Doccia fredda su Torino, Fiat congela il Piano di sviluppo

Fca – Al primo salone dell’auto di Detroit senza Marchionne, l’ad Manley annuncia che la multinazionale non è pronta ad affrontare la sfida dell’auto elettrica-ibrida: l’ecotassa della Legge di bilancio penalizzerà l’acquisto delle auto italiane – La piena occupazione di Mirafiori e Maserati rimane un miraggio

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Quanto dovrà ancora aspettare Torino per avere qualche certezza sul futuro dell’auto e del suo indotto? Quando troveranno finalmente attuazione gli investimenti e la piena occupazione promessa da Fca? A queste domande nessuno al momento è in grado di rispondere. Neanche Fca che nei giorni scorsi ha manifestato, per bocca del suo amministratore delegato, Mike Manley la volontà di rivedere il Piano di investimenti  da 5 miliardi di euro previsto in Italia dal 2019 al 2021 per adeguarlo alle mutate condizioni di mercato dovute  all’introduzione dell’ecotassa su auto di lusso e Suv.

L’Ad di Fca Michael Manley

L’ecotassa, che danneggia Fca e favorisce i concorrenti, è disciplinata  dalla Legge di bilancio 2019 al comma 1042 (avete letto bene 1042!!!)  dove è previsto che a  decorrere  dal 1° marzo 2019 e fino al 31 dicembre 2021 chiunque acquista, anche in locazione finanziaria, un veicolo di categoria MI (di lusso o Suv) immatricolato in Italia è tenuto al pagamento di una imposta parametrata al numero di grammi di biossido di carbonio emessi per chilometro  eccedenti la soglia di 160 CO2 g/km.  L’imposta varia da un minimo di mille euro a un massimo di 2500 euro. Gli introiti dell’ecotassa  dovrebbero servire a  finanziare l’incentivo previsto all’articolo 1031 della stessa Legge di bilancio del quale può usufruire chi acquista auto non inquinanti (ibrida, elettrica e piccole auto a metano) che costi meno di 50 mila euro a partire dal 1° marzo 2019 al 31 dicembre 2021. L’incentivo varia da un minimo di 1500 euro a un massimo di 6 mila a seconda del numero di grammi di biossido emessi  e a seconda che si consegni o meno un  veicolo della medesima categoria per la rottamazione.

La sortita di Manley, peraltro prevedibile dopo le minacce fatte quando ancora si ipotizzava l’introduzione dell’ecobonus, ha suscitato le dure  reazioni da parte dei sindacati e dei componentisti del nostro territorio, di cui si è fatto portavoce il Presidente dell’Amma (Aziende meccaniche meccatroniche associate) Giorgio Marsiaj,    che non hanno bisogno di altre preoccupazioni visto che si trovano, loro malgrado, a dover fare i conti con gli effetti di una congiuntura molto negativa  dell’automotive italiana che a novembre ha fatto registrare un calo della produzione del 13,3%  rispetto all’analogo periodo del 2017, che fa seguito alle flessioni riportate nei precedenti quattro mesi (-8,9% a ottobre, -4.45 a settembre, -5,5% ad agosto e -5,9% a luglio).

D’altre parte le preoccupazioni delle aziende dell’indotto piemontese per il calo   della produzione di Fca e per i venti di stagnazione sempre più forti sono più che giustificate se si considera che ancora oggi, nonostante i  progressi fatti per rendersi meno dipendenti da Fca, il fatturato di queste imprese   generato dalla Casa italo-americana  è  pari in media al 45%, 3 punti in più della media nazionale. Chi le ha contate ci dice che i componentisti piemontesi sono ancora tanti, poco meno di 800, e danno lavoro a circa 60 mila persone. Possono vantare un’elevata capacità di export  tale da condizionare nel bene e nel male l’andamento del totale delle esportazioni piemontesi. Significativi a riguardo sono gli ultimi dati Istat riferiti ai primi 9 mesi del 2018. In questo periodo le vendite all’estero sono diminuite del 12%: un calo imputabile in larga parte alla performance negativa dell’auto e degli altri mezzi di trasporto: un dato in controtendenza rispetto  agli andamenti dei due anni precedenti quando il comparto dei mezzi di trasporto aveva  fatto da traino all’export piemontese.

Partendo da questi dati che la dicono lunga sulla centralità che ancora oggi il comparto automotive riveste nell’industria nell’economia torinese e piemontese viene spontaneo chiederci che cosa si può fare in attesa che Fca sciolga i suoi dubbi e dia concreto avvio agli investimenti promessi che, non dimentichiamolo, hanno un forte impatto sull’indotto chiamato in un certo senso a riorganizzarsi  in profondità per far fronte alle sfide della elettrificazione?

La risposta è semplice, fare squadra: un comportamento, un modus operandi che non sembra rientrare nel Dna delle Istituzioni e delle forze economiche torinesi che hanno preferito delegare ad altri la soluzione dei problemi con la richiesta che il sistema locale del lavoro di Torino venga riconosciuta «area di crisi industriale complessa».

L’esigenza di fare squadra, di definire strategie comuni è indispensabile nel campo delle ricerca e del trasferimento delle conoscenze tecnologiche dai produttori ai consumatori. In questo campo sono attivi, o in fase di decollo, importanti Centri, quali il Centro di Competenza Piemontese promosso dal Politecnico e dall’Università di Torino, i  7 Poli di innovazione, i 12 Cluster Tecnologici, reti di soggetti pubblici e privati che operano a livello nazionale.

Da tempo si sta lavorando  alla creazione di  un «Manifacturing Center» fortemente voluto  dall’Unione Industriale di Torino. Un insieme di Centri, attivi o ai nastri di partenza altamente qualificati nei quali lavorano gli stessi soggetti senza che ci sia un efficace scambio di esperienze e conoscenze, senza che ci sia una strategia comune: perché non cominciare da qui per fare concretamente squadra?

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