Emergenza Covid, quanti perderanno il lavoro?

Gravissimo allarme – L’agonia delle imprese messe alle corde dall’epidemia, l’angoscia di migliaia di persone che perderanno il posto quando cesserà il blocco dei licenziamenti. Manifestazioni nelle piazze italiane, violenti disordini anche a Torino

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A causa della proroga della cassintegrazione (cig) e del blocco dei licenziamenti dettati dai provvedimenti Covid per tamponare la crisi, i dati sulla disoccupazione sono viziati. Lo evidenziava nei giorni scorsi il presidente dell’Unione Industriale torinese Giorgio Marsiaj durante la presentazione dell’indagine sulle previsioni delle imprese piemontesi per il quarto trimestre 2020, quando avvertiva che «se nel 2021 non ci sarà la ripresa, il sistema Italia dovrà essere attaccato al respiratore: un altro lockdown segnerebbe la fine del sistema Italia». Quando finirà la dilazione della cig e ci troveremo con una disoccupazione altissima, che si andrà ad aggiungere al sommerso dei lavoratori in nero e dei precari che hanno perso il lavoro, cosa succederà? «Nessun imprenditore vede i licenziamenti come un’opportunità» commenta Marsiaj, «adesso dobbiamo verificare come il Governo intende intervenire con la nuova cassa integrazione e auspichiamo finalmente un piano di politiche attive efficace che consenta il turn-over e agevoli la creazione di nuovi posti di lavoro con le competenze che servono alle imprese».

«Se il tasso di occupazione è calato ma non è crollato lo si deve ai provvedimenti di cassintegrazione Covid e al blocco dei licenziamenti che, oltre ad aver garantito milioni di lavoratori, ha rappresentato anche un sostegno al reddito e ai consumi» reagisce Domenico Lo Bianco segretario generale della Cisl Torino-Canavese. «Certamente in questo tempo di pandemia occorre non lasciare indietro nessuno: quindi è necessario prorogare con la legge di Bilancio 2021 i fondi Covid e predisporre ulteriori 18 settimane di cig e prolungare il blocco dei licenziamenti per lo stesso periodo. Allo stesso tempo occorre potenziare il sistema degli ammortizzatori sociali, mettere in campo un investimento straordinario sui servizi per l’impiego e le politiche attive per offrire ulteriori tutele sia al reddito che alla occupabilità delle persone e soprattutto ai giovani in uscita dai percorsi di studio».

Lo Bianco evidenzia che oggi in Italia il blocco dei licenziamenti riguarda un «esercito» di 500-800 mila lavoratori a tempo determinato che, esauriti i provvedimenti Covid, perderanno il posto. Inoltre molte aziende nel mese di novembre esauriranno la cassaintegrazione: «se non interverrà un’altra proroga rischiamo la pandemia sociale».

Del resto i dati dell’Inps evidenziano che le assunzioni sono crollate del 38% e il saldo tra avviamenti e cessazioni del lavoro è negativo. Parallelamente le stime dell’Unione industriale sulle Piccole Medie imprese del nostro territorio indicano che il 30% è a rischio chiusura con una ricaduta di oltre 30 mila posti di lavoro. «Nei giorni scorsi come Cgil, Cisl e Uil, nell’ambito della ‘Vertenza Torino’» prosegue Lo Bianco «abbiamo incontrato il presidente Marsiaj per riflettere insieme su come non disperdere le risorse che arriveranno dall’Europa: si parla di 14 miliardi tra Recovery Found, Mes (se viene sbloccato), la pianificazione del settennato sui Fondi europei più un miliardo sui fondi strutturali. A Torino e all’Area metropolitana dovrebbero spettare 7-8 miliardi. Un’occasione unica per la crescita e lo sviluppo». Le priorità indicate dai sindacati per non disperdere queste risorse in mille rivoli sono: la protezione del lavoro attraverso politiche attive, forti investimenti sulla formazione e sulla riqualificazione e sull’occupabilità: «perché c’è bisogno di creare lavoro soprattutto per i giovani e le donne che vengono espulse dal mondo del lavoro perché la maggior parte di loro sono precarie» aggiunge il segretario Cisl. «Questa pandemia ci ha fatto comprendere che sanità, scuola, ricerca, innovazione e formazione sono strategiche per il nostro futuro ma dobbiamo ragionare su quale sia il modello di sviluppo per il futuro. Prendiamo la filiera manifatturiera che continua ad essere la vocazione del nostro territorio e usciamo con chiarezza dallo stallo definendo quali sono gli investimenti da fare: l’elettrico, l’idrogeno? La nuova generazione dei motori diesel a basso impatto ambientale? Attorno a queste scelte si muove tutto l’indotto automotive e se non si sciolgono le riserve si perderanno migliaia di occupati. E poi ci sono gli investimenti su sanità, scuola, educazione e non ultimo il tema del dissesto idrogeologico del nostro territorio: il fattore tempo è decisivo per affrontare il presente e progettare il futuro ma non vediamo un progetto di politica industriale per il Paese. Una carenza che ci penalizza da anni e che la pandemia non può che peggiorare. Ne abbiamo avuto la conferma durante il recente l’incontro che il ministro del Lavoro Catalfo ha tenuto con i vertici dei sindacati».

Il segretario sottolinea che a livello locale i sindacati si sono confrontati con tutti i corpi sociali e intermedi, le associazioni datoriali le fondazioni, l’Università, il Politecnico per costruire un’alleanza sociale ed economica che dia una prospettiva: «i primi della classe non servono» conclude Lo Bianco «e le idee non mancano perché a tutti è chiaro che il declino di Torino è evidente, aumentano povertà e disoccupazione, soprattutto giovanile.

«In questo momento – interviene Alessandro Svaluto Ferro, direttore dell’Ufficio di Pastorale sociale e del Lavoro della Diocesi che ha accompagnato in questi mesi l’Arcivescovo ai cancelli e alle assemblee dei lavoratori delle imprese a rischio di chiusura (ex Embraco, Mahle, Olisistem e molte altre) per portare la solidarietà della Chiesa torinese – «occorre fare tutti un atto di generosità per superare un’emergenza che sta diventando sociale. C’è bisogno di uno sforzo per uscire dalla dialettica novecentesca della conflittualità padrone-lavoratori. È il tempo della cooperazione tra le parti, istituzioni, datori di lavoro, sindacati: dalla crisi Covid, che si è innestata in una provincia già in ginocchio, si può uscire solo insieme se no le diseguaglianze si accentueranno ancora e non ci si potrà più rialzare». Svaluto Ferro sottolinea come l’appello a «fare rete» che mons. Nosiglia ha lanciato all’inizio della crisi economica che attanaglia il nostro territorio da dieci anni sia ancora più pressante oggi dove, all’incertezza per il futuro lavorativo, si unisce l’incertezza di un virus che può colpire tutti, indistintamente.

«Ripetiamo, occorre lavorare in rete, uscire dai nostri ruoli e studiare insieme come tamponare la crisi economica drammatica alle porte che rivelerà tutta la sua criticità quando le tutele contrattuali Covid (cig e blocco dei licenziamenti) non saranno più rinnovati. In questo momento i dati sulla disoccupazione sono drogati e si sommano a quelli delle persone inattive già prima della Pandemia: la situazione, se non si corre ai ripari ora unendo le forze, diventerà esplosiva».

1 COMMENTO

  1. Gentile Direttore,
    la domanda del titolo è davvero quella che si propone in migliaia di famiglie della nostra città e che meriterebbe di essere raccolta, oltreché dalla Chiesa e dalle Organizzazioni Sindacali dei Lavoratori, più fattivamente da tutti.

    A Torino, in materia di occupazione, si concentrano due ordini di problemi: alle negative ricadute, generali e diffuse, collegate alla pandemia, si affiancano, infatti, le conseguenze, anche queste negative, originate dalle ancora incerte prospettive del comparto dell’auto, della componentistica e delle attività collegate (PININFARINA ENGINEERING docet).

    Tutti ormai sanno che, quest’anno, nella nostra area, si produrranno, forse, soltanto 20.000 automobili, comprese le nuove 500 elettriche, che rappresentano una percentuale irrisoria delle auto prodotte in Italia, a loro volta in percentuale continuamente decrescente rispetto a alla produzione europea totale e di FCA.

    L’assetto, non ancora chiaro, della FCA dopo la fusione in atto sta portando via, prima ancora del posto, la serenità a migliaia di lavoratori degli Enti Centrali che, con le famiglie, sono in attesa di conoscere la loro sorte.

    Il contesto, suscita poi una ulteriore specifica preoccupazione per la sopravvivenza di quella parte dell’indotto che fa capo a Gruppi multinazionali per la quale ci si chiede se continuerà ad avere interesse a una permanenza nella nostra area.

    Come se tutto ciò non bastasse, il lavoro deve fare fronte anche a problemi qualitativi: sempre più spesso si assiste ad un passaggio da occupazioni garantite e a tempo indeterminato verso occupazioni precarie, a termine o piattaformizzate (lavoretti).

    Se questa, sinteticamente richiamata, è la situazione, occorre affiancare alla domanda “Quanti prederanno il lavoro” un altro interrogativo: quello riguardante l’intensità dell’impegno profuso tutti gli attori interessati (Politica, Burocrazia, Pubbliche Autorità, Enti Locali) per l’adozione di urgenti provvedimenti rivolti, se non proprio a una inversione di rotta nel breve termine, al contenimento dei danni.

    In sintesi: stanno facendo tutti la loro parte?… i ruoli sono assegnati!

    La Politica vari finalmente una politica industriale di sostegno all’auto elettrica e alla componentistica in analogia a quanto già fatto da Germania e Francia e che preveda per il nostro territorio (tra l’altro) il sostegno alla nascita di un sito per la fabbricazione e smaltimento delle batterie.

    Quello stesso senso dell’urgenza che ha fatto accelerare le procedure autorizzative dell’imminente vaccino, sia fatto proprio dagli Apparati Amministrativi al fine di rendere operativa in tempi strettissimi la decisione di insediare a Torino il già finanziato Istituto per l’Intelligenza Artificiale (almeno 600 posti di lavoro).

    Gli Enti Locali sappiano creare le condizioni per incentivare la fruttuosa convergenza sui temi del Lavoro tra i punti di forza del territorio (Politecnico, Comparto Spazio-Difesa, Capacità di Formazione).

    Gli Organi periferici del Governo entrino in campo con la loro autorevolezza.

    La Famiglia Agnelli riconosca il debito contratto con una città che, per oltre cent’anni, si è saputa adattare alle esigenze dell’automobile.

    La gente comune, nel solco di una consolidata tradizione, sappia far posto a sempre nuove iniziative di solidarietà con il mondo del Lavoro.

    Il tempo dei Tavoli, delle Tavole Rotonde e degli Osservatori, che, nel tempo, hanno dato utili indicazioni, è spirato: la rabbia è dietro l’angolo. Nessuna delle parti appena richiamate, credo, ha da guadagnare dal precipitare della situazione.

    GP Masone

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