Ecuador, Crameri: Covid e povertà tra dramma e speranza

America Latina – Intervista al Vescovo ausiliare di Guayaquil, la città da cui è partita a marzo la pandemia, in visita al Cottolengo di Torino: “con Caritas e Banco alimentare abbiamo assistito 1,6 milioni di persone e raggiunto tante famiglie in povertà”

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Mons. Antonio Crameri, cottolenghino, Vescovo Ausiliare dell’Arcidiocesi di Guayaquil in Ecuador, la prima settimana di ottobre ha visitato il Cottolengo di Torino per rendere grazie, con la famiglia cottolenghina, della sua ordinazione episcopale avvenuta lo scorso 29 febbraio.

Mons. Crameri, classe 1969, nato a Locarno in Svizzera, formatosi alla Piccola Casa di Torino dove fu ordinato sacerdote l’8 giugno 1996, prima di diventare Vescovo per oltre 17 anni ha prestato servizio in diverse parrocchie dell’Ecuador, dapprima ad Esmeraldas, dove è presente una missione cottolenghina, e poi a Flavio Alvaro nella diocesi di Portoviejo.

Lo scorso 20 dicembre Papa Francesco lo ha nominato Vescovo Ausiliare di Guayaquil, diocesi ad est del Paese sull’Oceano Pacifico, che conta oltre 3 milioni e 400 mila abitanti, di cui l’80 per cento cattolici (battezzati) e si estende su un territorio di circa 15 mila chilometri quadrati. Alla sua ordinazione episcopale ha partecipato una delegazione della Piccola Casa della Divina Provvidenza di Torino guidata dal padre generale don Carmine Arice.

Mons. Antonio Crameri

Mons. Crameri, lei è stato consacrato Vescovo il 29 febbraio, proprio nei giorni in cui stava esplodendo l’emergenza Coronavirus in Italia e in Europa e si stavano registrando i primi casi nel continente americano, dove poi il contagio si è espanso a dismisura. Come ha vissuto i primi tempi da Vescovo in questa situazione?

Proprio il 29 febbraio, durante la celebrazione di ordinazione episcopale, è giunta la notizia del primo caso conclamato di Coranavirus in Ecuador. Il contagio è partito dalla città di Guayaquil, probabilmente da uno dei quartieri ricchi. Nel giro di pochi giorni ci siamo trovati di fronte ad una situazione terribile, la zona più colpita è stata quella di Guayaquil, ma il virus ha raggiunto in breve tempo tutto il Paese. Un sacerdote scherzando mi ha detto che ero «il Vescovo della pandemia». E in effetti così è stato nei primi mesi. L’Arcidiocesi da subito è scesa in campo in prima linea nel portare aiuti alle famiglie rimaste dall’oggi al domani senza nulla. Abbiamo avuto il lockdown completo in tutto l’Ecuador dal 15 marzo alla prima settimana di giugno, anche le chiese sono state chiuse, tutte le attività pastorali sospese. La Chiesa è però diventata un vero e proprio «ospedale da campo». Alcuni media hanno delineato all’estero una situazione catastrofica, in effetti era drammatica, ma non pienamente come descritta. È vero che si trovavano cadaveri per strada in quanto il servizio di pompe funebri era andato in tilt, ma non è vero che venivano bruciati corpi sulle strade. Il Comune si è subito attivato, attraverso l’istituzione di un patto di collaborazione con i servizi di pompe funebri, per occuparsi delle sepolture. È capitato che alcuni corpi rimanessero in casa per giorni con temperature medie di 30 gradi. Dopo le prime settimane su questo fronte l’emergenza acuta è rientrata. Gli ospedali, invece, sono collassati, i medici dovevano scegliere chi far vivere e chi morire perché non c’erano respiratori per tutti. Molti medici chiedevano a noi vescovi come comportarsi. Noi rispondevamo di assistere ogni paziente fino alla morte naturale, cercando per quello che era possibile di alleviare le sofferenze e di accompagnarli con la massima dignità.

Come è intervenuta l’Arcidiocesi?

La Caritas arcidiocesana, in collaborazione con il «Bancos de alimentos» che raccoglie viveri da destinare ai poveri grazie a donazioni di imprese, dall’inizio della pandemia ha aiutato oltre 1 milione e 600 mila persone, la maggior parte delle quali non assistita da enti caritativi prima del lockdown. Chi non moriva per il virus, infatti, moriva di fame e ancora oggi c’è questo rischio. Innanzitutto era impossibile garantire l’isolamento alla popolazione dei quartieri e dei paesi più poveri, dove spesso le famiglie vivono anche tra le 7 e le 10 persone in una sola stanza, ed ecco il motivo del diffondersi repentino del contagio. Inoltre la stragrande maggioranza della nostra gente vive alla giornata come venditori ambulanti, dunque se si lavora si mangia, altrimenti si muore di fame. La diocesi, attraverso i suoi enti caritativi, in collaborazione con le istituzioni civili, ha quindi distribuito per mesi cibo alla gente che era rimasta senza nulla di che mangiare evitando un’ecatombe di portata ben maggiore di quella che si è verificata con l’epidemia. Bisogna dire che la diocesi ha saputo intervenire tempestivamente in quanto grazie ai gruppi Caritas delle 300 parrocchie conosce bene il territorio e le famiglie in difficoltà, che ha saputo raggiungere.

Quanti morti ci sono stati a causa del Coronavirus nell’Arcidiocesi?

Solo nell’Arcidiocesi di Guayaquil, secondo i dati a disposizione della diocesi, sono morte tra marzo e maggio 10 mila persone. Il Governo parla invece di 10 mila morti in tutto il Paese e ancora oggi non ha diffuso dati certi e corrispondenti alla realtà.

Com’è la situazione oggi?

La situazione sta migliorando. Oggi è possibile svolgere le celebrazioni liturgiche o le attività pastorali con il 50 per cento della capienza delle chiese o dei locali parrocchiali, sempre nel rispetto delle note regole anticontagio. A inizio giugno il protocollo del Governo aveva dato l’autorizzazione per il 30 per cento della capienza. Le autorità sanitarie avevano prospettato una seconda ondata tra agosto e settembre che al momento non è avvenuta ma la cautela è ancora molto alta, soprattutto a Guayaquil da dove tutto è partito. Tra i danni maggiori della pandemia c’è certamente anche quello educativo a causa della chiusura delle scuole che oggi hanno riaperto. Sarà uno dei temi su cui la Chiesa lavorerà quest’anno e nei prossimi anni per evitare un disastro educativo che può avere ripercussioni su una società già fragile. Purtroppo ci sono state anche alcune speculazioni da parte di persone senza scrupoli, il cosiddetto «scandalo delle medicine»: il Governo, infatti, fra aprile e maggio aveva distribuito agli ospedali farmaci antivirali certificati dall’Organizzazione mondiale della Sanità. Alcuni soggetti, però, vendevano questi farmaci, che sul mercato costano tra i 100 e i 200 dollari, anche a 1.200 dollari, approfittandosi della povera gente disperata che spendeva tutti i propri risparmi per acquistarli.

Nella sua prima omelia da Vescovo e nel messaggio di ringraziamento inviato alla Piccola Casa ha messo al centro del suo ministero episcopale i poveri. Che cosa significa in una realtà come quella in cui opera?

La ragion d’essere dell’opera cottolenghina è l’attenzione ai poveri, che san Giuseppe Benedetto Cottolengo definiva «i nostri padroni». Sono la ragion d’essere della Chiesa come Papa Francesco testimonia con il suo pontificato che invita «ad una Chiesa povera e per i poveri». I poveri sono certamente al centro del mio ministero in quanto proprio loro hanno contribuito a far crescere la mia vocazione negli anni della formazione a Torino. Fu Vito, una delle «perle» della Piccola Casa di Torino, morto nel 2018, in un momento di scoraggiamento, a darmi la forza di andare avanti e dire il mio «sì» convinto alla chiamata del Signore. Ed ecco perché nella mia prima Messa in Cattedrale ho messo al centro i poveri. Non intendo solo la povertà materiale, ma le diverse fragilità dell’uomo di oggi. La pandemia ci ha, infatti, rivelato, come sottolinea il Papa, «che siamo tutti sulla stessa barca e che nessuno si salva da solo». La riscoperta della chiave della fratellanza umana, indicata nell’ultima enciclica di Papa Francesco «Fratelli tutti», è certamente la strada da percorrere, a maggior ragione in questo tempo, per un mondo più equo e giusto.

Quali compiti ha assunto nell’Arcidiocesi?

Nell’Arcidiocesi, divisa in sette vicarie, oltre all’Arcivescovo mons. Luis Gerardo Cabrera Herrera, prestano servizio tre Vescovi ausiliari che si occupano di due vicarie a testa. L’Arcivescovo mi ha affidato le due vicarie più lontane da Guayaquil, che diventeranno future diocesi: le vicarie di Santa Eléna e di Daule. Santa Eléna, in particolare, è una zona ad elevata povertà. Dopo il mio ritorno in Ecuador continuerò le visite pastorali alle parrocchie soprattutto per stare vicino ai sacerdoti e alla gente e riprendere insieme il cammino dopo la fase acuta della pandemia. Ad agosto ho già percorso 5.000 chilometri.

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