Diventare umani: «Il Salice» al Salone del Libro

Istituto Valsalice – La redazione del Salice anche quest’anno ha seguito il Salone del Libro a Lingotto e si è sperimentata sul campo redigendo reportage, articoli e impressioni dando conto sul giornale on line della scuola degli incontri con scrittori, filosofi e artisti ospiti della Fiera – Riportiamo una riflessione molto articolata dei redattori con il filosofo Carlo Sini

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Per il terzo anno consecutivo la redazione del Salice, nell’ambito del progetto di alternanza scuola lavoro con «La voce e il tempo» si è recata al Salone del Libro del Lingotto per vivere da protagonista una giornata da veri giornalisti. Riunione di redazione, conferimento degli incarichi, lavoro sul campo dalle 11 alle 15 per assistere a conferenze, raccogliere opinioni, girare video, scattare immagini.

E poi tutti in redazione per scrivere, chattare e pubblicare tutto on line entro le 19. Venti contenuti in rete in tempo praticamente reale grazie alla professionalità di Maria Luce e Margherita, ex redattrici oggi in cabina di comando ed in grado di gestire tempi, risorse e ragazzi. Abbiamo incontrato D’Avenia e Marcolongo, Dori Ghezzi e Roberto Vecchioni, Alessandro Barbero e molti altri. Vi proponiamo una nostra riflessione scaturita dopo l’incontro al Salone con il filosofo Carlo Sini. Il nostro reportage dal Salone sul sito del Salice www.ilsalice.liceovalsalice.it

Diventare umani: incontro con Carlo Sini

«Chi voglio essere?» Uno dei cinque grandi interrogativi del Salone del Libro 2018 (ma non solo), a cui il filosofo Carlo Sini ha cercato di dare una risposta. Non serve riflettere sul proprio futuro se prima non si ha chiaro il presente: bisogna capire chi siamo. «Conosci te stesso»: la sentenza tramandata dal frontone di Delfi, l’interrogativo apparentemente elementare che inchioda l’esistenza di ogni uomo, una domanda senza risposta, come dimostra Edipo, convinto di essere un re di Tebe saggio e giusto ma rivelatosi un parricida incestuoso.

Ci sentivamo relativamente sicuri della nostra identità, finché Nietzsche e Freud ci hanno educato alla scuola del sospetto e hanno insinuato dentro di noi un dubbio che ci attanaglia. Oggi è tutt’altro che facile trovare una risposta. Viviamo nel tempo della dispersione, bombardati da notizie, inseguiti da offerte pubblicitarie (preferibilmente all’ora di cena), aperti a migliaia di opportunità. Appare come un locus amoenus. L’età dell’oro, l’età del progresso. Eppure siamo disorientati, dispersi e infelici. Non ci sentiamo appartenenti a nulla. Palline di un grande flipper di cui non capiamo le regole e che sembra non avere uscita. Manca un senso unitario della cultura – gli stessi stand del Salone sono il regno delle dispersività – e non esiste più un sapere comune.

Tuttavia, si sono moltiplicate considerevolmente le risorse e le opportunità. Il punto di non ritorno è stato l’arrivo della modernità. Prima uno stato di dignitosa povertà, «ben diversa dalla miseria», puntualizza Sini, poi un mondo di ricchezza – dopo l’epoca delle rivoluzioni industriali -, in cui grazie al progresso la vita del proletario medio era diventata migliore di quelle dei signori di qualche secolo prima. Bisogna però anche considerare il rovescio della medaglia e abbandonare per un attimo il pessimismo che contraddistingue i nostri anni. Talvolta dispersione significa vita: il Big Bang è l’inizio, l’origine di tutto, la dispersione della vita dell’Universo in miliardi di vite particolari. E la sua assenza è morte: l’estinguersi di alcune specie è infatti una minaccia per il pianeta. Adam Smith sostiene che la ricchezza delle nazioni sta proprio nella dispersione, del lavoro e delle forme imprenditoriali e sociali.

In una società complessa come la nostra – culmine di un percorso durato decenni – si è però schiavi del lavoro e del mercato, imprigionati tra bilanci e tasse. Si è persa la concezione del lavoro come applicazione dell’energia per cambiare positivamente la realtà, è sparita ogni accezione etica. Oggi ha un valore essenzialmente pratico: si commercia in nome dell’utile, non di ideali condivisi.

Il modus vivendi odierno ricorda molto la «Favola delle api» di Bernard de Mandeville: un alveare apparentemente felice in cui vive una società di api ben organizzata e civilizzata produce tutto ciò che serve alla prosperità della comunità, ma di cui gode solo una parte dell’alveare.

Allo stesso modo tra gli uomini sono comuni disparità sociali e dislivelli di ricchezza. Per questo in una società «complessa» è necessario accettare «devianze» come miseria o corruzione, con le parole di Mandeville stesso: «Il vizio è tanto necessario in uno stato fiorente quanto la fame è necessaria per obbligarci a mangiare. È impossibile che la virtù da sola renda mai una nazione celebre e gloriosa». È impensabile però auspicare un ritorno al 1100, o anche solo al 1900. E bisogna dunque imparare a convivere con ciò che siamo diventati.

Oggi sono i «settori» a governare il mondo. Nulla è più globale – se non il commercio -, tutto è sempre più specializzato, dalle università al lavoro. Ecco dunque che le opportunità e le scelte si moltiplicano, e il sapere si disgrega. Non per nulla sono gli anni della «desertificazione» delle culture locali.

È però curioso notare come questa dispersione causi un analogo fenomeno di organicità. Il mercato è unico, ed è il portafoglio dei potenti che decide cosa compriamo e cosa mangiamo.

Si cerca sempre più di imitare il modello anglofono tendenzialmente applicato a tutti i campi, soprattutto alla scuola.

La quantità di opinioni e di canali illude che l’informazione sia salva da ciò. Eppure in questo caso la molteplicità è annullamento. Tra milioni di pareri, si contano sulle dita di una mano quelle dotate di oggettività e profondità. Manca una visione unitaria, si privilegiano gli interessi dei singoli – in nome della libertà di espressione e di parola e della democrazia. Come ai tempi dei sofisti «tot capitae, tot sententiae». Ma allo stesso tempo, essendo tutto omologato, nessuno osa.

E in questa indifferenza generale è difficile capire chi si è e chi si vuole essere.

E qui entra in gioco l’unicità dell’essere umano: la libertà. «Diventa ciò che sei», parafrasando Nietzsche. Combatti l’omologazione e la dispersione, mettendo a frutto le opportunità e le scelte che si possono fare. Perché solo ognuno di noi può scoprire chi è, e chi vuole diventare. Per questo a una società che chiede «Di cosa ti occupi?» la risposta è «Di diventare umano».

 

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