Congo, don Piumatti: “massacri nell’indifferenza”

Africa – Il sacerdote pinerolese Fidei Donum per 50 anni a Butembo-Beni, nel nord Kivu: migliaia di morti, casa bruciate, rapimenti. Gruppi di ribelli armati piombano sui villaggi di notte seminando l’orrore

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Da qualche giorno in Italia rimbalza sui cellulari di religiosi e laici che seguono amici e confratelli missionari in Repubblica Democratica del Congo, un video di mons. Melchisedec Sikuli Paluku, Vescovo della diocesi di Butembo-Beni nel Nord del Kivu. Parla in italiano mons. Paluku, perché chi riceve il video possa raccontare la situazione che ha scelto di denunciare, possa contribuire, dall’Europa, a togliere il velo di silenzio sotto il quale ormai ogni settimana si contano massacri di uomini, donne e bambini perpetrati da ribelli.

«Veniamo uccisi ogni giorno in un’indifferenza sempre più sconcertante. Eppure continuiamo a sperare, ad aspirare alla felicità annunciata nelle Beatitudini proclamate da Gesù Cristo», afferma il Vescovo, mentre sullo sfondo scorrono le immagini di villaggi bruciati, di uomini e donne che piangono famigliari e amici. «La povera gente», prosegue, «soffre ed è ammazzata senza che ci sia una voce che consola e che metta fine a questo calvario che stiamo vivendo. In un anno abbiamo avuto quasi un migliaio di trucidati e i mass media del nostro Paese non ne parlano quasi, mentre le autorità passano il loro tempo a discutere su chi prenderà questo o quel ministero: questo conta per loro, non la popolazione».

«È così», commenta don Giovanni Piumatti, rientrato ad agosto in Italia, dopo essere stato per 50 anni fidei donum della Chiesa di Pinerolo (To) proprio nella diocesi di Butembo-Beni, «quello che il Vescovo ha detto speriamo sia quel faro capace di illuminare un po’ la situazione che è ogni giorno più drammatica». Ma perché queste uccisioni, perché questo silenzio? «Intanto bisogna dire che la zona del Kivu con le sue ricchezze di minerali è la torta che fa gola a tutti, in particolare al nostro Occidente, che ha bisogno di oro, cobalto, coltan, petrolio e diamanti e per questi interessi accetta che la gente venga massacrata. La vita degli uomini là vale meno dei preziosi. Per tutelare questi interessi è stato messo al potere un ‘governo fantoccio’ al quale non importa il bene della popolazione, importa mantenere il proprio status. Basti pensare che qualche settimana fa più di mille detenuti sono fuggiti dalla prigione centrale di Kangbayi a Beni: possibile che nessuno li abbia fermati? Che l’esercito abbia lasciato fare? Non si spiega. Come non si spiega che anche piccoli gruppi non vengano fermati dall’esercito addestrato a questo…».

Nel disinteresse del governo sono così i ribelli a dettare legge nella zona del Kivu e la confusione stessa, il clima di terrore impedisce di identificare i veri colpevoli: c’è anche chi rimbalza le responsabilità sull’appartenenza islamica dei ribelli, «ma non credo sia questo», prosegue don Piumatti, «non è una guerra di religione, magari ci sarà anche l’influenza islamica ma è piuttosto una questione di potere, di controllo su una torta che fa gola a tanti. Se uccidere e bruciare sembra fine a se stesso, sembra solo una ricerca dell’orrore, probabilmente è invece un modo per accrescere l’instabilità e l’insicurezza che garantiscono ingiustizie e sfruttamento».

I gruppi armati che si trovano a Nord e nei dintorni di Beni sono chiamati Adf (Forze democratiche alleate): «Si dice che siano di origine ugandese, si buttano nei villaggi, di notte e anche di giorno, con il macete e massacrano nei campi, sulle strade, seminano ed ostentano orrore e questo accade ormai da oltre due anni una o due volte alla settimana, tanto che quelli che sopravvivono ne parlano come noi parliamo degli incidenti stradali». Eccidi che il Fardc (l’esercito governativo) e le truppe Onu (Monusco) non fermano e la gente scappa, lascia le terre che possono essere così occupate e sfruttate da altri.

«A sud di Butembo e Lubero invece», prosegue, «le squadre armate circolano ed operano quasi come fosse una cosa ‘normale’, sono meno numerosi che negli anni passati e in genere non operano troppo visibilmente sulla grande strada che lega Beni-Butembo-Goma. Un gruppo scaccia l’altro e rifà quel che facevano i precedenti. Il loro obiettivo è raccogliere il ‘pizzo’ settimanale dagli infiniti cercatori d’oro, coltan, diamanti che un po’ vendono agli infiniti compratori ambulanti, e un po’ pagano i ‘protettori’ di turno. Sempre più i giovani e gli uomini abbandonano i campi e scavano buchi mentre le donne coltivano solo lo stretto necessario, perché i ‘protettori’ sanno anche raccogliere; anche i bambini dopo la scuola scavano ovunque, vanno nei ruscelli e setacciano e poi vendono. Il tutto passa poi in Ruanda che diventa il Paese ufficialmente riconosciuto perché è ‘sviluppato’, ‘trasparente’, fidato, sul mercato internazionale. È quello il ‘fiume’ che dal Congo porta via tutto verso l’Europa».

Parla don Piumatti, che ogni giorno si mette in contatto con la sua gente, ne ascolta il dolore e le fatiche e chiede che non si riduca tutto ad esso. «La gente del Congo è gente capace di sorridere anche nell’inferno in cui noi occidentali la facciamo vivere, è gente che nella precarietà di ogni notte al mattino sa cogliere la bellezza del giorno, delle relazioni, sa affidarsi momento per momento, sa mantenere la speranza. Infatti chi arriva da fuori in un giorno qualunque vede gente tranquilla, serena; i bimbi giocano felici e forse la notte prima si sono svegliati di soprassalto e son fuggiti nella foresta, perché sono arrivati altri. Il Vescovo nel suo messaggio ha però colto una cosa che Papa Francesco ci ricorda molto spesso: non abbiamo il potere di cambiare concretamente le cose, ma non dobbiamo cedere alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo tempo di Covid siamo tutti preoccupati dell’epidemia, tutti chiusi nel nostro isolamento e nei nostri timori, ma non dobbiamo lasciare sola questa gente. Non dobbiamo continuare a tacere su questi massacri e io finchè avrò fiato lo dedicherò a questo. A raccontare perché la gente capisca che non dobbiamo restare complici di questo sistema di sfruttamento ma dobbiamo pretendere che a livello internazionale si intervenga. Chiedere ai governi e chiedere nella preghiera perché queste persone non perdano la speranza e la fiducia e possano vivere in pace nella loro bellissima terra».

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