Christian Greco, la forza “politica” dei Musei

Scrive il direttore dell’Egizio – La campagna promozione del Museo Egizio fra i nord-africani ha fatto più rumore di mille dibattiti sulle politiche dell’immigrazione. Il direttore Christian Greco sta lavorando ad una rivoluzione: far crescere i musei  come attori sociali

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Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino

Le famose parole di Aristotele, secondo cui tutti gli uomini tendono naturalmente al sapere, sono state variamente declinate nel corso dei secoli. Una delle numerose varianti è quella che vuole l’uomo naturalmente incline al bello e quindi, alla tutela dello stesso. L’attualità e la storia dimostrano che l’assunto aristotelico e i suoi derivati non trovano sempre riscontro nella prassi. Analisi filosofiche e sociologiche sulla presunta inclinazione dell’uomo, teoria che peraltro può avere risvolti funesti (chi decide cosa è naturale?), si sono spesso concentrate su quegli elementi capaci di influenzare e guidare, anche in modo inconscio, i cosiddetti ‘bisogni’ degli uomini.

Questa è una delle ragioni per cui non amo definire i musei, e quindi anche il Museo Egizio che ho l’onore di guidare, un luogo di bellezza verso cui naturalmente i visitatori dovrebbero sentirsi attratti. Crederlo significherebbe avere la pretesa di esistere senza doversi guadagnare l’apprezzamento e il consenso dei visitatori. Come spiegava Philippe De Montebello, storico direttore del Metropolitan Museum of Art di New York, «nessun museo può avere l’arroganza di pensare di esistere per diritto divino, ogni giorno si deve conquistare il proprio diritto d’esistenza».

Quello che sto cercando di costruire, insieme con lo staff del Museo Egizio, è un luogo non tanto di bellezza, quanto di conoscenza. L’obiettivo è ancora quello dell’Illuminismo: formare e informare il pubblico, avendo la consapevolezza della necessaria gradualità del percorso. La formazione culturale basata sul pensiero critico, che dovrebbe essere il ruolo primario della scuola, è anche uno degli scopi che i musei dovrebbero perseguire con maggiore determinazione.

Il nuovo progetto dell’Egizio, inaugurato nel 2015, ha segnato una discontinuità con il passato, non solo con l’ampliamento degli spazi museali, ma soprattutto conferendo centralità della ricerca, strumento imprescindibile per tutelare e rendere accessibili le sue meravigliose collezioni. Oggi, a tre anni di distanza, è l’apprezzamento dei visitatori a confermare la bontà di questa scelta. Il patrimonio custodito è lo stesso del 1824, anno di fondazione del Museo, ma ciò che può raccontare è molto diverso, più ampio e talvolta sorprendente, grazie agli strumenti d’indagine oggi disponibili. È una ‘rivoluzione’? Non credo, ma sicuramente mette in primo piano il valore della materialità degli oggetti, l’interesse che possono suscitare in un pubblico molto differenziato, dai bambini agli adulti, dagli appassionati ai curiosi, dai frequentatori abituali di musei a chi si concede l’esperienza di visita per la prima volta.

In Italia la parola cultura si è spesso colorata di significati non proprio affini a essa: una volta dimostrato che la cultura può anche essere divertente ed economicamente sostenibile (cosa in cui credo fermamente), la possibilità è stata talvolta interpretata come un obbligo, lasciando che il divertimento, la spettacolarizzazione prendessero il sopravvento sull’apprendimento, sulla possibilità di coinvolgere attraverso i risultati, talvolta sorprendenti ed entusiasmanti, che la ricerca può riservare.

Il linguaggio è sempre il migliore dei sismografi, e la odierna fortuna dell’aggettivo «accattivante» dice più di molte analisi. Come detto prima, i musei possono giocare un ruolo formidabile nell’avvicinare alla conoscenza, nello stimolare curiosità e passione e nel fornire occasioni di evasione e socializzazione a adulti, ragazzi e bambini ma le collezioni devono restare al centro, si deve resistere alla tentazione di magie contemporanee e ipnotiche (realtà aumentate, esperienze immersive, ecc.) che possono creare un valore aggiunto ma non devono mai sostituirsi alla scoperta e all’osservazione della cultura materiale, custode di saperi molto più vicine a noi di quanto si pensi. Uno dei più importanti obiettivi del Museo Egizio è che ogni personaggio, ogni reperto possa un giorno raccontare la sua storia, le vicende degli uomini e delle donne che li hanno costruiti, posseduti o tramandati fino a noi.

Nel porre al centro la ricerca sta la consapevolezza che anche un’indagine scientifica seria, condotta con i tempi e i modi a questa necessaria, sia in grado di attrarre il pubblico. L’intenzione è di presentare la collezione, la più importante dopo quella de Il Cairo per ricchezza e varietà di testimonianze, ma anche la sua storia.

È per questa ragione che con l’attuale allestimento si è voluto mettere al centro «il contesto archeologico»: si vuole cioè ricostruire la provenienza, la destinazione d’uso, la valenza simbolica originaria dei manufatti esposti. Questo per evitare che l’oggetto sia solo ammirato ma non compreso: un vaso canopo, per quanto possa essere un oggetto di notevole bellezza e raffinatezza, è esposto non per soddisfare un bisogno estetico del curatore che lo ha selezionato o del possibile visitatore ammaliato dalle produzioni in alabastro, ma per essere testimonianza di un rituale degli antichi egizi, quello della conservazione degli organi che venivano estratti dal defunto, una pratica che, attraverso la materialità dell’oggetto, possiamo spiegare e rendere nota al pubblico.

L’archeologia ci parla della storia dell’uomo e ci offre una grande opportunità: guardare con pensiero critico all’ondata digitale che sta travolgendo i musei di tutto il mondo. Quest’ultima non deve essere usata per una mera spettacolarizzazione, ma per dare un valore aggiunto alla ricerca. È grazie alla tecnologia che si possono rendere accessibili e di forte impatto visivo informazioni altrimenti precluse al grande pubblico: ad esempio, grazie ad una Tomografia assiale computerizzata (Tac) siamo oggi in grado di sbendare virtualmente una mummia, rivelando amuleti e gioielli oppure la causa di morte dell’individuo.

Ritornando, dunque alla proposizione iniziale, secondo la quale vorrei un Museo Egizio luogo di conoscenza più che di bellezza, mi sembra quanto mai opportuno citare le parole dello storico dell’arte Ernst Gombrich: «Se crediamo in un’istruzione per l’umanità, allora dobbiamo rivedere le nostre priorità e occuparci di quei giovani che, oltre a giovarsene personalmente, possono far progredire le discipline umanistiche e le scienze, le quali dovranno vivere più a lungo di noi se vogliamo che la nostra civiltà si tramandi. Sarebbe pura follia dare per scontata una cosa simile. Si sa che anche le civiltà muoiono».

A questa riflessione finale si lega la nostra prossima mostra temporanea, il cui titolo è appunto «Anche le Statue muoiono» (8 marzo-9 settembre), un progetto sviluppato in collaborazione con Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Musei reali e Centro ricerche archeologiche e scavi di Torino, il cui tema centrale è la distruzione sistematica e consapevole del patrimonio culturale. L’obiettivo è da un lato informare il pubblico sulle recenti distruzioni che hanno coinvolto il patrimonio artistico e culturale di diversi Paesi, in particolare a causa delle violenze perpetrate dal cosiddetto Stato islamico, richiamando al contempo analoghe situazioni del passato; dall’altro si vuole sensibilizzare il pubblico, consci del fatto che è attraverso la conoscenza consapevole dei beni culturali che si muovono i primi passi in direzione di un’attenta tutela del patrimonio. È la conoscenza che può salvaguardare le testimonianze delle antiche civiltà: un oggetto resta muto solo se non è osservato, studiato, comunicato. E uno tra i molti compiti di un Museo è dare voce agli oggetti che custodisce. Questo li rende vivi.

Se fino a qui ho raccontato le ambizioni del Museo come centro di ricerca, è importante sottolineare che accanto a queste, stanno tutte quelle azioni rivolte alle persone che il Museo lo vivono attraverso la visita nelle sale, la partecipazione alle conferenze e agli eventi organizzati. A questo proposito preferisco non parlare di pubblico, come entità passiva, quanto piuttosto di «comunità», come agente attivo. Come ho scritto all’inizio, sono convinto che ogni museo debba conquistare il proprio diritto d’esistenza e il modo migliore per farlo è appunto radicarsi nella comunità. Come una scuola, come un’università, anche il museo non ha senso se non fa parte della polis, acquisendo un ruolo politico nel senso etimologico del termine. Il Museo Egizio è inserito in una comunità che non è formata solo da egittologi, egittofili e intellettuali: ma da tutti, comprese quelle persone che al Museo non possono venire.

A questa esigenza e a questo approccio risponde il progetto «Il museo fuori dal museo», rivolto per esempio ai piccoli degenti dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, dove i curatori del museo presentano periodicamente incontri e laboratori sugli antichi egizi. Oppure presso il carcere Lorusso Cotugno della città, dove è stato avviato un progetto di formazione per i detenuti, finalizzato alla produzione di copie di manufatti in legno, identici agli originali, da rendere disponibili a chi, ad esempio, non può venire in museo o può conoscere gli oggetti solo attraverso il tatto. Stiamo lavorando anche con le scuole superiori: due curatrici andranno negli istituti e, in dialogo con gli insegnanti, integreranno la nostra cultura materiale nei programmi scolastici. E poi, certo, una particolare attenzione è destinata al Paese da cui la nostra collezione proviene: vorrei che questo Museo fosse la più grande ambasciata egiziana del mondo e vorrei che le persone che vivono a Torino e provengono dal Nord Africa si riconoscessero in questa cultura materiale.

Per questo stiamo cercando di creare un rapporto stabile con loro. Si tratta di un ripensamento del rapporto con la comunità, intesa con un senso di inclusione rivolta a tutti i nuovi italiani. Sono convinto, parafrasando le parole di Khaled al-Asaad, direttore di Palmira ucciso barbaramente nell’agosto del 2015, che sia nostro compito, e specificamente del Museo Egizio, in virtù della collezione che custodisce, favorire il dialogo tra culture diverse, perché è grazie al dialogo che si crea la pace. E a questa dobbiamo, con tutte le nostre forze, ambire.

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