Cosa ci ha insegnato il lockdown

Intervista – Il sociologo Franco Garelli riflette sulla lezione della pandemia: “proprio nel momento maggiore della paura siamo stati spinti a mettere in ordine la nostra scala dei valori, per scoprire ciò che è veramente importante”

273

Franco Garelli, sociologo di fama con il quale ho condiviso le metamorfosi e gli ‘strappi’ più dolorosi e più inquietanti del secolo breve e poi del seguito. Studioso attento alle tante sfumature di questa nostra società così ‘liquida’, per certi versi incomprensibile. E’ lui a fare la prima fotografia del post-covid. Ed è lui che scava.

Franco Garelli

Il lockdown è stata un’esperienza traumatica per tutti. Come stiamo uscendo da questa situazione, quali conseguenze sociali e psicologiche ci lascia questo periodo?

Credo che il momento attuale sia ben fotografato dallo slogan «siamo fuori dal peggio, ma non ancora in porto»; o dall’idea che «si è ormai fuori dal tunnel, ma col rischio di una ricaduta ancora più dannosa». L’insicurezza è uno dei lasciti più drammatici della pandemia, che cerchiamo di esorcizzare in tanti modi in questa strana estate, ma che ci accompagnerà per molto tempo. Perché la voglia di ripartire e di ritornare alla normalità è indubbiamente forte, è frutto di una reazione vitale, che tuttavia si scontra con i costi personali e sociali che il Covid 19 ci lascia in eredità. Tra questi, una situazione economica allarmante, il Pil in picchiata, il tira e molla, pesante e conflittuale, circa gli aiuti dell’Europa, le aziende e gli esercizi commerciali in affanno, l’incertezza sulla ripresa della scuola in autunno, la perdita del lavoro da parte di molti, le proteste e la rabbia delle categorie che si sentono trascurate dallo Stato, l’aumento delle diseguaglianze sociali. Soprattutto la sensazione di un Paese in difficoltà a ridarsi un nuovo equilibrio, a progettare un modello di sviluppo che tenga conto della dura lezione che ci deriva dalla pandemia; facendo della crisi un’occasione decisiva di rinnovamento, utilizzando le ingenti risorse promesse per rendere davvero più moderno, più ‘saggio’ e più inclusivo il Paese.

Come interpretare oggi l’«andrà tutto bene» di cui sono ancora tappezzate molte case e balconi?

Anche se ormai un po’ stinte, si tratta di scritte che testimoniano come la speranza in tutto questo periodo non sia venuta meno, pur fiaccata dai molti drammi connessi all’esplosione della pandemia. Molti le hanno apprezzate, come un gesto di tenerezza e di solidarietà collettiva, come un’iniezione di fiducia nella capacità di un popolo di reagire ad un destino avverso. Ma non sono mancati quanti, soprattutto con l’aggravarsi della situazione, hanno giudicato questo tipo di messaggi come anacronistici e velleitari, di fronte alle tante persone morte ‘solissime’ negli ospedali, alle tragedie che si sono consumate nelle Rsa, ai molti italiani che in questi mesi hanno avuto problemi economici e occupazionali o costretti in cassa integrazione. Dunque, per alcuni aspetti l’auspicio «tutto andrà bene» ha avuto (e ha ancora) una sua ragion d’essere, in quanto simbolo di una voglia popolare di rinascita. Ma per altri aspetti occorre riconoscere che a tante persone «non è proprio andata bene», in quanto, in casi come questi, la realtà dei fatti è sempre più cruda della speranza e apre ferite che lasciano il segno nel vivo del corpo sociale.

I nostri bambini e ragazzi hanno vissuto un’epoca mai vista, soli in casa, per ore e giorni: con quali conseguenze?

Del disagio o dei possibili traumi vissuti dai bambini e dai ragazzi nel lockdown si è parlato a più riprese in questi mesi. Più con riflessioni da vita quotidiana che a seguito di vere e proprie indagini empiriche o osservazioni scientifiche, anche perché siamo ancora a ridosso del fenomeno. Disagi dovuti al forzato e prolungato isolamento in casa, allo scombussolamento delle routine, alla perdita di contatto reale con importanti figure di riferimento (nonni, insegnanti, amici), al vivere nella bolla di un mondo schermato, ecc.  Quello che all’inizio poteva essere interpretata una ‘vacanza’ o un gioco surreale, col passare del tempo è diventata una situazione non priva di tensioni e di stress, per dei minori costretti a vivere in spazi ridotti, all’interno del solo ambiente domestico, col rapporto con l’esterno mediato unicamente dalla tecnologia. Tra i disturbi più segnalati, sensi di vuoto e di noia, segni di instabilità emotiva, presenza di comportamenti aggressivi, aumento di ansietà e di paure; ma anche alcuni passi indietro nelle autonomie raggiunte e la richiesta ai genitori (o agli adulti presenti) di maggiori attenzioni.

Quanto ci devono preoccupare questi segnali di disagio?

Gli esperti li considerano, per la maggiorana dei casi, più delle reazioni fisiologiche che patologiche di fronte ad un’esperienza del tutto eccezionale, come quella del lockdown. Dunque, una situazione destinata perlopiù a rientrare, a non lasciare tracce troppo marcate, soprattutto per quei minori (e sono davvero molti) che sono stati accompagnati, in questi mesi difficili, da genitori e adulti assai sensibili e intelligenti nei loro confronti. Nei mesi scorsi si sono celebrate giustamente alcune categorie di eroi, i medici, gli infermieri soprattutto, ma vi è stato un oblio collettivo della grandezza manifestata da molti genitori nel rendere quanto più possibile lieve e costruttivo l’isolamento tra le mura domestiche dei loro figli, soprattutto i più piccoli. E ciò prestando attenzione e accogliendo le loro emozioni, infondendo serenità, inventandosi nuovi modi di stare insieme, attrezzandosi per meglio interfacciarsi con l’esterno; districandosi magari tra l’impegno di smart working in casa e l’attenzione e la programmazione della vita dei figli, ecc.  Certo l’attenzione a vivificare l’ambiente famigliare nel lockdown non è stata un’operazione senza costi (umani e psicologici) per i genitori, per gli adulti. Ma di questo stress si parla poco, perché dalle persone adulte-mature ci si attende sempre molto, anche nelle emergenze sociali e sanitarie; come dei soggetti che proprio perché sono nel pieno delle loro responsabilità non possono avere cedimenti, devono essere granitici e forti, devono sempre gettare il cuore oltre l’ostacolo.

Qualcuno ha creduto, forse per proteggerli, di isolare per mesi gli ultra 65enni? Lo ritiene giusto?

Beh, un po’ bisognava isolarle le persone in là con gli anni. Perché, perlomeno per gran parte del periodo, sono state indicate dagli esperti come la quota di popolazione più a rischio dal punto di vista sanitario,  con un fisico meno reattivo al virus, o con condizioni di salute che potevano avere un effetto penalizzante in caso di contagio. Poi, invece, si è visto che il virus ha attaccato anche persone più giovani e in piena salute. Tuttavia, ritengo sia stato un orientamento saggio quello di tenere un po’ al riparo gli anziani, evitando o attenuando i contatti con le generazioni più giovani, quindi anche con figli e nipoti. Una scelta umanamente costosa, ma vissuta da molti come necessaria per il loro bene, come il male minore, per non esporli a quella promiscuità di rapporti ritenuta deleteria per le persone alle prese già con qualche acciacco. Ancora, una scelta sopportabile se gli anziani non si sono sentiti abbandonati, se nei modi più diversi (telefonate, messaggi video, attenzioni a distanza) hanno percepito l’affetto e la prossimità dei propri cari. Ma, come ben sappiamo (e come già s’è detto) questo purtroppo non è avvenuto per tutti.

Quale bilancio sociale si può fare di questo periodo così difficile?  Nel marasma che stiamo vivendo si può intravedere anche qualche lato positivo?

Le difficoltà, gli squilibri, i vuoti, le paure di questo periodo sono stati ampiamente messi in risalto e commentati a vari livelli. Vorrei invece qui soffermarmi sulle lezioni in positivo che hanno caratterizzato il lockdowm forzato, solo in parte colti dall’opinione pubblica. Anzitutto, siamo stati un popolo molto disciplinato nel confinamento, aspetto questo quasi incredibile per un Paese da sempre ritenuto refrattario al rispetto delle regole pubbliche, ritenuto troppo estroverso per comportarsi in modo ragionevole e uniforme anche in circostanze eccezionali. Ciò è avvenuto anche nelle regioni con bassissimo contagio, in quel Sud Italia oggetto di molti timori per la carenza di strutture sanitarie adeguate a fronteggiare questo tipo di epidemia. In secondo luogo, si è trattato di un isolamento perlopiù accettato e condiviso dalla popolazione (come una condizione necessaria per contenere il contagio), vissuto tendenzialmente in modo reattivo. Stando ai dati di una rilevazione Istat di fine aprile, 3 cittadini su 4 hanno usato termini positivi per indicare il clima familiare della fase uno dell’emergenza. A fianco di chi ha subito pesantemente questo periodo o si è limitato ad aumentare i consumi di intrattenimento televisivo e digitale, molti altri si sono resi protagonisti di un attivismo per vari aspetti ammirevole: scoprendo nuovi hobby (come la cucina), dedicando ampio spazio alla lettura, praticando sport tra le mura domestiche o negli spazi condominiali, incrementando i rapporti di vicinato, riscoprendo una solidarietà intergenerazionale sin qui poco praticata. Vi è poi stato, da parte di numerose famiglie, un investimento tecnologico di tutto rilievo, realizzato sia per implementare nuove abitudini lavorative (nel caso dello smart working), sia per permettere ai figli di seguire le lezioni on line della scuola e dell’università, sia ancora per dotare il nucleo domestico di nuove modalità comunicative con la rete parentale e amicale. Certo su questo aspetto la situazione nazionale è lungi dall’essere uniforme, e il divario digitale è uno dei fattori che maggiormente indica la diseguaglianza sociale che continua ad annidarsi nel Paese. Infine, tra le buone cose da ricordare, c’è la riscoperta di alcune convinzioni collettive da tempo dimenticate: come il valore dello Stato sociale, che troppo in fretta avevamo liquidato; l’importanza di essere guidati (come nazione e nelle varie istituzioni) da èlite autorevoli e competenti; la consapevolezza ‘che siamo connessi per davvero, non soltanto in rete’, o che non si vive soltanto di rapporti virtuali, perché è grande il bisogno di rapporti reali; o ancora, il riconoscimento che proprio nel momento della paura si è spinti a mettere in ordine la propria scala dei valori, per scoprire ciò che è veramente importante. Non sembra dunque essere una lezione di poco conto quella che ci giunge dal lockdown che ha scombussolato le nostre vite.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento!
Inserisci il tuo nome

dieci − tre =