Enzo Bianchi lascia la comunità di Bose

La Santa Sede, in seguito alla visita apostolica avvenuta fra dicembre e gennaio presso la comunità monastica di Bose, ha stabilito l’allontanamento del fondatore Enzo Bianchi insieme ad altri due confratelli e ad una consorella

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Enzo Bianchi

Enzo Bianchi deve lasciare la comunità monastica di Bose che ha fondato. Questo decide la Santa Sede con decreto del 13 maggio 2020 del cardinale segretario di Stato Pietro Parolin «approvato in forma specifica dal Papa» dopo la «visita apostolica» (6 dicembre 2019-6 gennaio 2020) per verificare «l’andamento della vita comunitaria nel momento del passaggio, delicato e per certi aspetti problematico per l’esercizio dell’autorità, la gestione del governo e il clima fraterno». Il 27 gennaio 2017 al fondatore subentra fratel Luciano Manicardi. Una convivenza complicata per la difficoltà del nuovo priore ad esercitare l’autorità senza interferenze da parte di una personalità forte come quella di Bianchi. Fratel Bianchi, due altri monaci e una monaca debbono «trasferirsi in altro luogo, decadendo da tutti gli incarichi».

L’AMAREZZA DI BIANCHI – La decisione è accolta con amarezza da Bianchi, 77 anni,  uno dei più autorevoli pensatori cristiani contemporanei, autore di numerose opere: «ciò che è decisivo per determinare il valore di una vita non è la quantità di cose che abbiamo realizzato ma l’amore che abbiamo vissuto in ciascuna delle nostre azioni: anche quando le cose che abbiamo realizzato finiranno l’amore resterà come loro traccia indelebile». «Visitatori» furono padre Guillermo León Arboleda Tamayo, abate presidente della Congregazione benedettina sublacense-cassinese; padre Amedeo Cencini, consultore della Congregazione per la vita religiosa; madre Anne-Emmanuelle Devêche abbadessa di Blauvac. Nel gennaio 2020 i fratelli e sorelle esprimono «sincera gratitudine a Papa Francesco per questo segno di vicinanza e sollecitudine paterna, che intende aiutare, secondo quanto scrisse nel 50° di fondazione, ‘a meditare più intensamente sulla vostra chiamata e sulla vostra missione, affidandovi allo Spirito Santo per avere saldezza e coraggio nel proseguire con fiducia il cammino’».

LA SPINTA DEL CONCILIO – «Era il 18 dicembre 1965, giorno di chiusura del Concilio Vaticano II: alla radio sentii i messaggi dei padri all’umanità e fui colpito da quello rivolto ai giovani. Lo sentii indirizzato anche a me, che avevo 22 anni e vivevo con speranza ed entusiasmo». Per Bianchi l’8 dicembre 1965 iniziano tre anni di solitudine nei quali tempra il desiderio di vita monastica nella Sacra Scrittura e nello studio del monachesimo. Abbandona la carriera universitaria e l’attività politica. Vive in estrema povertà, senza riscaldamento, né acqua potabile, né elettricità. Nonostante l’ostilità del vescovo di Biella, Carlo Rossi, attira la benevolenza del cardinale arcivescovo di Torino Michele Pellegrino. A Istanbul incontra il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Athenagoras I. Nell’autunno 1968 un pastore riformato svizzero e una giovane donna di Ivrea gli chiedono di condividere la scelta monastica.

PAPÀ ATEO, MAMMA PIENA DI FEDE – Enzo Bianchi nasce Castelboglione, provincia di Asti e diocesi di Acqui Terme, il 3 marzo 1943. Il papà Giuseppe (Pinèn) si professa ateo, ha un profondo senso della giustizia, è attento ai più poveri, sostiene la lotta partigiana. La madre Angela, donna di profonda fede, muore presto. Dell’educazione cristiana del bambino si occupano la postina Norma Anselmo e la maestra Elvira Ameglio. Il parroco lo chiama a fare il chierichetto, gli insegna il latino, gli mette tra le mani la Bibbia. Enzo entra in Seminario ad Acqui ma – dicono i biografi – «scappa due volte in un mese perché è troppo austero e le pratiche di pietà troppo rigide». Frequenta medie e ragioneria a Nizza Monferrato, «camminando ogni giorno in mezzo alle vigne per alcuni chilometri per andare a prendere la corriera». A 18 anni aderisce al movimento giovanile democristiano. Studia Economia all’Università di Torino. Enzo e cristiani di diverse confessioni leggono la Bibbia. La vocazione monastica ispirata a San Basilio e la voglia di radicalità evangelica lo conducono a Bose, un gruppo di case diroccate sulla Serra di Ivrea, a pochi passi da una chiesa romanica in rovina, in diocesi di Biella. Fratel Enzo redige la regola, approvata da Pellegrino, sulla quale i primi sette fratelli emettono la professione monastica nella Pasqua 1973. Predicatore della Parola di Dio in Italia e all’estero, relatore in dialogo con la cultura e l’arte, ricerca l’unità della Chiesa. Fa parte della delegazione che nell’agosto 2003, a nome di Giovanni Paolo Il, porta a Mosca al patriarca Aleksej II l’icona della Madonna di Kazan. Benedetto XVI lo nomina «esperto» del Sinodo del 2008 sulla «Parola di Dio» e nel 2012 sulla «Nuova evangelizzazione»; Francesco del Sinodo 2018 sui «Giovani». La comunità, oltre a Bose, ha sede a Ostuni, Assisi, Cellole-San Gimignano, Civitella San Paolo e Gerusalemme.

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