L’Africa non morirà di Ebola, i veri problemi del continente

Intervista – Abbiamo intervistato il missionario piemontese don Giovanni Piumatti, in Congo da 49 anni. Ci ha spiegato che l’epidemia di Ebola non è una vera notizia, è purtroppo una vecchia storia: torna sui giornali occidentali per coprire i veri problemi del Paese, a partire dall’iniquo saccheggio delle risorse naturali

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«Parlare dell’epidemia di Ebola in Repubblica democratica del Congo significa parlare di un problema complesso che non riguarda strettamente la diffusione di un virus, ma che coinvolge tanti interessi politici ed economici».Don Giovanni Piumatti è sacerdote fidei donum della diocesi di Pinerolo (To). Opera in Congo dal 1970 (i primi tre nel Sud del Kivu e poi dal 1973 nel Nord Kivu, nella diocesi di Butembo Beni) e in questi mesi è temporaneamente a casa, in Italia, in attesa di tornare nella sua missione. Lo abbiamo interpellato lunedì 22, dopo che il 17 luglio il Comitato d’emergenza previsto dal Regolamento sanitario internazionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha valutato che l’attuale epidemia da virus Ebola nelle province congolesi Nord Kivu e Ituri costituisce un’emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale.

Da alcuni giorni provengono notizie allarmanti sulla situazione, lei che vive nel Paese da 49 anni che percezione ha di ciò che sta accadendo?

Anzitutto bisogna fare un passo indietro, il primo focolaio dell’ultima epidemia di Ebola risale ad agosto 2018 e nel corso di quasi un anno si sono avviate tutte le procedure per mantenere la situazione sotto controllo: presidi sanitari, vaccinazioni, sensibilizzazione della popolazione per prevenire il contagio. Colpisce il fatto che sui media internazionali se ne sia parlato poco prima e se ne parli tanto solo ora che un caso di morte si è verificato a Goma, ai confini con il Ruanda e luogo di transito. Si trattava di un pastore protestante arrivato in autobus da Butembo, uno dei principali focolai della malattia nel Nord Kivu. Anche la morte di un bambino congolese a Mpondwe, valico di frontiera con l’Uganda, nel mese scorso, aveva destato allarme. Sono i casi che hanno fatto «scoppiare» la notizia all’esterno e hanno messo paura, perché fa paura l’«uscita» di Ebola dal Paese. Purtroppo ci si preoccupa di più quando il contagio potrebbe minacciare attraverso viaggi e migrazioni altri paesi, anche europei. E anche questo aspetto fa pensare a quando i «problemi» dell’Africa diventano notizia… Siamo in un dramma, ma ci interessa solo quando vediamo un possibile pericolo per noi.

Ma in questo anno quante persone sono morte per Ebola?

In un anno sono morte 1.665 persone, circa 2.500 i contagiati, ma la popolazione del Congo è di 68 milioni di persone e la regione del Nord del Kivu ne conta più di 5 milioni. La proporzione tra questi numeri ci dà la percezione e la dimensione del problema. Inoltre purtroppo questa non è la prima epidemia. In questi anni (la prima secondo l’Oms fu nel 1976, ndr) ne ho già viste almeno cinque. La popolazione è informata e molto coscienziosa. La gente si ferma ai controlli, si disinfetta, accetta i vaccini sperimentali che sono messi a disposizione. Continuiamo ad avere centinaia di persone nelle nostre messe domenicali e se l’epidemia fosse così diffusa sarebbe pericolosissimo e invece si può continuare la vita di sempre. Il problema è che l’allarmismo su Ebola è legato a tanti interessi.

Cosa intende?

In ambito politico ad esempio è stato visto con sospetto il fatto che fossero stati esclusi dalla possibilità di votare alle elezioni presidenziali i cittadini di Butembo e Beni due roccaforti dei partiti di opposizione adducendo come motivazione la precauzione rispetto al contagio di Ebola. Poi c’è l’aspetto economico: con l’epidemia sono stati stanziati milioni di dollari per nuove strutture e per fare arrivare infermieri da fuori regione. Un infermiere guadagna normalmente 100 dollari al mese, ma se lavora per Ebola a Butembo ne guadagna 600, se viene da fuori 4.500 e a Butembo Beni il personale in loco non è stato quasi mai usato, tutti sono arrivati da fuori: lavoravano in disparte e non parlavano nemmeno in swahili con i famigliari dei malati… C’è chi approfitta del clima di paura e ha trasforma l’ebola in un business. Un altro esempio è dato dai presidi sanitari che erano stati costruiti in legno: molti sono stati bruciati e distrutti e questo crea un pretesto per militarizzare le zone, per rinfocolare un clima di sospetto e di controllo, per assoldare guardie armate in zone che hanno vissuto anni di conflitti, con ferite tra etnie e gruppi che si possono facilmente riaprire quando domina la paura. Infine è vero che servono investimenti per avere più farmaci e vaccini ma purtroppo penso che non sia una questione di fondi in sé, il problema è come vengono usati e distribuiti. Dispensari e ospedali nelle zone più interne del Paese, che servono la popolazione più povera, devono comprarsi tutto, mentre quelli che sono ‘sulla strada’ qualcosa ricevono. Il rischio poi è che le persone più povere si facciano più facilmente spaventare, strumentalizzare da chi ha altri interessi. False dicerie che negano il virus o che fanno sì che la gente abbia paura a farsi controllare per non finire in quarantena, ma tutto solo perché gli interessi sono altri… Anche per questo, ad esempio, lo scorso anno il Vescovo di Butembo Beni era intervenuto con un invito a non nascondere i malati, a non credere a sedicenti religiosi che attribuiscono la malattia alla cattiva sorte.

Quale prospettiva per il futuro?

Ebola è grave e pericoloso e va contrastato, ma va combattuto anche tutto ciò che è disinformazione, strumentalizzazione, che fa sì che ancora una volta un Paese ricco di risorse (dal coltan ai diamanti, dall’oro al petrolio, ndr)  anche in questa situazione sia sfruttato e ne faccia le spese la sua gente. Senza dimenticare infine che il clamore su Ebola fa passare sotto silenzio non solo il ‘furto di minerali’, ma anche la vendita di armi. Questa mattina nel mio villaggio di Muhanga un professore è stato ucciso da un fucile, costruito in Europa, per un banale rifiuto di soldi, e questo avviene da 20 anni quasi quotidianamente…

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