Come il Coronavirus farà cambiare la Sanità

Analisi – L’enorme impegno richiesto alla rete pubblica, le inefficienze da correggere. Scrive Gian Paolo Zanetta, direttore generale del Presidio Sanitario Ospedale Cottolengo di Torino

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L’ultimo decreto della Presidenza del Consiglio dei  Ministri ha spazzato via, di colpo, la convinzione di una rapida soluzione dell’emergenza epidemiologica da coronavirus, aprendo scenari inediti di radicali cambiamenti di stili di vita, abitudini e modelli di convivenza, ed ha costretto gli italiani a fare propria la consapevolezza che occorre affrontare la situazione con una determinazione nuova per il nostro Paese.

Credo che la crisi sanitaria, di cui il decreto è la manifestazione più evidente, evidenzi come l’effetto del coronavirus cambierà, in primis nel settore sanitario e sociale, le modalità di operare che caratterizzavano, in un tempo non troppo distante, il nostro welfare, prima dell’esplodere dell’epidemia.  Questa emergenza ci cambierà, così come sono cambiate in pochi giorni abitudini, stili di vita, scale di valori, rapporti interpersonali e generazionali, mondo del lavoro, società nel suo complesso.

E’ cambiata e cambierà inevitabilmente anche l’agenda politica: questi ultimi due mesi hanno modificato fortemente il tessuto sociale, il ruolo della famiglia, il rapporto tra genitori e figli, i rapporti tra popolazione anziana e generazioni produttive ed impegnate nel lavoro.  Ha ancora senso discutere di quota 100, mentre si stanno richiamando al lavoro medici già in pensione insieme a medici specializzandi, si sta spingendo sul telelavoro, si stanno determinando, in conseguenza della chiusura delle scuole, collaborazioni inedite tra genitori, figli, nonni? E’ un tessuto sociale che cambia, imponendo, e  speriamo di essere sulla strada giusta, una più integrata solidarietà tra generazioni, superando l’infelice ed ormai «rottamato» concetto della rottamazione, una più forte solidarietà di comunità. Se oggi non ci fossero modalità di collaborazioni nuove tra generazioni, forme di volontariato spontaneo, integrazione di impegno tra pubblico e privato,  come affronteremmo l’emergenza?

Anche il sistema sanitario cambierà e probabilmente dalla crisi uscirà un sistema di certo stremato, ma in condizione, attraverso le prove ed i sacrifici vissuti,  di potersi modificare, aggiornare, innovare ed essere, come oggi è nell’attuale contesto, all’altezza della società che verrà dopo l’emergenza.

Alcuni punti meritano un richiamo, per comprendere il cambiamento in atto.

  •  Lo sforzo immane che sta facendo la sanità pubblica deve vedere operare in sinergia la sanità privata, massimamente quella no-profit, in quanto portatrice di valori quali la centralità dell’uomo, l’eticità delle scelte, l’attenzione alle fasce deboli ed alle categorie più disagiate.  Questo vuol dire che non solo la sanità privata deve fare propri i provvedimenti, le iniziative, le tutele che la rete pubblica sta attuando, ma anche supportare ed integrare l’impegno del servizio sanitario nazionale, considerandosi parte  integrante nell’attuale necessità di offerta di servizi emergenziali.
  • Occorre riconsiderare la risposta complessiva alla cronicità: il non aver raccordato la revisione della rete ospedaliera con la riorganizzazione della rete territoriale, della post-acuzie, della lungodegenza ha avuto effetti sugli ospedali stessi  che non hanno potuto diventare risposta centrale e consistente per le acuzie, le complessità, le emergenze.  Ed oggi i più colpiti dal virus sono gli anziani con pluripatologie.
  • Si è constatato in questi giorni di crescita del contagio come si sia  determinata una drastica riduzione dell’utilizzo dei pronti soccorso pubblici, anche del 40% rispetto agli accessi tradizionali: la ragione può essere duplice, da un lato l’evitare, sulla base delle direttive ministeriali e regionali luoghi fortemente a rischio contagio, ma anche un più corretto e consapevole ricorso , da parte della cittadinanza, alle strutture deputate all’emergenza.  Questa consapevolezza non può essere lasciata cadere ed occorre lavorare affinché l’uso appropriato delle strutture  diventi modus operandi consolidato. La sicurezza delle cure è strettamente legata alla appropriatezza.
  • Si è evidenziata, in maniera plastica, la necessità di investire sul personale, non solo in termini numerici, ma anche in termini di qualificazione e specializzazioni mediche, guidando queste ultime verso settori professionali oggi carenti, vedasi ad esempio anestesisti, pediatri, medici di medicina generale, professioni sanitarie.
  • Si dimostra ormai fondamentale per un sistema sanitario moderno la ricerca e l’innovazione tecnologica: la salute si tutela non solo con comportamenti responsabili e corretti, ma anche con avanzata sperimentazione farmaceutica, l’utilizzo di nuove tecnologie ed ospedali moderni. Anche in questo caso tenendo sempre presente l’essenza dell’uomo e la sua centralità.

Queste riflessioni, collegate all’esperienza di questi giorni ed alle difficoltà di affrontare un evento inatteso di proporzioni globali, portano a ragionare sulla necessità di costruire un sistema più avanzato per tutelate il bene essenziale della salute, inteso non più solo come bisogno ed interesse del singolo, ma come fondamento della sicurezza collettiva. La dedizione ed il sacrificio quotidiano di operatori sanitari, professionisti, volontari, istituzioni, cittadini deve trovare la ricompensa in un nuovo modello di solidarietà,  che rinnovi tutto il sistema, non solo sanitario, non solo istituzionale, ma soprattutto sociale.

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