Come nasce la paura del Coronavirus

Intervista – Quali dinamiche del pensiero si nascondono dietro la pandemia? Il parere di Paolo Legrenzi, studioso di scienze cognitive: “Siamo intimoriti da eventi ignoti e improvvisi, mentre spesso trascuriamo quanto avviene in tempi lunghi

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Contagi che continuano a salire. Nuove misure di contenimento volute dal governo e dalle Regioni. Il coronavirus continua a colpire in tutta Italia e le reazioni della popolazione sono varie. Alcuni, soprattutto anziani, anche dove non è «zona rossa», escono poco ed evitano i contatti con gli amici. Altri, non soltanto i più giovani, laddove è ancora consentito spostarsi spesso si muovono senza mascherina, oppure l’abbassano quando non devono.

La chiusura totale tra marzo e maggio è stata un evento del tutto nuovo per il nostro Paese. Improvvisamente, per proteggere la nostra salute e quella degli altri abbiamo dovuto rinunciare a tante libertà, piccole e grandi, spesso date per scontate. Qualcuno ha vissuto queste misure restrittive come una vera e propria costrizione. Qualcun’altro è andato in depressione. Ma in realtà il cervello umano, nel corso dei millenni, ha affrontato tantissimi cambiamenti e ha sempre avuto la capacità di adattarsi, di trovare strategie per affrontare situazioni nuove e di superare in questo modo ostacoli all’apparenza insormontabili.

La nostra epoca poi, rispetto ad altri momenti analoghi del passato, è caratterizzata da un continuo diffondersi di informazioni. Siamo consapevoli di quello che succede a migliaia di chilometri di distanza da noi e in tempo reale. Ma nella rete spesso si diffondono anche fake news, notizie non verificate e pubblicate per interesse o soltanto allo scopo di creare confusione. Una situazione molto diversa, ad esempio, da quello che è accaduto durante la peste del Seicento o nelle guerre mondiali.

Per capire quali dinamiche del pensiero si nascondono dietro l’attuale pandemia e per scoprire qual è l’atteggiamento più appropriato da tenere, abbiamo chiesto a Paolo Legrenzi, docente emerito di Psicologia all’Università Ca’ Foscari di Venezia, come nasce la paura del virus e in che modo leggere i dati sui contagi e sull’economia che vediamo ogni giorno.

Il coronavirus è solo l’ultima di tante minacce globali. Già il terrorismo aveva fatto la sua parte, con i controlli stringenti negli aeroporti, nelle stazioni, nelle piazze e nei grandi eventi di massa. Prima ancora di valutarne le pericolosità, da cosa nasce il forte stress che proviamo per queste situazioni?

Nasce dal fatto che, per una serie di motivi studiati in diverse ricerche, abbiamo eccessive paure per eventi poco pericolosi e, viceversa, poca paura per situazioni molto pericolose. Questo accade perché l’architettura del nostro cervello è intimorita da eventi improvvisi, imprevedibili, impressionanti, ignoti, mentre trascuriamo quanto avviene in tempi lunghi. Molte delle nostre emozioni vengono sprecate per eventi inutili e non ci direzioniamo verso quelli che invece lo richiedono sul serio. Proprio per questo divario viviamo in un mondo molto più incerto di quello che immaginiamo: se non si possono prevenire e calcolare i rischi e non possiamo armonizzare ciò che accade intorno a noi, andiamo nel panico. E questo è un fenomeno non solo individuale, ma anche collettivo.

I media snocciolano ogni giorno numeri su numeri e diffondono notizie spesso allarmanti, basta leggere le pagine dei giornali, vedere la televisione o navigare in rete. Come difenderci da questo continuo bombardamento di informazioni?

Questo fenomeno può essere superato se si prende consapevolezza che tutto il sistema dell’informazione richiede un’enorme lotta e competizione per richiamare l’attenzione di potenziali ascoltatori e, come sappiamo, veicolare la pubblicità. I media spesso distorcono le informazioni per renderle sensazionali. Anche nel Medioevo si presentavano cose impressionanti e ignote nelle origini e nelle attese. L’obiettivo, anche in passato, era sempre quello di catturare l’attenzione dell’ascoltatore. L’attenzione umana, infatti, è limitata. Con internet ormai questo fenomeno ha assunto dimensioni incomparabili. Il fatto che l’informazione in rete sia gratuita, e che tutti possano dire la loro, rende questo mezzo potente affascinante, ma si è comunque bombardati da notizie legate a precisi interessi. È normale sentirsi in ansia dalla quantità di notizie negative che vengono presentate ogni momento da radio, televisione e dispositivi elettronici. Ma se si è più consapevoli delle logiche che sottostanno a questi mezzi, si è per certi versi meno ‘vittime’ del sistema.

Accanto alla paura del contagio c’è anche quella, economica, di perdere il lavoro. Come affrontarla?

Per affrontare le paure bisogna cercare di capire perché riteniamo sicure cose che invece sono pericolose. Se ci concentriamo troppo sul presente ristretto, tante situazioni non emergono sotto la giusta prospettiva. È importante darsi un arco temporale più lungo per affrontare i fenomeni. Certo, questo è più facile a dirsi che a farsi. Nella nostra vita, infatti, siamo abituati sempre di più a concentrarci sul presente. Ma negli ultimi 30-40 anni la letteratura delle scienze cognitive ha sottolineato come sia importante avere emozioni e pensieri meditati, non immediati, impulsivi, veloci. Se ci osservasse un’intelligenza superiore sembreremmo soggetti autolesionisti: abbiamo difficoltà ad adattarci a situazioni nuove e ci creiamo più problemi di quelli che in realtà ci sono. Nella pandemia, per esempio, si stanno contrapponendo due atteggiamenti diversi: chi ha troppa paura e non vuole più uscire di casa o incontrare qualcuno e chi prende il virus sottogamba e passa tantissimi guai. Nei fenomeni collettivi questa differenza danneggia tutti. Il contagio è infatti biologico (del virus) e psicologico (delle paure). Come in una grande squadra di calcio, tutti devono sapere giocare in squadra, nel proprio ruolo, ma con gli stessi obiettivi. Nei Paesi nordici questo ha permesso di avere un certo successo nel combattere il virus e di evitare il lockdown. Altrimenti, le persone che non hanno paura si sentono ingabbiate da misure che limitano la libertà e per questo si sentono in dovere di evitarle con feste private, assembramenti, mancato uso delle mascherine e altri comportamenti che non fanno altro che crescere sconsideratamente il numero di focolai nel nostro Paese.

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