Duecento anni fa a Torino nasceva Vittorio Emanuele II

14 marzo 1820 – A Palazzo Carignano nasce Vittorio Emanuele di Savoia, ultimo re di Sardegna e primo re d’Italia, «re galantuomo» e «padre della Patria»: coadiuvato dal conte Camillo Benso di Cavour porta a compimento il Risorgimento.

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Vittorio Emanuele II di Savoia

«Aiutiamolo questo povero diavolo d’un prete», dice Vittorio Emanuele II all’aiutante di campo che lo invita ad acquistare biglietti della lotteria organizzata dall’Oratorio di Valdocco. Il «re galantuomo» nutre affetto per don Bosco e non fa mancare l’aiuto. Nel Natale 1866, dopo una battuta di caccia, gli invia due grossi stambecchi: «Sua maestà il re riconoscente ai birichini di don Bosco». Duecento anni fa, a Palazzo Carignano, il 14 marzo 1820 nasce Vittorio Emanuele Maria Alberto Eugenio Ferdinando Tommaso di Savoia, ultimo re di Sardegna e primo re d’Italia, «re galantuomo» e «padre della Patria»: coadiuvato dal conte Camillo Benso di Cavour porta a compimento il Risorgimento.

AMICO DI DON BOSCO E NEMICO DEL PAPA – Don Giovanni nel 1850 lo invita alla posa della prima pietra della chiesetta di San Francesco di Sales. Per motivi politici, il sovrano non accetta ma gli invia un sussidio. Nonostante una legislazione fieramente anticlericale, don Bosco è molto legato a Casa Savoia e manda lettere, consigli, ammonimenti. Nel novembre 1854 fa uno strano sogno. Nel cortile di Valdocco un messo di corte, vestito di rosso, grida: «Gran funerale a corte!» e scappa via. Scrive al re e gli racconta il sogno che, cinque giorni dopo, si ripete. Il valletto entra nella camera da letto e grida «Grandi funerali a corte!». Anche questa volta avvisa il sovrano, che perde la pazienza con questo prete menagramo.

LE LEGGI SICCARDI E RATTAZZI – Nel 1850 le leggi Siccardi, dal nome del ministro cuneese di Grazia e giustizia, Giuseppe, sanciscono la separazione tra Stato e Chiesa, aboliscono il foro ecclesiastico, cancellano le immunità e i privilegi del clero, riducono le festività religiose. Sotto sotto lo Stato liberale si prepara a fare un boccone succulento delle proprietà ecclesiastiche. Alle leggi è contraria la pia regina Maria Teresa d’Asburgo-Lorena, mamma del re: «Chissà quanti castighi, quanti flagelli di Dio (questa legislazione, n.d.a.) ci attirerà per te, la famiglia e il Paese». Una bordata anche peggiore arriva dal ministro Urba­no Rattazzi, alessandrino, titolare degli Interni, capo della maggioranza anticlericale: un pro­getto di legge prevede lo scioglimento degli Ordini religiosi contemplativi e delle Congregazioni  che non si dedicano alla predicazione, all’istruzione, all’assistenza degli infermi. Lo scopo è incamerare i sontuosi beni per – dicono – «provve­dere alle parrocchie più povere». Una rapina: lo Stato fa man bassa e si arroga il diritto di decidere quali Ordini sono utili e quali no. In quattro mesi nel 1855 il re perde la mamma Maria Teresa; la moglie 33enne Maria Adelaide d’Asburgo-Lorena; il fratello duca Ferdinando di Savoia-Genova; il figlio più piccolo di quattro mesi Vittorio Emanuele Leopoldo. Nonostante questo, il sovrano firma la legge. Sono così cancellati 33 Ordini re­ligiosi, incamerate 334 case con le proprietà, cacciati 5.406 religiosi. Il 26 luglio 1855 Pio IX risponde scomunicando chi ha agito «contro i diritti della Chiesa».

RE D’ITALIA «PER GRAZIA DI DIO» – Il re e i governi hanno una chiara impronta anticristiana e anticlericale; ne fanno vedere di tutti i colori a frati e suore, preti e vescovi, Papa. Ma hanno un occhio di riguardo per le opere salesiane: dedicandosi alle classi più povere, in qualche modo attenuano il malcontento popolare e sono una valvola di sfogo delle proteste. Anche se politicamente combatte la Chiesa, Vittorio Emanuele è credente e si racconta che negli ultimi giorni abbia esclamato: «Sono pentito dei torti fatti al Papa e alla Chiesa». Alle prime elezioni nazionali del 27 gennaio 1861 partecipa solo l’1,9 per cento degli italiani, 240 mila maschi su 22 milioni di abitanti. Assente il restante 98,1 per cento: popolo, donne, analfabeti, poveri, evasori fiscali. Nel Senato siedono 263 personalità di tutte le regioni e di esclusiva nomina regia. La Camera conta 636 deputati. L’inaugurazione del primo Parlamento avviene il 18 febbraio nell’aula provvisoria in legno, ferro e vetro costruita in soli tre mesi nel cortile di Palazzo Carignano, già sede del Parlamento subalpino, mentre il Senato è a Palazzo Madama. Il 17 marzo 1861 il Parlamento proclama la nascita del Regno d’Italia: «Vittorio Emanuele II, per grazia di Dio, re di Sardegna, di Cipro e di Gerusalemme, assume per sé e suoi successori il titolo di Re d’Italia». La locuzione «per grazia di Dio» è oggetto di lunghe discussioni: 50 deputati di sinistra non la vogliono ritenendola un residuo feudale. Uno afferma di non conoscere «altra provvidenza che i cannoni ri­gati e le baionette».

L’ITALIA UNITA NASCE DOMENICA 17 MARZO 1961 – Vittorio Emanuele a Palazzo Carignano legge ai 443 rappresentanti della Nazione il discorso preparato da Cavour. Il «padre della Patria» è stato di parola. Il 10 gennaio 1859 aveva proclamato: «Non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi». La lunga gestazione inizia il 4 marzo 1848 quando Carlo Alberto concede lo Statuto. I travagli del parto hanno attraversato le congiure mazziniane; le cinque giornate di Milano; le annessioni e le guerre d’Indipendenza; l’epopea dei Mille di Giuseppe Garibaldi e l’annessione del Regno delle due Sicilie. All’appello mancano Roma e Venezia, Trento e Trieste. L’Italia torna insieme dopo 12 secoli, dalla caduta dell’Impero Romano d’Occidente nel 476.

PIO IX: «LA VANDALICA SPOLIAZIONE» – L’unità è decisa da un’esigua minoranza mentre il popolo continua a guardare. Vittorio Emanuele conserva il numeretto latino «II»: non pensa a un nuovo Stato, ma a prolungare quello vecchio, le cui leggi, regolamenti, burocrazie e forze armate vengono imposte alle altre regioni. Da Torino a Palermo comanda una Destra compatta, che rappresenta l’alta borghesia, guidata da un genio assoluto della politica, Cavour, che si spegne nel suo palazzo torinese il 6 giugno 1861. Pio IX nell’allocuzione «Iamdu­dum cernimus» (18 marzo 1861) denuncia la «vandalica spoliazione»; condanna le violazioni dei diritti della Chiesa, la laicizzazione forzata, la confisca dei beni ecclesiastici. Il cardinale segretario di Stato Giacomo Antonelli (15 aprile 1861) invia una protesta alle potenze straniere. L’Italia è fatta, ma senza i cattolici perché Pio IX proibisce loro di partecipare alla vita politica, di votare e di essere votati. È il «Non expedit, Non conviene», infame imposizione che priva l’Italia nascente del contributo dei cattolici.

Pier Giuseppe Accornero

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