Enzo Bianchi accetta di lasciare la comunità di Bose

Accolta la decisione della Santa Sede – «Anche Gesù taceva». Sono le parole con cui Enzo Bianchi, priore emerito di Bose, commenta la propria decisione di accettare il provvedimento della Santa Sede di lasciare la comunità monastica da lui fondata

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Enzo Bianchi

«Anche Gesù taceva». Sono le parole con cui Enzo Bianchi, priore emerito di Bose, commenta la propria decisione di accettare il provvedimento della Santa Sede di andarsene: «Giunge l’ora in cui solo il silenzio può esprimere la verità perché la verità va ascoltata nella sua nudità e sulla croce che è il suo trono. Gesù, per dire la verità di fronte a Erode, ha fatto silenzio: “Jesus autem tacebat”». Riferimenti che raccontano la sofferenza profonda di un uomo di 77 anni che dopo aver dedicato la vita alla costruzione di un progetto, prende atto che è arrivato il momento di lasciarlo.

«Una consapevolezza – scrive Luciano Moia su «Avvenire» – che Bianchi aveva già espresso lucidamente nel primo comunicato: “Comprendo che la mia presenza possa essere stata un problema”. Con un chiaro riferimento alle tensioni vissute a Bose, per l’irrisolto problema dell’esercizio dell’autorità» e anche per la configurazione giuridica della comunità.

L’ACCORDO RAGGIUNTO METTE TUTTI D’ACCORDO – Aggiunge Moia: «Sarebbe sbagliato pensare che ci siano vincitori e vinti». Bianchi e gli altri tre fratelli hanno trovato l’intesa con il delegato pontificio, padre Amedeo Cencini. Bianchi ha accettato di allontanarsi da Bose «a tempo indeterminato». Dove andrà? Varie le ipotesi, in Italia e all’estero. «E potrebbe trattarsi – scrive «Avvenire» – anche di una sede non monastica». Per Goffredo Boselli e Lino Breda il periodo di lontananza sarà di cinque anni. Stesso tempo di assenza forzata, ma con destinazione ancora diversa per sorella Antonella Casiraghi. Tutti, a questo punto, tirano un sospiro di sollievo. Si tratta, in sostanza, di un tempo di riflessione, in una località diversa, per permettere di ritrovare serenità e di ridefinire gli obiettivi di Bose. La speranza di tutti è che questo periodo si possa chiudere. Aggiunge Moia su «Avvenire»: «Ci vorrà probabilmente del tempo per rimarginare una ferita che rischiava di danneggiare l’immagine di Bose, confondere i tanti amici della comunità, disorientare i fratelli delle diverse confessioni cristiane che guardano alla piccola realtà del Biellese come a un faro di speranza nel segno dell’unità».

NESSUN «SILURAMENTO», NESSUNA «CACCIATA» DI BIANCHI – Questo hanno scritto varie testate giornalistiche che, ancora una volta, peccano di pressapochismo, come «La Stampa», che continuano a qualificare Enzo Bianchi come «padre» e come «don», e insistono a ignorare quello che ha affermato e scritto più volte: «Non ho mai voluto ricevere alcun ordine ma voglio restare un semplice cristiano, laico come sono i monaci». Quindi i termini esatti per riferirsi a lui sono «fratello» o «monaco». Sulla base delle relazioni dei tre «visitatori apostolici» – padre Guillermo León Arboleda Tamayo, abate presidente della Congregazione benedettina sublacense-cassinese; padre Amedeo Cencini, consultore della Congregazione per la vita religiosa; madre Anne-Emmanuelle Devêche abbadessa di Blauvac – la Santa Sede il 13 maggio ha emanato il decreto di allontanamento. Bose può ripartire, mettere da parte le incomprensioni, ritrovare il clima fraterno, mettere mano al rinnovamento. Conclude Moia: «Le questioni sul tappeto sono tante e importanti, a cominciare dalla configurazione giuridica di Bose che, dopo oltre mezzo secolo dalla fondazione e nonostante la statura internazionale, è rimasta un’associazione privata di fedeli che dipende dal vescovo locale».

TUTTO NASCE DAL CONCILIO 55 ANNI FA – «Era l’8 dicembre 1965, giorno di chiusura del Concilio Vaticano II: alla radio sentii i messaggi dei padri conciliari all’umanità e fui colpito da quello rivolto ai giovani. Lo sentii indirizzato anche a me, che avevo 22 anni e vivevo quei giorni con speranza ed entusiasmo. Quel messaggio pieno di fiducia metteva in risalto come la giovinezza abbia “la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di donarsi gratuitamente, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste”. Non solo erano riconosciute la forza e la bellezza dei giovani, ma la Chiesa assumeva un nuovo atteggiamento». Per Enzo Bianchi quel giorno iniziano tre anni di solitudine e di crogiolo nei quali tempra il desiderio di vita monastica nella Sacra Scrittura e nello studio del primo monachesimo. Abbandona la carriera universitaria e l’attività politica. Vive in povertà, senza riscaldamento, né acqua potabile, né elettricità. Nonostante l’ostilità del vescovo di Biella attira la benevolenza del cardinale arcivescovo di Torino Michele Pellegrino. Va a Istanbul a incontrare il patriarca ecumenico di Costantinopoli Athenagoras I; sosta nei monasteri cistercense di Tamié ed ecumenico di Taizé in Francia; nei cenobi ed eremi ortodossi del Monte Athos in Grecia. Finché, nell’estate-autunno 1968, un’altra svolta: un pastore riformato svizzero e una giovane donna di Ivrea chiedono a Bianchi di condividere la vita monastica.

NEL PAESE DELL’ASTIGIANO ABITATO DA VIGNAIOLI – Enzo Bianchi nasce Castelboglione (provincia di Asti, diocesi di Acqui Terme) il 3 marzo 1943. La guerra fa sentire la sua morsa nel piccolo paese abitato da poveri vignaioli. Il papà Giuseppe (Pinèn) sostiene la lotta partigiana. La mamma Angela accetta la maternità, nonostante la precaria salute. All’anagrafe è registrato Enzo – perché il papà non il nome di un santo – ma al Battesimo la mamma fa aggiungere il nome Giovanni. Il padre si professa ateo e ha un profondo senso della giustizia ed è attento ai più poveri; la madre ha una profonda fede cristiana e in punto di morte dice a Enzo, che ha 8 anni: «Di là potrò fare per te molto di più di quello che ho fatto di qua». Dell’educazione cristiana del bambino si occupano la postina Norma Anselmo e la maestra  Ameglio.

Il parroco di Castelboglione lo chiama a fare il chierichetto, gli insegna il latino e chiede al vescovo l’autorizzazione per mettere tra le mani del tredicenne la Bibbia in italiano. Ricorda che al suo paese nell’Astigiano in autunno i frati passavano con un carretto a raccogliere vino e ragazzi per il noviziato. Entra nel Seminario minore di Acqui ma – dicono i biografi – «scappa due volte in un mese perché è troppo austero e le pratiche di pietà troppo rigide». Frequenta le medie e la ragioneria a Nizza Monferrato, «camminando ogni giorno in mezzo alle vigne per alcuni chilometri per andare a prendere la corriera».

A 18 anni Enzo aderisce al movimento giovanile democristiano «e partecipa, come i  giovani che volevano avviarsi alla carriera politica, alla scuola-quadri». Studia Economia all’Università di Torino e condivide la stagione conciliare con un gruppo di cristiani di diverse confessioni. In un modesto alloggio di via Piave leggono la Bibbia. La frequentazione di Taizé e del priore frère Roger Schutz; la collaborazione con l’abbé Pierre e i suoi straccivendoli a Rouen; la scoperta della teologia e della spiritualità francese; l’anelito per l’unità della Chiesa; la vocazione monastica ispirata a San Basilio – a 14 anni ne aveva letto le «Regole» – e la voglia di radicalità evangelica lo conducono Enzo a Bose, un gruppo di case diroccate sulla Serra di Ivrea, a pochi passi da una chiesa romanica in rovina, in diocesi di Biella.

Tre giovani nemmeno venticinquenni, seguiti da un quarto di Novara. Fratel Enzo redige la regola, approvata da pellegrino, sulla quale i primi sette fratelli emettono la professione monastica nella Pasqua 1973. Bianchi è predicatore della Parola di Dio in Italia e all’estero, è relatore in dialogo con la cultura e l’arte, è pubblicista e ricerca l’unità della Chiesa. Membro della redazione della rivista teologica internazionale «Concilium», dirige per una decina d’anni il semestrale biblico «Parola, Spirito e vita» per volontà del fondatore don Giuseppe Dossetti; è presidente (1978-2000) dell’Associazione per lo sviluppo delle scienze religiose in Italia, diretta a Bologna da Giuseppe Alberigo e poi membro a vita del consiglio della «Fondazione per le scienze religiose Giovanni XXIII».

Nel 1983 crea le Edizioni Qiqajon che pubblica opere in campo biblico, patristico e spirituale. Nel 2000 l’Università di Torino, che lo ebbe studente, gli conferisce la laurea honoris causa in Scienze politiche e nella «lectio magistralis» parla di «Chiesa e Israele: la svolta nelle relazioni».

Membro dell’Académie internationale des Sciences religieuses, fa parte della delegazione che nell’agosto 2003, a nome di Giovanni Paolo Il, porta a Mosca al patriarca Aleksej II l’icona della Madonna di Kazan. Benedetto XVI lo nomina «esperto» del Sinodo del 2008 sulla «Parola di Dio» e nel 2012 sulla «Nuova evangelizzazione»; Francesco del Sinodo 2018 sui «Giovani». Trentennale la collaborazione con il Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani ed è membro del Consiglio del Comitato cattolico per la collaborazione culturale con le Chiese ortodosse e orientali.

Tre i principali «numi tutelari» di Bose: Michele Pellegrino garante del cammino cristiano e monastico della comunità (1968-1977); metropolita ortodosso Emilianos Timiadis: si conoscono nel 1969, segue da amico le vicende comunitarie, si unisce ai fratelli e alle sorelle per gli ultimi dieci anni della sua vita; il cardinale arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, con il quale Enzo si confronta sulla comune sollecitudine per la Chiesa e il dialogo con la società.

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