, sono opportuni perché le esigenze, non solo dell’Italia, sono immense.

La parola finale toccherà al vertice dei Capi di Stato e di Governo: nelle loro mani ci sarà il destino politico, sociale, economico e soprattutto umano del Vecchio continente. I cinquecento milioni di abitanti, che nel complesso stanno affrontando la pandemia con grande dignità e responsabilità, si attendono un accordo che guardi al futuro, senza egoismi di parte.

Il coronavirus ha fatto saltare a Bruxelles il dogma dell’austerità nei bilanci, rilanciando la dimensione sociale della comunità europea; ora va superata la logica sovranista, dell’ognuno per sé: mai come oggi i confini nazionali sono una remora, un ostacolo alla promozione del bene comune.

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